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Alessandro Zaccuri

La speranza non va confusa con l’ottimismo. La raccomandazione viene, tra gli altri, da Václav Havel, che in una delle lettere alla moglie Olga traccia la distinzione tra queste due attitudini adottando un criterio incentrato sulla qualità dell’azione. Laddove l’ottimista prova a convincersi del futuro successo, chi pratica la speranza si concentra sul presente e si accerta anzitutto che quello che sta facendo abbia un significato. Il che corrisponde, in sostanza, allo scarto che separa un’attitudine (nel nostro caso, l’ottimismo) da una virtù (ossia la speranza, che non solo è virtù, ma addirittura virtù teologale). Eppure, nonostante tutto, una certa parentela è difficile da negare. È come se la speranza fosse la sorella maggiore dell’ottimismo, o magari la sua cugina saggia. Ce ne accorgiamo quando proviamo a collocare il ragionamento di Havel su un piano diverso da quello originario, che è di matrice essenzialmente morale.

Una volta mutata prospettiva, in gioco non ci sono più successo e significato dell’agire umano. La domanda riguarda semmai la presenza del bene nella storia: il suo episodico manifestarsi, il suo ostinato negarsi. L’ottimismo è illudersi che tutto sia bene, la speranza è la consapevolezza che c’è un bene in tutto ciò che accade. Ancora una volta, la vicinanza tra i due concetti non implica la loro interscambiabilità, per quanto possano esserci situazioni in cui la speranza stessa assume la forma ottimista dell’andrà tutto bene, come ci siamo ripetuti all’epoca del lockdown.

Questa sarebbe una teoria minima della speranza, se mai fosse possibile andare al risparmio. Il problema, però, è che la speranza è per sua natura incontenibile e smisurata, non si arrende all’evidenza e sempre si ribella «contro il morire del giorno», per citare un celebre verso di Dylan Thomas. Ed è proprio per questa sua inclinazione insurrezionale che la speranza può farsi virtù civile e prassi politica, secondo la direzione indicata da Havel. Incontentabile nelle sue ambizioni, la speranza non si esprime pienamente se non nell’arte, che resta la più accessibile (la più democratica?) tra le esperienze della dismisura praticabili dall’essere umano. Per questo non ci appare immotivata l’impresa della Commedia dantesca, nella quale la speranza è il vettore che dalle tenebre accompagna verso la luce. Per questo restiamo vagamente perplessi davanti a capolavori che, pur nella loro grandiosità, sembrano essersi emancipati dal compito di custodire e diffondere la speranza.

L’affermazione rischia di apparire irriverente, d’accordo, ma da questo punto di vista perfino il Giudizio Universale di Michelangelo rischia di cedere il passo alle Storie degli ultimi giorni affrescate da Luca Signorelli nel Duomo di Orvieto. Lì, nella Cappella di San Brizio, i corpi risorgono per risorgere, irrequieti e gioiosi, richiamati alla vita da un appello irresistibile. Lungi dall’essere negato, nella Cappella di San Brizio il Giudizio è inserito in un contesto molto diverso rispetto a quello della Sistina. Rimane l’ultima parola, sì, ma è una parola di speranza assai più che di condanna.

Di speranza, ripetiamolo. Non di consolazione. A ben vedere, quest’ultima – la consolazione – si oppone alla speranza più ancora di quanto non riesca a fare l’ottimismo, il quale mantiene sempre il suo ruolo di fiancheggiatore, per quanto un po’ goffo e inopportuno. Certo, ancora una volta occorre intendersi. Esiste una consolazione alata, se così vogliamo chiamarla, che ha in Seneca e Boezio i suoi antesignani e ancora oggi può essere esperita nella dimensione di un’interiorità orante. Ma in arte, purtroppo, la consolazione è spesso cattiva consigliera. Brucia le tappe e taglia le curve, dalla sera dell’Ultima Cena si precipita a raggiungere la Domenica di Pasqua evitando le durezze del Golgota e ignorando il grande silenzio del Sabato Santo. Contro questo tipo di consolazione a buon mercato si scagliava con furibonda ironia Flannery O’Connor, rivendicando per la sua arte il diritto-dovere di inoltrarsi «nel territorio del diavolo», un dominio del male la cui estensione è parsa intollerabilmente vasta a ciascuna delle generazioni che si sono susseguite nella storia dell’umanità. Siamo fatti di un legno storto, lo sappiamo fin troppo bene. L’arte della speranza ci insegna che a quel legno, per storto che sia, possiamo almeno appoggiarci per non cadere lungo la strada.