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Pietre Vive Napoli
On the way in his tend – Pietre Vive
As in a journey, or rather in a pilgrimage, the service experience of Pietre Vive is an invitation to cross the threshold of the Church with a migrant’s soul, in search of God, whose presence is revealed in a particular way in architecture and in works of art of the buildings that the tourist intends to visit.
Come in un viaggio, o meglio in un pellegrinaggio, l’esperienza di servizio di Pietre Vive è un invito ad attraversare la soglia della Chiesa con animo da migrante, alla ricerca di Dio, la cui presenza si rivela in modo particolare nell’architettura e nelle opere d’arte degli edifici che il turista intende visitare.
“In origine Yahweh è un Dio della Via. Il suo santuario è l’Arca Mobile, la sua Dimora una tenda, il Suo Altare un mucchio di pietre grezze. Pur promettendo ai Suoi Figli una terra ben irrigata… in cuor suo per loro desidera il Deserto.” Bruce Chatwin1

Il deserto dell’Esodo è metafora del nostro pellegrinaggio terreno. Il luogo da cui viene la Parola, del fidanzamento, in cui si impara a fidarsi di Dio in assenza di punti di riferimento. Le prime parole che il Signore rivolge ad Abramo sono “vattene dalla tua terra” e questo movimento di uscita prosegue attraverso le ere, e le generazioni, ci portiamo dentro questo invito ad andare, ad abitare il mondo, con passo non sempre leggero. Anche i primi cristiani venivano definiti “quelli della Via”, dell’unica Via che è Cristo.

Le Pietre Vive intercettano questo movimento nel Deserto della città. Sulle locandine con cui pubblicizziamo le nostre giornate di servizio c’è scritto “nella Sua tenda”, non solo perché materialmente ogni volta montiamo una piccola tenda triangolare nella cappella accanto all’abside, che è il nostro angolo preghiera. Vuole essere un riparo, gratuito, aperto, in cui è possibile ascoltare una Parola per la propria vita. Un luogo in cui è possibile sperimentare l’intimità della presenza del Signore, un luogo in cui raccogliersi. Ma la tenda è anche l’edificio sacro stesso, santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, a due passi da piazza Plebiscito a Napoli. Tutte le opere d’arte non fanno che rendere visibile questa presenza.
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Mentre i ragazzi intonano dei canti dall’angolo preghiera persino qualche uccellino si intrufola in chiesa, scambiando la cupola per il cielo. Gruppi di persone ascoltano attenti quelli di noi intenti a raccontare qualcosa di queste opere. C’è chi fa partire il suo itinerario dal dipinto dell’Azzolino dell’Angelo custode che mostra la strada al bambino spaventato che accompagna, chi dalla Trinità terrestre con Gesù Bambino che prendendo per mano i suoi genitori li guida fuori dalla superficie della tela. Chi, ancora, invita lo sguardo del visitatore ad alzarsi sulla volta per seguire un percorso narrativo tutto mariano, che dall’Immacolata Concezione della Vergine conduce fino alla sua Incoronazione in quello squarcio di paradiso che è la cupola, suggerendogli magari, per contemplare meglio, di stendersi su di un tappeto approntato allo scopo. Quasi come se queste opere non volessero fare altro che questo, comunicarsi agli sguardi curiosi di chi entra in chiesa. Proseguire quel continuo comunicarsi di Dio.

L’esperienza del servizio Pietre Vive, di annuncio della Fede attraverso l’Arte, inizia con una domanda che ci si pone prima di aprire le porte: “Signore, che cosa vuoi che io dica loro da parte tua?”. Si chiude con un’altra domanda, che accompagna la rilettura della giornata: “Signore, che cosa mi hai detto attraverso di loro?”. L’insieme del servizio diventa così un esercizio spirituale, come nella preghiera, c’è un ingresso, un mettersi sotto lo sguardo del Signore, una contemplazione con le opere, un colloquio, una rilettura. È un dialogo, un incontro, fare e far fare esperienza di un Incontro. Le Pietre Vive accolgono le persone laddove è possibile sulla soglia. È sulla soglia che si incontrano tutte le resistenze. La soglia è un luogo di combattimento. È il “non ancora”, stare sulla soglia dà un senso di vertigine, non sappiamo ancora cosa ci aspetta all’interno, attraversare la soglia è una possibilità/pericolo di cambiamento, un passaggio.

È il luogo in cui ci sentiamo dire spesso tanti “no, grazie”, “non ho tempo”, “conosco già la chiesa”, il luogo in cui ci si espone anche al rifiuto. È il luogo anche in cui si gioca tutta la chiusura-apertura della chiesa/Chiesa. Un luogo di passaggio. Spesso sulla soglia delle chiese sta una croce, pensiamo alle chiese lungo il cammino di Santiago, alla chiesa di Santiago di Compostela il cui varco è una croce. Varcare la soglia è un po’ morire a una parte di se stessi, e questo vale per chiunque entri, anche per noi Pietre Vive, nel servizio si muore un po’ a se stessi, ma si scopre anche di stare sotto lo sguardo d’amore del Padre reso visibile dalla Croce. È un’apertura nella carne dell’edificio chiesa, un punto debole, una ferita, una breccia, per questo forse è più facile tenerle chiuse queste chiese. Come Pietre Vive ci mettiamo sulla soglia come segno di contraddizione. Nasciamo noi stessi da una ferita, le pietre se non sono tagliate non possono essere messe insieme, l’una sull’altra, su quelle che le tiene tutte che è Cristo.

Franco la Cecla afferma che “la soglia è un luogo dove due identità nello spazio si attestano, si attendono, si confrontano, si riflettono, si difendono”2. Queste due identità sono Dio che attende l’uomo da sempre, e l’uomo che attende Dio da sempre. Ma anche quello che eravamo e quello che possiamo essere in Cristo. Per questo sulla soglia si concentrano tutte le nostre resistenze. Fuori o dentro? Rimanere o andare via? Ma su una soglia, nonostante noi, nonostante la nostra limitatezza qualcosa passa. Su una soglia socchiusa, aperta, si dicono cose che non si direbbero altrove. La soglia è anche il luogo della trasmissione, dell’improvvisa scoperta che ciò che la persona che ho di fronte mi sta dicendo vuol dire qualcosa anche per me.

pÈ l’enigma dell’annuncio: ciò che passa attraverso di noi nonostante noi. Sulla soglia si passa. Ed è sulla soglia che può avvenire il “miracolo” della trasformazione del turista in pellegrino, sull’onda di quel “kairós epocale” che è il turismo di massa. Un turismo che diventa sempre più ricerca di senso – e pertanto turismo religioso –, di una forma solida nella quale far riposare le nostre identità sempre più liquide: solida come le pietre – vive – che costituiscono l’edificio sacro, cornice di un incontro, per dirla con Florenskij, dopo il quale il viaggiatore non fa ritorno alla propria casa uguale a come era partito; è diventato pellegrino, e per certi versi assomiglia ora più al migrante, a colui che nel viaggio mette in gioco sé stesso, che ha il coraggio di “lasciare la propria casa” per dare alla propria vita una direzione, un senso appunto3.

Il Signore chiede a Giosuè di erigere un memoriale con dodici pietre prese dal fondo del Giordano, dal luogo in cui si erano fermati i sacerdoti con l’Arca, per permettere al popolo di Israele di attraversare il fiume all’asciutto e di giungere dall’altra parte. Ma Giosuè ne fa erigere anche uno identico in mezzo al fiume, un doppio, e l’uno rimanda all’altro4. E lo fa perché nel futuro i loro figli guardando quelle pietre ricordino non solo l’ingresso nella Terra promessa, ma anche tutto quello che li aveva portati lì, è un antidoto all’oblio che disperde l’identità. La memoria rende presenti le cose.

Guardando le chiese delle nostre città ci chiediamo: “Che cosa sono per noi quelle pietre?”. Sono ancora per noi un memoriale di un’esperienza di liberazione, di incontro? La domanda resta aperta. Siamo sulla soglia a scrutare l’altra riva, quella che sa di compimento. Pietra in ebraico come parola suona simile alla parola “ben”, figlio. Le dodici pietre rappresentano le dodici tribù di Israele. E le pietre vive sono i figli che contribuiscono all’edificazione del tempio sull’unico fondamento che è Cristo. Tutti noi siamo pietre vive e insieme possiamo rendere testimonianza della Sua presenza5.

Siamo un mucchio di pietre grezze che la Parola trasfigura, mette insieme. Questo si vede di noi, la prima testimonianza è vedere questa comunità di giovani che tiene aperta la chiesa. Siamo sulla soglia per accogliere i tanti turisti, pellegrini più o meno inconsapevoli, in cammino, con nel cuore il desiderio di passare all’altra riva. Le opere d’arte ci aiutano a compiere questo passaggio dal vedere all’ascoltare, dalla dispersione alla comunione, all’Incontro. Sulla via per indicare la Via.

NOTE


1. B. CHATWIN, The Songlines (1987), trad. it. Le vie dei canti, Adelphi, Milano 1988, p. 259
2. F. LA CECLA, Perdersi. L’uomo senza ambiente (1988), terza ed., Editori Laterza, Bari 2007, p. 110
3. Cfr. J. P. Hernandez, La Martyrìa cristiana negli edifici religiosi. L’esperienza di Pietre Vive, Napoli 2019, p. 2.
4. Giosuè 4,1-11
5. 1Pt 2,4-8, e le pietre preziose che adornano la Gerusalemme Celeste Ap 21,1-27