Vincenzo GuarracinoVincenzo Guarracino

Ha scritto un grande teologo tedesco, Jürgen Moltmann, che “la Croce non è amata né può esserlo” ma che a dispetto di ciò “soltanto essa libera dal potere del danaro e da ogni ideologia”: solo dinanzi ad essa e grazie ad essa, “fondamento e critica della teologia cristiana”, la Chiesa e i suoi fedeli scommettono il senso della propria credibilità e ritrovano identità e conforto nei valori che essa significa per avventurarsi fortificati nelle asprezze della vita e della storia verso la Salvezza, verso la Luce.

 

Il Golgota come condizione della Pasqua, insomma. Hinc iter ad caelum, aveva sintetizzato già nel III sec. l’anonimo autore del poemetto De ligno Crucis, disegnando con tutto l’empito del suo fervore apologetico e dottrinario un paradigma essenziale: “si va da qui al cielo” attraverso i rami di “questa pianta che è vita” ed è cibandosi dei suoi frutti dal “sapore celeste” che le anime “ritornate dalla morte” sono pronte alla salita alla Gloria celeste.
Una “pianta che è vita”, la Croce. Di più, un Albero beato e fulgido, “lieto di un frutto fertile”, secondo il commosso Vexilla Regis di Venanzio Fortunato: il Segno di una sofferenza, umanissima e tragica, di un sacrificio, che per il credente è premessa (e promessa) di Nuova Vita, di Risurrezione, per tutti garanzia e speranza di salvezza. Un legno dal quale “è sospesa la salvezza del mondo”! Sintesi espressiva paradossale d’ogni sofferenza (umana e divina): amara, repellente, insopportabile, se lo stesso Cristo nell’agonia del Getsemani ha tentato di allontanarla da sé, ma condizione indispensabile, testimonianza d’amore.

 

Non può essere amata, certamente, evocando un fantasma di abiezione e morte, come dice Moltmann, ma è giusto questo che la rende necessaria e “rilevante” ai nostri occhi: perché è per suo tramite, nel segno cioè di supplizio-morte-risurrezione, che il Cristo, l’Uomo dei dolori, l’ha elevata a simbolo di contraddizione nella storia, prospettiva e speranza di Salvezza per i suoi seguaci ma per gli altri, insopportabile antinomia, “la cosa più disgustosa che esista sotto il sole”, secondo il poeta tedesco Goethe.
Davvero, dunque, per Crucem ad lucem, necessario itinerario salvifico e devozionale per il credente, come insegna l’antico adagio della spiritualità medioevale.
È questo che ci viene ricordato anche dal Cardinale Gianfranco Ravasi in conclusione dell’ampio saggio introduttivo alla straordinaria ricerca, iconografiche e letteraria, intorno all’Uomo della Croce, costruita da Alfredo Tradigo con rara competenza di studioso e sensibilità di poeta (da ricordare almeno una sua recente raccolta poetica L’orto dei semplici, Ares, Milano 2013) in un libro che per 500 pagine di rara bellezza è, oltre che un gioiello di impegno editoriale (quale solo pochi oggi sanno fare), “una sorta di pellegrinaggio artistico e spirituale” all’interno della cultura non soltanto artistica dell’Occidente.

 

Una “storia per immagini” (ma anche di parole), dunque, imperniata intorno a un simbolo, che in oltre duemila anni, pittori, scultori, orafi e incisori hanno contribuito, fino ad oggi, a tenere vivo nella memoria dei loro contemporanei: con la lingua dell’arte e della sensibilità religiosa interpretando e disegnando un itinerarium in cui è possibile riconoscere come la Croce abbia plasmato non solo la fede cristiana ma la storia stessa dell’Occidente.
Diviso in quattro parti, il volume, realizzato nel 2013 dalle Edizioni San Paolo, ripercorre, in parallelo tra teologia, liturgia e poesia (antica e moderna), la storia dell’iconografia del crocifisso, il suo valore metaforico e morale per “il popolo del Golgota” (“Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me”, Mt 10,38), il rapporto mistico del Cristo crocifisso con gli uomini (“Padre, lascio il Tuo sguardo // Scelgo gli occhi degli uomini, colmi di una luce di grano”, dice K.Wojtyla), il simbolismo infine della croce (“bilancia di giustizia”, “albero della vita”, “torchio mistico”), stimolando nel lettore una forte partecipazione anche emotiva, data dalla ricchezza e bellezza delle immagini, oltre che dalla fine e partecipe puntualità dei commenti.

 

Una festa degli occhi e del cuore, davvero, un libro di cui godere, su cui meditare, attraverso un fiume di immagini e di suggestioni letterarie e pittoriche, tra le quali è difficile trascegliere e segnalare. Ne basti una per tutte, pittorica: come non restare lì, sospesi e sorpresi, come fa lo stesso Tradigo, dinanzi al giallo luminoso, alla “splendida luce di risurrezione” che irraggia dalla Deposizione dipinta da un ebreo, da Chagall, che ci lascia intuire il grande fascino esercitato da quest’Uomo del Sacrificio sulla sensibilità e l’intelligenza anche dei non credenti?