Condividi su:
Perché, nel vangelo di Luca, la domanda di accrescimento della fede risponde all’esortazione di Gesù a perdonare sempre? Quale il collegamento tra fede e perdono fraterno?
Secondo le Scritture la fede è il contrario della durezza di cuore. Il profeta Abacuc lo rammenta con una espressione lapidaria, ripresa più volte nelle lettere apostoliche (Rm 1,17; Gal 3,11; Eb 10,38):

«Soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede».
(Ab 2,4).

La situazione del popolo di Israele, sotto la pressione dell’impero caldeo che, distrutta la potenza assira, si abbatte sul Medio Oriente, si era fatta drammatica. L’azione di Dio nella storia è messa in discussione. Il profeta allora invita ad avere fede. È la stessa fede di cui gli apostoli invocano l’aumento per loro stessi di fronte al compito divino del perdono:

« Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai». Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede! ». (Lc 17,3-6).

Se poi ci riferissimo al passo corrispondente di Matteo il compito ci apparirebbe ancora più immenso, perché nemmeno si accenna al fatto che il fratello ci chieda scusa:

« Se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? » E Gesù di risposta: « Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette ». (Mt 18, 21-22).

Se applichiamo il principio che la fede è il contrario della durezza di cuore, dal momento che l’uomo fa esperienza di durezza di cuore proprio nelle relazioni fraterne, allora nella difficoltà a perdonare al proprio fratello, quello che viene meno è la fede, non la generosità.
E la cosa non appare scontata.
Stando al testo di Luca, la difficoltà di praticare il comando di Gesù di perdonare al fratello, anche se pecca sette volte al giorno, vale a dire continuamente, non deriva dalla poca generosità, ma dalla causa che la produce.

In pratica, il movimento del cuore è di questa natura: il fatto che il fratello venga sette volte a chiedermi scusa suona alle mie orecchie come una presa in giro e perciò il senso della mia importanza pregiudica la mia generosità. La durezza di cuore che impedisce il perdono deriva quindi dalla mancanza di fede, dal fatto cioè di non avere più fiducia nella promessa di Dio, di non restare umile davanti a Dio, di esigere qualcosa per me, il che contrasta esattamente con quello che il profeta aveva chiamato ‘animo retto’ e con la luminosità che Gesù esige dal discepolo per essere stato lambito dal Regno.
Come sottolineano in modo inaspettato i Padri del deserto:

«Un fratello interrogò un anziano dicendo: Se digiuno sono salvato? Gli disse l’anziano: No. Disse il fratello: Se fuggo gli uomini sono salvato?. Gli disse l’anziano: No. Disse il fratello: Se pratico l’amore fraterno sono salvato?. Gli disse l’anziano No. Essere salvati vuol dire questo: portare l’accusa di se stessi e non affliggere in nulla il proprio fratello. Così infatti Dio fa misericordia all’uomo »1.

E se l’uomo riceve misericordia, la saprà condividere. La condivisione si gioca appunto nel perdono, che non si riferisce tanto alla generosità dell’uomo, ma alla conoscenza della bontà di Dio che perdona, perché tutti siamo destinatari del suo perdono.

La fede è domandata proprio per riconoscere la bontà di Dio in modo da vivere il compito divino del perdono, che è il modo umano di vivere l’amore, assecondando quel mistero di riconciliazione in atto nella storia, secondo l’espressione della lettera agli Efesini:

«perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato [= ha fatto grazia di sé] a voi in Cristo» (Ef 4,32).

I Padri spiegano nella medesima prospettiva anche il passo evangelico di Mt 5,23-24:

«Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono».

I Padri si domandano: cosa chiede Gesù? Non semplicemente di umiliarci davanti ai nostri fratelli, ma di aspirare a rivestirci del vestito di Dio, che è l’umiltà. Invita a una intimità di vita col proprio Dio, a una luminosità di cuore che rende bella e gradita la nostra preghiera. Gesù non sta insegnando: tu devi essere prima di tutto umile. Piuttosto: aspira al tuo Dio, a cercarlo dove si fa trovare, a riconoscerlo là dove nemmeno penseresti e così ritrovarti nella sua intimità.

È aspirare a una certa visione che Gesù insegna. Se non si coglie questa intenzione segreta nelle sue parole, l’invito ci sembrerà idealistico, inarrivabile, incapace di muovere le energie del cuore.
Quello che nell’esposizione evangelica può sorprendere è questo. Come mai, se Gesù ha insistito così tanto nella sua predicazione sul comando divino: “tu gli perdonerai”, non si trova nell’elenco delle beatitudini il riferimento al perdono?
Non viene citata la beatitudine ‘beati coloro che perdonano’, come poi la tradizione segnalerà. Ad esempio, s. Francesco di Assisi, nel suo Cantico delle creature, canta: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo Amore, e sostengono infirmitate e tribulatione».
Vorrei provare a rispondere a questa domanda.

Nel vangelo di Matteo risulta insistente il collegamento preghiera/perdono. Perché?
Il Vangelo riporta molti passi in cui Gesù esorta a perdonare: quando commenta la preghiera del Padre nostro (Mt 6,14-15), quando rivela le condizioni per una preghiera gradita (Mt 5,23), quando invita alla riconciliazione (Mt 18,19).
In particolare, se Gesù richiama al fatto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, lì c’è lui, significa che la preghiera pura può scaturire da un cuore solo quando è pienamente riconciliato con i suoi fratelli. La frase non è tanto un invito alla preghiera, ma un invito a cercare sempre e comunque la riconciliazione, a dare sempre e comunque il perdono, realizzando in questo l’angolo di paradiso sulla terra: dove c’è comunione, Dio è glorificato come Padre di tutti.

Come aveva potentemente intuito san Francesco chiamando ‘Porziuncola’, particella di paradiso, il primitivo luogo di abitazione con i suoi fratelli perché l’unica regola era il perdonarsi scambievolmente in tutto e in ogni cosa.
La Chiesa prega perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Ma dove si respira vera libertà? Là dove il perdono vicendevole è il principio supremo del movimento interiore. La libertà è correlata alla eredità eterna nel senso che solo nella condivisione totale ai fratelli del perdono che si riceve da Dio è dato di gustare la dolcezza del Regno.
Quello che la sentenza del re esprimerà a coloro che si sono chinati sui loro fratelli:

«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo» (Mt 25,34).

Non li chiama benedetti dal Padre, ma del Padre, perché riconosciuti nella partecipazione alla sua stessa qualità di vita, qualità testimoniata e ottenutaci dal Figlio. I benedetti del Padre sono coloro che realizzano quello che Paolo dice ai credenti di Corinto:

«Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro [‘altro’ non si riferisce solo al fratello credente, ma anche al pagano e al peccatore] ha adempiuto la legge» (Rm 13,8).

Se S. Paolo proclama che il ministero della Chiesa è la riconciliazione, vuol dire che l’esperienza fondamentale dell’uomo è l’accoglienza del perdono di Dio, in Cristo, esperienza così fondante della nuova umanità a noi donata in Cristo, che tutta la vita umana assume la tensione di estendere a tutto e a tutti il perdono ricevuto, nella condivisione comune.
E se è vero che:

«Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18),

vuol dire che Dio, all’uomo, affida proprio il compito di favorire in ogni modo la riconciliazione. E in questo diventa ‘compagno’ di Dio, come dice sempre Paolo: «Siamo infatti collaboratori di Dio» (1 Cor 3,9).
Con la rivelazione di Gesù, che svela, mentre compie, questo supremo desiderio di Dio, possiamo scorgere all’opera nel mondo le segrete intenzioni di Dio nei confronti delle sue creature, come le parabole di Gesù rivelano. Parlare di redenzione, di salvezza, di grazia, significa alludere a questa opera di riconciliazione in atto nella storia, come dice Gesù: « Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco » (Gv 5,17).
Opera appunto la riconciliazione in Gesù, nostra pace: « Egli infatti è la nostra pace » (Ef 2,14).
Noi tutti siamo chiamati a concorrere alla realizzazione di questa opera. In questo senso dobbiamo imparare a giudicare ogni cosa in base alla convergenza verso questo supremo scopo divino. Così si fa esperienza di essere solidali con i sentimenti di Dio, perché in questo consiste la letizia dell’uomo. L’uomo gode, appunto, del fatto che:

« Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione » (2 Cor 5,19).

Paolo rimanda alla radice per cui si può vivere senza debiti con nessuno se non con il debito dell’amore. Per questo ci è affidata la parola della riconciliazione. È la parola come forza d’attrazione, come rivelazione del segreto di quel ‘far grazia di sé’ di Dio a noi, di noi a tutti. È il mistero della carità condiviso. Paolo riferisce di sé: « l’amore di Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti ». Se quell’amore ci possiede, allora non si può non essere inglobati nel movimento di riconciliazione che Gesù vive nel suo essere inviato al mondo perché il mondo si apra allo splendore dell’amore del Padre.

Se la Chiesa, nel suo insieme, come comunità di credenti stretta attorno al suo Signore, ha un mistero da esprimere, un compito da vivere, una responsabilità da onorare, non può che essere quello della riconciliazione. Questo perché ciò che fa splendere la presenza di Dio nel mondo è la misericordia, la compassione, la solidarietà nei sentimenti di umanità, solidarietà che nella fatica quotidiana del vivere e del vivere le relazioni è testimoniata dal perdono vicendevole. Più è sincero, più è profondo, più è radicale, più si vive il comandamento: ama il prossimo tuo come te stesso. Vale a dire: fai esperienza che l’umanità dell’altro vale precisamente come la tua, allo stesso titolo; che la tua umanità non ha nulla da essere preferita all’umanità dell’altro. Solo così si testimonia la presenza del regno di Dio che è splendore di comunione. Quello che la sapienza di quel padre del deserto faceva rimarcare:

« Essere salvati vuol dire questo: portare l’accusa di se stessi e non affliggere in nulla il proprio fratello. Così infatti Dio fa misericordia all’uomo ».

Una delle espressioni più belle che definiscono la comunità dei credenti la ravviso nell’ultima strofa dell’inno delle Lodi del Comune degli Apostoli, inno che così canta:

«L’annuncio che udiste nell’ombra gridatelo alto nel sole: è questa l’estrema consegna del Dio crocifisso e risorto. E voi dite, ridite sui tetti la voce che parla nel cuore: apostoli siate alle genti di Cristo, salvezza e vittoria. Il nuovo messaggio di vita vi ha spinti ai confini del mondo, su lunghi sentieri di croce, araldi del giorno che viene. Su voi, resi saldi in eterno, s’edifica e innalza la Chiesa che eterna, riversa sul mondo da Dio, come un fiume, la pace».

La storia della chiesa, la nostra piccola storia quotidiana è chiamata a rivelare la verità di questa espressione: «che eterna, riversa sul mondo da Dio, come un fiume, la pace». Perché questo è il segno dell’apertura di credito al angelo nella nostra vita.

1. Vigilanza e perdono

La Scrittura giustifica la dispersione delle genti e quindi l’incomprensione vicendevole con l’episodio della torre di Babele (Gn 11).
I profeti rammentano, invece, la presenza nella storia di un movimento opposto a quello della torre di Babele, rivelando che le genti tornano a riunirsi, verso l’alto (Is 2). È la forza della parola del Signore che muove all’unità elevando. Si tratta della verità espressa da una colletta:

«O Dio, Padre misericordioso, che per riunire i popoli nel tuo regno hai inviato il tuo Figlio unigenito, maestro di verità e fonte di riconciliazione, risveglia in noi uno spirito vigilante, perché camminiamo sulle tue vie di libertà e di amore fino a contemplarti nell’eterna gloria».

Ecco descritto il movimento tipico della rivelazione: verità per la riconciliazione, verità in vista della riconciliazione. Secondo il Vangelo di Giovanni, Gesù è inviato per mostrare al mondo la grandezza dell’amore del Padre e per riunire i figli di Dio dispersi.
La verità riguarda la testimonianza di un amore, la riconciliazione lo scopo di quella testimonianza. Non è però un movimento troppo visibile; è necessaria una buona vigilanza, un’attenzione che non venga mai meno, che sia tesa a scoprire e favorire quel movimento, liberi dalle cose e dai desideri contrari, pieni di amore per non subire il fascino mortificante di una concentrazione su di sé.

Per questo il Vangelo e le lettere apostoliche ci esortano alla vigilanza scuotendoci dal sonno e invitandoci ad affrontare la vita, rivestendoci dell’umanità di Gesù che ha vissuto in pienezza quel movimento di verità e riconciliazione, che ci fa intimi del Padre e solidali tra di noi.
La vigilanza è finalizzata a uno scopo preciso: essere in condizione di realizzare la vocazione all’umanità che il Signore Gesù vive nel suo splendore originario.

Paolo dichiara: «Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo» (Rm 13,14), per vivere la storia nella benevolenza, senza paure, tanto da essere addirittura custoditi da una armatura di luce: « indossiamo le armi della luce» (Rm 13,12).
Luce, che consiste nell’assumere il principio della riconciliazione come unico fondamento dell’agire. Si esercita vigilanza nello spirito quando ci si sforza di radicarci sempre più autenticamente, sempre più profondamente, sempre più concretamente, in quella riconciliazione di cui Dio ci ha fatto dono, in Cristo, in modo da estenderla a tutto in noi e a tutti comunque.

La vigilanza ha senso nello stare fermi in quell’unico punto: se Dio ha fatto grazia di sé a noi, allora anche noi possiamo fare grazia di noi a tutti. E così il mondo tornerà a risplendere, perché ognuno potrà sperimentare quello che dice il salmo: « il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza » (Sal 24,14). Da intendere, come del resto suggerisce lo stesso testo ebraico del versetto: il segreto (o l’intimità) del Signore, cioè la sua offerta di benevolenza nel dono di sé che ci fa, vale per chi ne fa il punto fermo della sua vita e ha posto tutta l’attesa del suo cuore nel condividerne la gioia con tutti.

Quando Gesù, con la parabola del padrone che torna dalle nozze (Lc 12,35-38), avverte di tenersi pronti, allude proprio al servizio vicendevole perché tutti possano vedere lo splendore del Regno e la manifestazione del suo amore. Avvertimento, che una mistica del sec. XIII, Hadewijch di Anversa commenta:

« Chi vorrà alleggerire la pena [l’inquietudine di non amare mai abbastanza] dovrà mettere tutto il suo cuore ad essere costantemente fedele in ogni circostanza. Soffrirà volentieri ogni pena per l’Amore… preferirà pazientare al di là delle sue forze perché non manchi nemmeno una virgola a ciò che è dovuto all’Amore».2

2. Pianto e perdono

E qui vengo alla domanda iniziale. Con l’annuncio delle beatitudini l’insegnamento di Gesù rompe ogni restrizione mentale, ogni tipo di confine. Una volta che le beatitudini proclamate da Gesù sono diventate le vie che il cuore segue, allora i discepoli potranno sentirsi rivolgere le parole: “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo…” (Mt 5,13-14). Proprio il mondo, nella realtà di tutte le mediazioni che comporta, è il luogo dove far splendere la luce, dove dar sapore alle cose, dove far emergere la presenza del Signore che è venuto a dare la vita. Secondo il principio: essere nel mondo, ma non del mondo; vivere la vita nel mondo, senza pretendere di succhiarla dal mondo. Le qualità che la Scrittura attribuisce a Dio nei confronti degli uomini, il suo essere misericordioso, pietoso e giusto, sono definite come quelle che rendono luminoso l’uomo. E Gesù le applica ai discepoli, che hanno accolto le sue beatitudini, con l’immagine del sale e della luce. L’immagine significa che i discepoli sono chiamati a conservare e a rendere gustoso il mondo nella sua alleanza con Dio, che li vuole in comunione con lui e tra di loro, tornando a far splendere la Sua presenza tra di loro e rendendo la vita desiderabile e amabile.

Le beatitudini non sono se non le vie per le quali si può partecipare alla effusione nell’universo della carità di Dio. Se Gesù chiede ai discepoli di essere sale e luce del mondo, vuol dire che chiede loro di essere il segno della misericordia di Dio tra gli uomini, come lo è lui stesso.
Se consideriamo il perdono vicendevole come il frutto maturo della carità di Dio effusa nei cuori, allora la serie delle beatitudini mostra le condizioni e le direzioni in cui si realizza il Regno annunciato da Gesù. Il perdono non può essere una delle beatitudini, ma il segno dell’insieme delle beatitudini che hanno lambito il cuore con la loro potenza.

Se, invece, consideriamo il perdono vicendevole come la responsabilità primaria del discepolo, che vuol godere la beatitudine del suo Maestro, allora si scopre che il perdono comincia a salire nel cuore di chi ha deciso di praticare le sue beatitudini. Inaspettatamente si scopre che il perdono ha a che fare con il primo gradino effettivo della scala delle beatitudini.

Le beatitudini sono otto, ma la prima e l’ottava, che hanno il verbo al presente (« perché di essi è il regno dei cieli»), non sono propriamente gradini della scala per cui si sale, bensì condizione e fioritura di una umanità che si è posta in cammino sulle orme del Signore.
Il primo gradino della scala è la seconda beatitudine: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati» (Mt 5,4). L’interpretazione antica è unanime: pianto significa pentimento, pentimento fino alle lacrime, lacrime di fuoco.

La domanda pertinente suona: potrà mai l’uomo accedere all’amore, tanto da vivere nel perdonarsi vicendevolmente, senza imparare a piangere? Il pianto riguarda la coscienza del proprio ritrovarsi peccatori, l’affliggersi per il male che ci impedisce di godere l’amore di Dio, di viverlo con tutti. La beatitudine proclama prima di tutto che senza piangere non si accede al Regno, non si accede alla dimensione spirituale; senza pianto non si accede al proprio cuore ed a quello dei fratelli, senza pianto non si fa esperienza di perdono.

L’esperienza quotidiana nelle relazioni dimostra che, se le lacrime di sofferenza non prendono la via dell’odio chiudendo i cuori, si trasformano in lacrime di perdono reciproco e diventano motivo di vita rinnovata, permettono alla vita di fluire abbondante di nuovo nei cuori.
Riporto due esempi significativi. Sul muro dietro all’altare delle rovine della cattedrale anglicana di Coventry, in Inghilterra, distrutta dai bombardamenti della Luftwaffe il 14 novembre 1940, sono scritte le parole pronunciate dal rettore della cattedrale Richard Howard dopo i bombardamenti: “Padre perdona”.
La croce di chiodi delle capriate del tetto della cattedrale distrutta è diventata presto simbolo di pace e di riconciliazione. Nel mondo ci sono 160 croci di chiodi, tutte fatte con tre chiodi dei resti della cattedrale, simili all’originale. Tra l’altro, uno dei crocifissi fatti di chiodi della vecchia cattedrale è stato donato al Kaiser Wilhelm Memorial Church di Berlino, che fu distrutto dai bombardamenti degli Alleati. Una copia della croce di chiodi è stata donata alla Cappella della riconciliazione che faceva parte del Muro di Berlino. Il dépliant che accompagna la foto della cattedrale contiene due citazioni dell’apostolo Paolo:

« …perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Rm 3, 23) e “Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo» (Ef 4, 32).

La deduzione: siamo tutti peccatori, senza differenze, tutti siamo caduti nel peccato, siamo diventati miserabili e tutto quello che possiamo fare è tollerarci, perdonarci, rendere la buona volontà un imperativo categorico. E questo nasce dal riconoscerci nel pianto; è il pianto che ci accomuna.
Il secondo esempio lo traggo da La risposta del cuore, una rubrica a firma di Maria Corbi sul quotidiano La Stampa, dal titolo: La potenza del perdono. Abbandonare odio e vendetta per far del bene anche a se stessi. In linguaggio laico si ripete la verità evangelica: ‘beati coloro che sono nel pianto, perché saranno consolati’.

Scrive una mamma che aveva perso il figlio otto anni prima a causa di un ubriaco che l’aveva investito senza nemmeno fermarsi a soccorrerlo. Si presenta come una mamma che, nello stesso istante in cui le è stato comunicato che il proprio figlio non sarebbe più tornato a casa, ha dovuto compiere la scelta più difficile e affrontare la sfida più ardua per un essere umano: tentare di vivere e di non farsi schiacciare da un dolore che si fa fatica anche solo a nominare. Racconta che con impegno e determinazione insegue il sogno del figlio e in Africa si è data da fare per realizzare pozzi per l’accesso all’acqua potabile a beneficio di popolazioni massacrate da siccità e carestia. Ma nulla colmava il vuoto e nulla placava l’ira. E più la giustizia umana risultava clemente con l’omicida del figlio, più cresceva il male che sentiva dentro, assieme all’odio, al rancore, al desiderio di vendetta. E più odiava, più stava male. Da un’amica fu invitata a partecipare ad un progetto di giustizia riparativa nel carcere di massima sicurezza di Opera. Ed ecco quello che dice di se stessa:

«Non era previsto che la clemenza potesse rientrare nei miei progetti. Mi sento disarmata e sento che la mia corazza si sta sgretolando e mi accorgo che era fatta di fragile cartapesta caduta sotto i colpi di tanto dolore. Il mio. Il loro. Il mio e il loro patimento si fondono, si uniscono, si amalgamano, mi sento smarrita. Chi sono diventata? Da allora camminiamo insieme, senza troppe pretese, semplicemente prendendoci la mano. La mia che ha accarezzato per un’ultima volta il corpo esanime di Andrea. La loro che un tempo fu insanguinata di male arrecato. Io ora lo so. Ne ho le prove. Il male si può arginare, si può anche fermare, ma il bene no. Una volta innescato, si propaga come una meravigliosa reazione a catena tesa all’infinito».3

Aver provato a fondere il pianto ha ottenuto il miracolo. Quel pianto, i Santi l’hanno fatto sgorgare dai recessi più segreti del loro cuore e l’hanno mescolato con le lacrime dell’umanità sofferente, sofferente per le conseguenze dell’aver ceduto all’illusione suggerita dal serpente: credere che Dio sia geloso della felicità e che, se non la prendi con le tue mani, lui non te la darà.

Questo significa vivere chiusi in se stessi, volgersi a tutto e a tutti in atteggiamento di sfruttamento, rinunciando alla propria dignità di figli dell’Altissimo, strutturati sul principio della comunione. Il pianto, il piangere sulla propria condizione, sulle proprie scelte egocentriche, sulle impercettibili dinamiche di sfruttamento reciproco, è il primo passo per accedere alla luminosità del cuore. Quando il Signore ha creato il mondo, per prima cosa ha creato la luce, ma non la luce fisica che, invece, risulta dalla creazione degli astri il quarto giorno. È la luce della sua santità, dello splendore dell’amore nel quale il mondo è collocato, per quanto l’uomo non se ne avveda più.

Gli antichi rabbini hanno pensato appunto che la luce del primo giorno fosse la luce della santità di Dio che permetteva di scorgere il mondo con uno sguardo solo. Ma quella luce fu nascosta.
Il Messia avrebbe reso di nuovo capaci di quello sguardo. Quello sguardo è lo sguardo ottenuto attraverso le lacrime, quando il cuore torna luminoso per aver perso ogni motivo di ira e tristezza verso il suo prossimo dal momento che le lacrime l’hanno condotto al paese della purità, dove dimora Dio.
In un bellissimo inno acatisto sulla preghiera del cuore, rivolto alla Madre di Dio, composto da Sandu Tudor (p. Daniil de la Rarău), monaco-poeta ortodosso romeno, morto in carcere ad Aiud nel 1962, così viene celebrata la benedizione delle lacrime e l’incessante pentimento:

«Rallegrati, rosa bagnata dalle lacrime della conversione del cuore
Rallegrati, dolcezza di pentimento che ti riveste di luce
Rallegrati, benedizione delle lacrime che introduce alla Sapienza
Rallegrati, risposta sapiente ai sospiri del mondo
Rallegrati, paradiso irrorato dalle piogge della grazia salvatrice
Rallegrati, stupore meravigliato di sguardi di bimbo
Rallegrati, di rosso vestita per la passione regale dell’Amen
Rallegrati, gemma di grazia prodotta dalle lacrime fluenti dalle Spine
Rallegrati, rugiada di benevolenza con la quale fortifichi i credenti
Rallegrati, aiuto anche nelle cadute di chi non cammina secondo lo spirito
Rallegrati, manto che ti stendi sopra ogni debolezza
Rallegrati, Sposa tessitrice della preghiera incessante».4

Alla fin fine, solo il piangere ci mette nella condizione di portare frutto, come dice Gesù:

«Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla » (Gv 15,5).

Le lacrime rinnovano la relazione, la rendono più intima e fondata perché lavano tutto ciò che si oppone alla comunione con colui che ci ama e ci predispone alla solidarietà in umanità con coloro per i quali il Signore ha consegnato la sua vita.
Se ci domandiamo cosa significhi in verità diventare discepoli di Gesù, allora ci accorgiamo che il rimanere in Gesù esprime tutto un movimento incredibile. Si tratta di un continuamente sperimentato movimento di adesione, di inabissamento, di radicamento in Gesù, finché tutto di noi sia dentro la dinamica di rivelazione che ha caratterizzato lui, vale a dire: tutto il suo essere e agire, tutta la sua vita, non è che rivelazione dell’amore sconfinato del Padre per noi.

In quell’amore tutto confluisce in unità, perché su tutto e in tutti splenda il suo amore salvatore. La porta che fa accedere alla potenza trasformante di quell’amore è il piangere, il continuo pentimento nella memoria continua di Dio. Tanto che l’amore al prossimo da parte dei discepoli di Cristo non rivela in primo luogo la generosità degli uomini, ma la loro fede sincera, l’attaccamento al loro Signore, la condivisione di un’intimità di vita e di affetti, nello Spirito, capace di far vivere dentro un’umanità trasfigurata, seppur ferita. La santità si riferisce al fatto di « avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione », come dice s. Francesco d’Assisi e la pace riguarda la ritrovata comunione con Dio, in Cristo, che si espande e dilaga su tutto, senza più avanzare rivendicazioni di sorta che ne limiterebbero lo splendore e la portata, ormai sciolte dal pianto.

La pace è custodita dalla gratitudine che ha riempito il cuore come conseguenza delle lacrime effuse in abbondanza partendo dalla coscienza del proprio scoprirsi peccatori, ma peccatori perdonati. Tanto che davanti a Dio l’uomo si sente accolto e perdonato, mentre davanti ai fratelli si sente sempre peccatore: le lacrime permettono al cuore di vivere questo doppio movimento di custodire la memoria attuale del proprio essere peccatore in modo da non rivendicare nulla presso i fratelli e, contemporaneamente, di godere della dolcezza del perdono del Signore che riporta il cuore alla sua luminosità di creatura amata.
Le lacrime sono il miglior antidoto all’asprezza con cui l’uomo guarda a se stesso condannandosi. Proprio come l’esperienza di s. Caterina da Siena fa presagire:

«Tu infatti, Trinità eterna, sei creatore e io creatura; e ho conosciuto – perché tu me ne hai dato l’intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del tuo Figlio – che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura»5.

NOTE

1. I Padri del deserto, Detti. Collezione sistematica. Introduzione, traduzione e note a cura di Luigi d’Ayala Valva, Qiqajon, Bose 2013, 317: X, sul discernimento, n. 133.
2. Hadewijch d’Anvers, Les lettres (1220-1240). La perle de l’école rhéno-flamande, Le Sarment, Paris 2002, Lettera VIII, 111-112.
3. La Stampa, domenica 2 giugno 2019.
4. Elia Citterio, Un fuoco che brucia ma non consuma. La preghiera del cuore nella singolare esperienza romena del Roveto ardente, Il Cerchio, Rimini 2021: Inno acatisto del Roveto Ardente della Madre di Dio, Ikos X, 215.
5. D. Bonhoeffer, Vita comune, Queriniana, Brescia 1991, 19.
autore
p. Elia Citterio