Dibattiti / Cosa può fare l’arte per la pace?

opera
Michele D’Alterio, s-composizione, 2018
Editoriale

In un momento in cui in una regione vicina nel nostro continente (ma accade anche altrove, da sempre, nei luoghi più disparati del nostro pianeta) la vita di tanti fratelli e sorelle viene spezzata dal furore della guerra e con essa vengono distrutti i segni della sua storia, della sua fede, della sua cultura, la domanda “cosa può fare l’arte per la pace?”, può apparire evasiva e persino retorica. In realtà la tragedia che ci investe non riguarda solo i temi della convivenza sociale, della libertà, della democrazia, del progresso, dei rapporti tra i popoli, ma la stessa natura dell’uomo, il valore e la dignità della persona, la sua umanità, il suo vivere nel mondo, il suo destino, la sua creatività.
Tra le diverse espressioni della creatività umana, l’arte estrae dalle ragioni profonde dell’esistenza le parole, i suoni, i segni, le forme, i linguaggi in grado di rigenerare la nostra storia, individuale e collettiva, rinnovando dall’interno la coscienza di esistere. Forse nulla come le immagini dell’arte (della pittura, della poesia, della musica…) può incidere nell’animo umano e far vibrare le corde segrete della vita; nulla più della bellezza può affermare il senso della verità e l’urgenza della pace, poiché ne possiede la forza rivelatrice e rigeneratrice.

 
L’empietà di una guerra fratricida esplosa nel cuore della
Slavia ortodossa, ma anche cattolica, nel luogo originario e simbolico in cui ha avuto luogo il battesimo dell’antica Rus’ kieviana, grembo generativo di quella cultura cristiana dalla quale per secoli queste nazioni hanno tratto la loro linfa vitale, anche dal punto di vista spirituale e creativo, si è imposta con tutta la sua brutalità e ferocia con l’invasione russa dell’Ucraina. Tutto ciò chiama in causa l’intera civiltà europea e la sua cultura, lanciando un grido d’allarme sull’agonia dell’Europa e delle sue lacerate radici cristiane. Il conflitto, infatti, ha portato alla luce non solo il fallimento della politica, del diritto e della diplomazia internazionale ma anche la fragilità di una cultura della pace. Le relazioni fraterne tra le stesse Chiese cristiane sembrano gravemente infrante, l’ecumenismo è stato profondamente ferito e persino sconfessato, non solo nel teatro di guerra.

 
In questa drammatica situazione ognuno è chiamato non solo a generare concrete dinamiche di prossimità, di fraternità e di carità, ma anche a esercitare la prima forma delle arti, l’arte del dialogo, del confronto e della comprensione reciproca. Nonostante l’espandersi dell’orrore della guerra siamo ostinatamente convinti della “forza dell’amore e della verità” (essenza della nonviolenza), ma anche della bellezza, che nasce dalla relazione della vita e con l’arte.
Se dopo le macerie del secondo conflitto mondiale qualcuno (Th. Adorno) ha avuto l’ardire di proclamare l’impossibilità di fare arte e di scrivere versi “dopo Auschwitz”, ancora oggi ci chiediamo, facendo nostre le parole del filologo e pensatore russo Sergej Averincev: «In che cosa consisterebbe la millenaria sostanza della vocazione poetica, se non nel saper trovare dinanzi all’orrore non il buio, ma il rimedio, non il sarcasmo, ma il salmo, non la bestemmia, ma la lode?»1.

 
In questa prospettiva, l’arte non solo può unire gli uomini al di là di ogni differenza etnica, linguistica, culturale e religiosa, ma proprio nel momento in cui si espande l’orrore e la desolazione, diventa dono di umanità e di speranza, vero antidoto contro ogni forma di sopraffazione e di morte. Crediamo sia questo ciò che l’arte possa fare per la pace. Per questo abbiamo invitato alcuni autorevoli studiosi, artisti e testimoni di varia provenienza culturale, confessione e competenza, a riflettere insieme sulla dolorosa “prova” di una bellezza lacerata, di una “Divinoumanità” che rinnegata dalla guerra, osa miracolosamente resistere.

 
Giorgio Agnisola
Alfredo La Malfa
Natalino Valentini


1. S. Averincev, Guaio, colmo fino al fondo, Postfazione alla raccolta poetica di O. Sedakova, Solo nel fuoco si semina il fuoco, a cura di A. Mainardi, Qiqajon, Comunità di Bose 2008, p. 156.

Sul tema intervengono, nell’ordine: Andrea Bigalli, Giuseppe Florio, Carlo Forlivesi, Mario Dal Bello, Raul Gabriel, Vincenzo Lieto, Lucio Sembrano.

Andrea Bigalli

AB Sacerdote, giornalista e critico cinematografico
Nei difficili equilibri che si instaurano tra le varie componenti delle società umane, soprattutto in relazione alle dinamiche del potere, l’arte sembra sempre aver rivestito un ruolo secondario: di maggiore o minore asservimento, in relazione al dato di chi ha commissionato o pagato per la realizzazione delle opere: la letteratura, la musica, i film, le varie produzioni mediatiche. Anche sul come si rappresenta il visibile, si può dire che il committente… ⪼ continua a leggere

Giuseppe Florio

G FlorioTeologo, Presidente Associazione di solidarietà internazionale “Progetto Continenti”
Forse siamo abituati a proclamare o ad ascoltare le cosiddette ‘beatitudini’. Potrebbe essere utile porci alcune domande radicali. Come mai vengono considerati ‘beati’ i poveri, i miti, quelli che piangono o sono perseguitati? Erano affermazioni inedite e non accettabili a quel tempo. La cultura dominante nell’impero romano glorificava gli eroi, coloro che sapevano fare la guerra e vincerla! I deboli e tutti gli sconfitti non avevano… ⪼ continua a leggere

Carlo Forlivesi

ForlivesiCompositore, docente
Nel tentativo di rispondere alla domanda “Cosa può fare l’Arte per la Pace?”, raccolgo qui alcune concise riflessioni sul ruolo che la musica in particolare ricopre in tale relazione e in che modo e misura possa influenzare i processi umani che riguardano temi come convivenza, armonia, intesa e concordia. Inizio subito con l’analisi di un doppio malinteso, il primo con un risvolto di carattere sociale, il secondo più artistico. Si parla di pace quando compaiono… ⪼ continua a leggere

Mario Dal Bello

M Dal BelloStorico e critico delle arti
A partire dall’antichità fino al nostro tempo, si rincorrono attraverso alcuni maestri e varie iconografie, forme e stili diversi per un’aspirazione fondamentale dell’uomo, sempre attuale. Per ripercorrere la storia di questo tema iconografico, vasta e molteplice lungo i secoli, è forse utile iniziare da un monumento romano di primaria importanza, che testimonia nell’antica Roma il bisogno della pace dopo quasi un secolo di lotte intestine. ⪼ continua a leggere

Raul Gabriel

Raul GabrielArtista 
Una bolla di espansione voluttuaria e vitale, imprevedibile e privilegiata, trappola sempre inadeguata per una preda effimera, tanto presente quanto elusiva come l’energia fisica ed esistenziale che ribolle incessantemente sotto la crosta delle convenzioni dal momento in cui veniamo al mondo. Il suo unico scopo sarebbe ingabbiare la vittima dentro una concretezza formale che la confini e la renda incontrabile. ⪼ continua a leggere

Vincenzo Lieto

Vincenzo LietoDirettore scientifico della Pinacoteca Comunale d’Arte Contemporanea di Gaeta
E’ possibile che l’uomo non abbia memoria e che il Caino che è in noi debba prevalere sui sogni e i bisogni di una civile convivenza? La domanda non è retorica. Di fronte ai fatti del tempo presente, è inutile nasconderlo, le invocazioni di bene e di pace restano sospese, problematiche, inquietanti. In un mondo in cui la pace con noi stessi, con i propri cari, con il prossimo e tra le comunità, nazionali e internazionali, è in crisi… ⪼ continua a leggere

Lucio Sembrano

L SembranoOfficiale del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso
Shalôm. Nella Bibbia ebraica shalôm deriva dal verbo “completare”, usato per esprimere il compimento di edifici importanti come il tempio (1 Re 7,51 = 2 Cr 5,1), o le mura di Gerusalemme (Ne 6,15). Il termine indica il restauro in Lv 6,5 o il saldare i debiti in Ger 16,18; Lv 24,18-21. Il sostantivo ha un uso ancora più ampio. Come saluto, la radice shlm è usata per informarsi sul benessere di individui o gruppi. Shalôm indica pure lo stato d’animo… ⪼ continua a leggere