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Recensioni
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La Bibbia e le donne, collana

AA.VV.

Il Pozzo di Giacobbe

Nato nel 2006 a Napoli con il contributo di studiose di diverse religioni e confessioni, il progetto “La Bibbia e le donne” ha indagato sulle figure femminili nelle Sacre Scritture e sulla loro interpretazione nella storia del cristianesimo.
I risultati conclusivi di questa ricerca internazionale svolta nell’arco di venti anni sono stati presentati al convegno interconfessionale e interreligioso “La Bibbia e le donne.
Esegesi, cultura e società”, che si è tenuto a Napoli dal 4 al 7 dicembre 2025. Promosso dal cardinale arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia e presieduto da mons. Franco Beneduce, vescovo ausiliare di Napoli, e da Adriana Valerio, che ha ideato il progetto e coordinato la ricerca, insieme alle colleghe Irmtraud Fischer, Mercedes Navarro Puerto e Charlotte Methuen, l’incontro ha registrato la partecipazione di relatrici  di alto profilo provenienti da undici Paesi del mondo (Germania, Austria, Spagna, Svizzera, Inghilterra, Portogallo, Argentina, Usa, Canada, Israele).
Per quattro giorni accademiche, studiose, esperte di studi biblici si sono alternate al tavolo del congresso, con l’intento di avviare un dialogo con le giovani generazioni, con il mondo della cultura e della società civile sia su questioni inerenti la Bibbia e le sue interpretazioni sia su temi di particolare attualità come l’affermazione della dignità delle persone, la costruzione di una cultura della pace e la fondazione di un’etica delle relazioni umane in una società inclusiva.
Dal progetto – che ha visto il coinvolgimento di circa 300 studiose di varie confessioni religiose cristiane, cattoliche, protestanti, oltre che ebree, per riflettere sui rapporti intercorsi tra la Bibbia e la donna – è scaturita la pubblicazione di 21 volumi in quattro lingue, italiano, tedesco, spagnolo e inglese: un’opera monumentale – condotta con rigore e acribia non solo da teologhe, ma anche da bibliste, storiche, archeologhe, letterate – che va considerata una pietra miliare della ricerca biblica.
«Una grande felicità nel veder realizzata dopo due decenni un’opera enciclopedica in cui pochi credevano; nell’abbracciare tante colleghe per incontrarsi, confrontarsi e dialogare ancora sui tanti temi ancora aperti della ricerca», spiega Adriana Valerio, teologa, storica del cristianesimo e già delegata arcivescovile per il settore laicale nella diocesi di Napoli e presidente dell’Associazione europea delle teologhe.
Venti anni di studio e lavori di respiro internazionale, interdisciplinare ed ecumenico, dunque, confluiti nella collana “La Bibbia e le donne: esegesi, cultura e storia”, articolata in 21 testi dalle case editrici Il Pozzo di Giacobbe, Sbi, Kohlhammer e Verbo Divino. Marinella Perroni, teologa e biblista, fondatrice del Coordinamento Teologhe Italiane, precisa che «si tratta di ventuno volumi, ma sarebbe meglio dire che si tratta di ottantaquattro volumi perché ciascuno è uscito quasi contemporaneamente in tedesco, italiano, spagnolo e inglese.
Di essi, cinque sono di esegesi del testo biblico – tre sull’AT: Torah, Profezia, Sapienza; e due sul NT: Vangeli e Letteratura epistolare – e diciassette percorrono le diverse epoche storiche, a partire da quella degli scritti extrabiblici del giudaismo e dei primi secoli cristiani fino a quella delle correnti esegetiche del XX e XXI secolo».

Mary Attento


Christian Bobin. Poeta della gioia

Christophe Henning

Qiqajon 2025

Dopo aver letto il libriccino di Christophe Henning, dal titolo Christian Bobin. Poeta della gioia, edito da Qiqajon nel 2025, viene spontaneo chiedersi come possa essere considerato poeta della gioia un uomo che, durante la sua vita, è stato raggiunto da numerose vicende dolorose.
Di quale gioia si intende parlare? Alcuni versetti di una poesia sul Natale del pastore protestante Dietrich Bonhoeffer, morto in un campo di concentramento alcuni anni prima della nascita di Christian Bobin, esprimono qualcosa di illuminante sulla gioia, quasi a descrivere quanto ha vissuto il poeta Christian Bobin: «La gioia di Dio / è passata attraverso la povertà della mangiatoria, / e la pena della croce, / perciò essa è invincibile, / inconfutabile».
Scegliendo tra gli scritti di Christian Bobin, C. Henning offre al lettore alcune intense meditazioni sul significato della vera gioia, radicata in Dio, nel suo percorso di vita, dall’infanzia alla maturità e la scelta, elaborata nel tempo, di accogliere il tutto nel particolare, di aprirsi al mondo dal paese di origine, vivendo le piccole cose della vita nel silenzio e nella solitudine che si fa parola.
La gioia di Dio passa attraverso la povertà della mangiatoia: la vita di Christian Bobin si è svolta per lo più a Le Creusot (piccola città della Borgogna) in una quotidianità semplice, fatta di piccole cose, di numerose esperienze di solitudine e di sofferenza. L’andare all’essenziale, con uno spirito infantile, anche dopo il tempo dell’infanzia, gli fa accogliere il tutto della vita come un dono, le persone e quanto lo circonda con atteggiamento di abbandono, di fiducia, nella convinzione, acquisita nel tempo, e non senza fatica, che nel poco che ci è dato, c’è tutto, che la pienezza non consiste in un’operazione di addizione, ma di sottrazione.
La povertà della mangiatoia, paradossalmente, allude, nel suo caso, ai limiti imposti da una vita nascosta in un piccolo paese e quasi vissuta nell’isolamento della sua casa. In quella condizione, Bobin scopre la vera gioia e l’essenziale del mondo. La gioia è entrare nella meraviglia, meravigliarsi ogni giorno per esempio, nell’interrogare l’albero di fronte alla finestra della sala: «”Cosa c’è di nuovo oggi?” La risposta arriva senza esitazione, portata da centinaia di foglie: “Tutto”».
Gioia è la scrittura, perché lì è possibile trovare la propria casa, in un foglio bianco si scopre e si comprende l’essenziale del mondo e di sé stessi. Si assapora la gioia nel dono dell’amicizia, nella ricerca della verità in ciò che sta in basso, più che in ciò che sta in alto, nell’esperienza della mancanza, più che nella pienezza. Come è accaduto a Francesco d’Assisi, uomo molto caro a Bobin, che ha conosciuto la vera gioia come «il risultato di una conquista interiore, dopo aver affrontato tutte le prove».
Bonhoeffer scrive, nella poesia, che la gioia di Dio passa attraverso la pena della croce, e proprio per questo è invincibile, inconfutabile. Non si tratta, come afferma Bobin, della gioia di chi è leggero, ma di chi si sente pesante, di chi, come lui, sente di essere «un blocco di dolore».
Sin dall’infanzia sperimenta il dolore nella vita famigliare: l’angoscia della madre, dopo la distruzione della casa di famiglia durante il bombardamento di Le Creusot nel 1943, si prolunga anche dopo la nascita del figlio tanto da impedirgli di uscire liberamente; la follia della nonna rinchiusa in un ospedale psichiatrico; la perdita della donna che amava, Ghislaine, sua musa ispiratrice; la malattia del padre, infine, la sua stessa malattia.
La fatica del vivere, il vuoto, la solitudine, le paure, tutto passa attraverso la scrittura: «Scrivere è disegnare una porta su un muro invalicabile e poi aprirla». La porta aperta è quel desiderio di continuare a vivere, è la volontà di non smettere mai di rinascere, dopo essere morti, è non permettere alla sofferenza di prendersi tutto. I gesti più puri, le cose più umili ci parlano di Dio, «i frutti come le pietre, le erbe come le stelle», sono un invito alla gioia e alla festa infinita: è la risurrezione, l’ottavo giorno, già presente quaggiù e poi dopo la morte, quando «la porta che si aprirà allora sarà magnifica».
Leggere questo piccolo tesoro di saggezza vuol dire ascoltare, nelle parole di Bobin, l’invito a vivere, a credere nella vita, a sperare, a cercare «materia di lode ovunque, anche nel peggio». Si impara a guardare i fiori per sovrastare il dolore, il male, le prove, le lotte della vita.
È un gesto puro che non ha nel mondo la sua fonte, ma è una luce, una grazia, che scaturisce da una ferita.

Roberta Foresta


Il Pellegrinaggio
La più antica preghiera del corpo

Jean-Paul Hernández S.J.

Roma Edizioni AdP 2025

In questo libro P. Jean-Paul Hernández affronta il tema del pellegrinaggio dopo aver liberato la strada da fardelli ed intoppi generati dalla nostra autoreferenzialità e dalla cultura riduzionista in cui siamo immersi, dei quali si è occupato nel testo Ciò che rende la fede difficile (Edizioni AdP 2024), in sintonia con l’anno di preghiera invocato da Papa Francesco in preparazione dell’anno giubilare. Per una felice intuizione, l’immagine di copertina del primo testo mostra un paio di scarpe da cammino appese, mentre nel secondo giganteggia il particolare dei piedi nudi e sporchi dei pellegrini nel celebre quadro di Caravaggio della Madonna di Loreto nella basilica di S. Agostino a Roma: le difese sia psichiche che intellettuali, una volta comprese e demistificate, o meglio risolte in passi di avvicinamento al dono della fede, preparano il campo ad un impegno di tutto l’essere, anima e corpo, accettato nella sua fragilità e precarietà, per ‘attraversare’ la distanza che lo separa da un Oltre e da un Altro che irresistibilmente lo chiama.
Peregrinus deriva da per (attraverso) e ager (campo), scrive l’autore a pagina 6, ed il più antico pellegrinaggio narrato da un testo letterario si riferisce al viaggio intrapreso dall’eroe sumerico Gilgamesh per trovare l’amico morto Enkidu, un vero e proprio viaggio nell’aldilà che occupa tutto il tempo di una vita «e in definitiva traduce il tempo in spazio» (p. 5).

Nell’antico Egitto, presso gli Ittiti, in India, Cina e Giappone sono documentate tradizioni di pellegrinaggio nelle quali la memoria di una divinità o di un maestro di spiritualità trasforma l’esperienza fisica in itinerario interiore, vie di meditazione sulla morte che consentono il passaggio ad una vita rinnovata, una rinascita. Tale percorso è ancora più evidente nella processione che da Atene si snodava fino ad Eleusi durante i Grandi Misteri celebrati annualmente in autunno: l’iniziato si trovava coinvolto nel ciclo eternamente rinnovantesi della natura, simboleggiato miticamente dalla vicenda di Persefone.
Più tardi anche l’Islam valorizzerà il pellegrinaggio a La Mecca come uno dei cinque pilastri della fede, recuperando culti e ritualità locali preesistenti e sottolineando la finalità purificatrice della devozione con il simbolo del lavacro e della veste bianca (l’ihram).
In queste esplorazioni l’autore non manca di rilevare acutamente analogie e consonanze, sia nei contenuti che nelle forme del rito anche a distanza di secoli e di miglia, in modo da delineare una tensione antropologica fondamentale a uscire da sé per incontrare il Mistero.
Per Israele il pellegrinaggio è una costante esistenziale ed un primario fattore identitario: popolo chiamato a conquistare orizzonti sempre più ampi di libertà, affina progressivamente la sua capacità di ascoltare un Dio che vuole la sua salvezza e che si fa pellegrino Lui stesso con Abramo, nel binomio di nube e colonna di fuoco nel deserto, nella tenda che regola gli spostamenti e le intemperanze del popolo che Egli ama. Le tre principali feste ebraiche, Pesah, Shavuot e Sukkot prevedono la ‘salita’ a Gerusalemme per fare memoria rispettivamente dell’esodo dall’Egitto, del dono della Legge sul Sinai e dei 40 anni trascorsi nel deserto sotto le tende, ma, nell’attualizzare quegli eventi, soprattutto la terza si configura come profezia della fine dei tempi, quando tutti i popoli -ebrei e non- convergeranno sulla città santa perché si saranno convertiti all’unico Dio
È Gesù di Nazareth che invera questa profezia, completa il pellegrinaggio storico di Israele ripartendo proprio dal Giordano, da Giosuè, libera il suo popolo da ogni esilio toccando e prendendo su di sé il peccato e invita a seguirlo sulla via tracciata dal Padre.
«Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.» (Gv 1,10-11).

La vita di Gesù è compresa tra il suo primo pellegrinaggio presso gli uomini, la kenosis, e il suo ritorno al Padre da Risorto. A due pellegrini in fuga verso Emmaus Gesù affida il suo ultimo insegnamento, legato come sempre a parole e a gesti (Lc 24,13-35) che arrivano a prefigurare la liturgia eucaristica come indicazione di rotta, ormai per tutti i popoli, fino alla Gerusalemme celeste, di cui quella terrestre è pegno con il segno potente della tomba vuota.
Il ritorno dei due discepoli «stolti e lenti di cuore a credere» (Lc 24,25) è l’origine del cammino della Chiesa nella storia, come confermano la prima denominazione dei cristiani, ‘quelli della via’, e la struttura spaziale dei primi edifici religiosi, le ‘basiliche’, luoghi di incontro e di condivisione orientati verso un orizzonte metastorico in cui non vi sarà più separazione tra profano e sacro e la città di Caino sarà trasfigurata nella Gerusalemme celeste.

Man mano che ci si inoltra nella lettura, si avverte il calore della vena pastorale e teologica emergere dalla dimensione storico-biblica per coinvolgere il lettore in un’appassionante identificazione del pellegrinaggio con il cammino spirituale di ciascuno, con la vita stessa.
Non può mancare, a questo proposito, il riferimento a S. Ignazio di Loyola che in età moderna, con gli Esercizi Spirituali, codifica il cammino di trasformazione nel nome di Gesù ed interpreta la vita come un continuo procedere verso un’esperienza sempre più piena di Dio simboleggiata sulla terra dalla Chiesa di Roma, che può pertanto affiancarsi o sostituire Gerusalemme come meta del pellegrinaggio fisico.
Segue un’indagine serrata delle testimonianze di pellegrinaggio al Santo Sepolcro a partire dall’Itinerarium Burdigalense del 333, attraverso Egeria, Melania, Paola, Pietro l’Ibero, Teodosio, il Pellegrino di Piacenza fino al De locis sanctis del vescovo Arculfo (670 ca.).
Proprio nel VII secolo dopo la conquista di Gerusalemme (637), per le crescenti difficoltà del viaggio, il percorso assume una valenza precisamente penitenziale, non più solo liturgica, cioè di venerazione dei luoghi santi toccati dalla vicenda terrena di Gesù.
Anche per questo motivo e per la traslazione delle reliquie dei martiri nelle basiliche urbane, dal IX secolo si incrementa lo spostamento dei pellegrini verso la città eterna -dove fin dai primi secoli convergevano per il culto dei martiri-, tanto da consolidare percorsi strutturati: la via Francigena da Canterbury alla via Francigena del Sud, la via Romea lungo l’Adriatico…

L’identificazione di Roma con Gerusalemme è testimoniata dall’iconografia delle absidi mosaicate o affrescate (a partire da quella di S. Pudenziana, inizio V secolo), dalla riproduzione del Santo Sepolcro in numerosi edifici sacri (Bologna, Pisa, Brindisi…), dalla diffusione del motivo del labirinto, di ascendenza classica, ma orientato all’incontro con Cristo (come dimostra il singolare affresco di S. Francesco ad Alatri) e di S. Rocco pellegrino-guaritore-guarito che diventa emblema di quella guarigione cui aspira chi si mette in cammino.
Il primo Giubileo del 1300 sancisce la crasi tra Roma e Gerusalemme rilanciando il memoriale ebraico descritto in Lv 25, che festeggia il perdono di Dio e il ristabilimento delle condizioni originarie della creazione, quasi una seconda nascita di Israele dopo il ritorno dall’esilio.
Ma un tale obiettivo è destinato a realizzarsi solo alla fine dei tempi e proprio con riferimento a questa speranza Gesù inizia la vita pubblica citando in Sinagoga Is 61,1 (Lc 4, 16-21) e presentandosi come il ritorno da ogni esilio e la pienezza del perdono. L’invito a Roma per il Giubileo è un avvicinamento, un’anticipazione di questo compimento verso il quale il pellegrino vuole orientare la sua vita fino ad inginocchiarsi sulla soglia del mistero (la Porta Santa), come i due personaggi nel dipinto di Caravaggio.

A partire dal IX secolo, dopo la riconquista di parte della Spagna, si definisce con precisione un terzo itinerario di pellegrinaggio, il cammino di Santiago di Compostela descritto minuziosamente nel Codex Calixtinus (XII secolo), per rinnovare la propria vita al cospetto del grande apostolo che aveva predicato in Spagna e le cui spoglie vi erano tornate dopo l’uccisione a Gerusalemme. Proprio come il santo, anche il pellegrino si spinge «fino agli estremi confini della terra» (At 1,8) dove può liberarsi degli abiti stracciati, lavarsi e ricevere una veste bianca recuperando in pieno il senso del Battesimo che forse si era perso con la diffusione del battesimo dei neonati.
In questa sezione del testo l’autore rivela al massimo grado l’inconfondibile strumentazione che intreccia mirabilmente fascino e precisione teologica nell’interpretare la liturgia, i simboli (il vestito, la conchiglia, la perla, la croce, il bastone), l’eucologia e soprattutto i rilievi presenti nelle facciate della cattedrale, culminanti nel Portico della Gloria. In quest’ultimo risiede il messaggio centrale del Cammino e di ogni pellegrinaggio, in quelle ferite che il Redentore mostra al pellegrino ferito per una comunione che ne illumina l’intera esistenza, scandita dal tempo armonico dei 24 anziani dell’Apocalisse musicanti: l’aldilà cercato da Gilgamesh, la grande festa di Sukkot, il Sepolcro vuoto si fanno esperienza viva nel riconoscere che in ogni momento della vita quel Cristo ha camminato insieme a noi.
Dopo una sintetica rassegna delle numerose altre mete di pellegrinaggio in Europa e nel mondo, P. Hernández conclude questa preziosa guida ad un autentico percorso giubilare con uno sguardo alla società attuale, caratterizzata da un turismo di massa compulsivo e apparentemente insensato per il quale utilizza il termine “Holzwege” di Heidegger.
In questo vagare forsennato senza meta, con un appassionato guizzo pastorale, legge in filigrana un bisogno, una profonda domanda di strade che abbiano e diano senso se i turisti si orientano sempre più sui monumenti del passato, come per saccheggiare l’eredità nascosta in quelle pietre.
L’apertura del cuore non è senza un monito per i cristiani, che per primi sono chiamati ad accogliere ed accompagnare le genti in una conversione da turisti a pellegrini ed a trasformare le pietre scritte nei secoli in pietre vive, rifulgenti come le stelle che hanno sempre guidato l’uomo.

Maria Cristina De Mariassevich


Le vie dello sguardo

Itinerari tra arte e fede nella collezione del monastero domenicano di Pratovecchio

Suor Paola Gobbo (cur)

Gangemi Editore, Roma 2025

La pubblicazione nasce dalla esigenza di accompagnare e prendere per mano il visitatore che, nella Sala espositiva del nuova struttura del Monastero di Santa Maria della Neve e San Domenico a Pratovecchio (AR), ha la possibilità di ammirare la ricca produzione artistica proveniente dai tre antichi monasteri domenicani soppressi: San Domenico di Sesto Fiorentino, Santa Maria Novella di Arezzo e Santa Maria della Neve di Pratovecchio, che è stata colà riunita.
L’iniziativa di allestire una Sala espositiva nel convento nasce proprio con l’intento di preservare la memoria della provenienza delle opere dai diversi monasteri (più di 80 opere che comprendono un arco di tempo dal XIV al XX secolo), di rendere fruibile alla comunità attuale il vasto patrimonio artistico raccolto dalle generazioni precedenti e di mostrare i diversi momenti della esperienza spirituale della comunità domenicana.
La Sala espositiva trova spazio nelle fondamenta del nuovo edificio del monastero di Pratovecchio, una struttura moderna e sostenibile, collocazione che riveste forte significato simbolico, come sottolineato da suor M. Lucia Manfredi, priora della comunità: «La nostra comunità monastica affonda le radici nel passato della nostra storia e questa diventa il fondamento su cui continuare a costruire l’oggi con uno sguardo al domani».
Il criterio seguito per l’allestimento è stato, in primo luogo, quello iconografico, cioè di andare a vedere gli aspetti simbolici, i colori, i personaggi rappresentati.
Come ben evidenziato dalla curatrice del volume suor M. Paola Diana Gobbo, monaca dell’Ordine dei Predicatori, Diplomata in Restauro, chi entra nella sala « è chiamato a compiere un salto dall’opera al simbolo, a ciò che il simbolo stesso rappresenta » ed a compiere un percorso che porta all’intimo dell’opera andando oltre l’apparenza, lasciandosi interpellare nel profondo del cuore e della mente dai segni e simboli che si disvelano davanti agli occhi. Educare, quindi, i nostri occhi a vedere perché la funzione dell’Arte è «profetizzare, parlare dell’Invisibile, evocare con forme, suoni e colori lo sconosciuto, il non detto, l’inisprimibile, ciò che è più intimo, più prezioso, più divino dell’uomo» (cfr Via dello Sguardo, p. 33 ).
Ma non solo questo, l’intento è anche quello di consentire al visitatore di fare un percorso di tipo spirituale nella tradizione domenicana.
La curatrice suor Paola ricorda come uno dei motti dell’Ordine dei Predicatori è Contemplari et contemplata aliis tradere (contemplare e donare agli altri ciò che si è contemplato). La contemplazione, quindi, non fine a sé stessa, ma che apre ad un annuncio, ad un messaggio, che diventa occasione di dialogo, di incontro e di predicazione attraverso la via privilegiata costituita dall’ immagine artistica, vero e proprio “luogo teologico”.
Questo cammino tra arte e fede, costruito per trasmettere, attraverso l’arte, il senso di una storia vissuta nella preghiera, nel servizio e nella cura della bellezza, si sviluppa con la descrizione dettagliata delle opere allocate nei vari ambienti e proprio perché l’allestimento è stato concepito con l’intento di preservare la memoria della provenienza delle collezioni, è stato scelto di utilizzare colori differenti per le targhe illustrative delle opere (arancione per quelle provenienti dal monastero di Pratovecchio, verde per quelle di Querceto-Sesto Fiorentino e blu per quelle provenienti da Arezzo).
Le opere esposte sono espressione della scena artistica di provenienza, specificatamente aretina e fiorentina ed alcuni degli artisti hanno lavorato, pur se in epoche diverse, per diversi monasteri domenicani, sia maschili e femminili.
Per ciascuna opera viene offerta una descrizione accurata grazie alla sapiente, scrupolosa ed, al tempo stesso, garbata e delicata guida di suor Paola, che accompagna il lettore non solo sotto l’aspetto artistico, ma gli consente, anche, di fare una esperienza spirituale, di apprezzare il significato profondo di ciò che l’immagine mostra agli occhi e di entrare in un mondo diverso, in un annuncio di un invisibile mistero, che infonde serenità e pace interiore.
Quadri e dipinti che parlano di una vita di preghiera, immagini di santi e sante in contemplazione, Madonne ritratte in diversi atteggiamenti, ma non solo, anche piccoli oggetti di vita quotidiana, libri e documenti vari che consentono di comprendere meglio la vita monastica come presenza nel mondo e testimoniano come la preghiera si fa vita a conferma del percorso espositivo proposto, volto a laudare Dio con la madre di Gesù e con i figli e le figli spirituali di S Domenico attraverso l’arte, non solo ornamento, ma espressione di fede e manifestazione di bellezza che parla all’intimo di ciascuno di noi.

Giovanna Via


Rosario Livatino. Tra diritto e fede

Gaetano Armao

Treccani (2025)

La scelta di pubblicare una recensione del recente saggio su Rosario Livatino, in una rivista di arti e teologie, potrebbe sorprendere più di qualche lettore.
La tesi di Livatino sulla disciplina urbanistica nella Regione siciliana, pubblicata per la prima volta nel saggio Rosario Livatino. Tra diritto e fede. A trentacinque anni dalla tesi di perfezionamento in Diritto regionale e dall’assassinio, a cura di Gaetano Armao, edito da Treccani (2025) è, invece, il segno tangibile del suo impegno per l’edificazione di una città dal volto umano, una città bella, accogliente, in cui l’estetica sia il riflesso della giustizia e del rispetto delle norme.
Regolamentare l’urbanistica significava per Livatino guardare al bene comune, del quale la bellezza è un riflesso. Ucciso dalla mafia agrigentina nel 1999, Livatino conosceva “l’impressionante serie di attentati alla proprietà privata e di reati contro il patrimonio in genere per mano di gruppi criminali organizzati, spesso in conflitto tra di loro”.
Quale operatore di giustizia, Livatino voleva mettere al centro dell’amministrazione della giustizia l’uomo, il quale non deve mai essere ridotto a meno strumento, a oggetto, soprattutto da parte di chi opera nel mondo del diritto.
« La diffusione dell’abusivismo edilizio e dello sfruttamento improprio del territorio affonda le proprie radici nell’illegalità generalizzata di amministrazioni locali, proprietari dei suoli, operatori economici e cittadini, e ha trovato in Sicilia un sicuro elemento acceleratore nell’aggressione della criminalità mafiosa che, acquisito il controllo di imprese di costruzioni, di laterizi e cementifici, cave, l’indotto economico di appalti privati e pubblici, mirava all’accrescimento della ricchezza e al riciclaggio di capitali illecitamente costituiti ».
In questo modo, la terra diventa, per i cittadini siciliani, sempre meno ricca e bella, a causa di un sistema di illegalità che avanza senza limiti. Tutto questo genera ingiustizia sociale con un impatto disastroso sullo sviluppo umano, con conseguenze negative sulla qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco (Papa Francesco).
La scelta di Livatino, dopo anni di esperienza come giudice, di iscriversi al corso di perfezionamento sul diritto regionale esprimeva la ferma volontà di lottare per la bellezza delle città, che egli amava, contro i reati ambientali e urbanistici.
Il volume edito da Treccani, grazie alla curatela del professore Gaetano Armao, offre un tassello prezioso per approfondire ulteriormente la figura del giurista e uomo di fede Rosario Livatino.

Roberta Foresta


Madri liberate, liberanti

Marilena Lucente, Antonia Chiara Scardicchio

Paoline Edizioni, 2025, Collana Libri liberi, euro 12

Le pagine di questo libro sono volte al femminile, si parla di madri e di figlie. Il filo del racconto affronta la femminilità tenendo ben lontano i facili argomenti di giudizio, al contrario questa è narrata con una visuale soggettiva, sia essa storica che psicologica.
L’interlocutrice scelta dalle autrici è “la donna più diversa di tutte”; Maria di Nazareth, la madre di Gesù, tuttavia coinvolta dalle autrici non solo come madre ma anche come donna.
Ed è così che la lettura si dipana attraverso una femminilità spalmata su argomenti culturali, sociali, biblici e teologici. Tale declinazione può generare, in un primo momento timore, tuttavia questa sensazione si scioglie quando si realizza che tutto parte dal coraggio generato e partorito dalle ferite portate dentro. È da questo punto, allora, che ci si identifica e si apprende che, dopo tutto, questa è una storia che appartiene a tutti noi, donne e uomini comunque feriti dalla vita, che, però, se liberati può diventare liberante. Il testo ha una prefazione del Card. Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli. Egli si rivolge alle autrici ringraziandole per aver messo a fuoco, ancora una volta, la rivoluzione di Cristo che sovvertendo i valori patriarcali del Suo tempo, volle vicino a se donne discepole, apostole e annunciatrici del mistero pasquale. Afferma inoltre: ”Il mio grazie è anche per quelle donne che, viaggiando sui sentieri dei vostri pensieri e delle vostre emozioni, si scopriranno liberate e liberanti, trovando nelle vostre riflessioni un abbraccio, un rifugio, una carezza”. Marilena Lucente è scrittrice e docente in materie letterarie. I suoi lavori, dai saggi alla narrativa, dalla poesia al teatro, raccontano storie di donne tra passato e presente. Antonia Chiara Scardicchio è associata di Pedagogia sociale presso l’Università di Bari. Si occupa di ricerca e formazione.

Giovanni Porta


I volti di Cristo

Michele Bacci

 

L’intento principale del suo ultimo lavoro, “I volti di Cristo. Immagini della santità tra Oriente e Occidente”, Michele Bacci lo dichiara fin dalle prime pagine del saggio ed è quello di indagare sul «modo in cui la fisionomia di Cristo che ci è ancor oggi familiare è stata costruita, tra tarda antichità e Medioevo, come esito finale di un processo secolare che si può descrivere come un graduale compromesso e uno sforzo di armonizzazione di indicazioni bibliche ambigue, tradizioni molteplici e distinte, posizioni teologiche discordanti e convenzioni visive differenziate».
L’autore, che è docente di storia dell’arte medievale all’università svizzera di Friburgo, affronta in modo magistrale un tema teologico che attraversa il tempo e, ricostruendo, con documenti e fonti letterarie e iconografiche, i lineamenti tradizionali di Gesù, cerca di capire, dalla Palestina al IX secolo, che volto attribuire al Dio incarnato.
Siamo soliti immaginare Gesù di Nazareth con lunghi capelli chiari e barba corta, ma i Vangeli – tesi a esaltare la centralità del suo messaggio – non forniscono alcuna descrizione del suo aspetto e le prime raffigurazioni cristiane sono molto diverse tra loro; san Paolo, addirittura, condanna i capelli lunghi negli uomini come qualcosa di sconveniente. È quindi sorprendente che a partire dal IX secolo l’iconografia del Cristo dai lunghi capelli e dalla barba corta sia diventata la più diffusa e autorevole.
Dal mandýlion di Edessa alle storie su Veronica (e fino alla Sindone di Torino), il volume, edito da Carocci e impreziosito da un ricchissimo corredo illustrativo, esplora ed analizza le leggende che tra la seconda metà del V secolo e la fine del VI hanno al centro antiche immagini del volto di Gesù – «Il bel viso, i capelli ricci, le belle mani e le lunghe dita» canonizza nel VI secolo un anonimo di Piacenza, dopo aver visitato i luoghi santi e visto con i suoi occhi una raffigurazione del Figlio di Dio – e ricostruisce il lungo percorso che ha portato alla definizione della fisionomia convenzionale del Redentore fra la tarda antichità e la fine del Medioevo, mettendola in relazione con le idee antiche e bibliche di bellezza, spiritualità e missione divina, esaminando testi e rappresentazioni che hanno alimentato la convinzione dell’esistenza di ritratti autentici del Salvatore.
Lo studioso, in questa vasta, rigorosa e articolata ricerca, propone anche confronti con altre religioni (buddhismo, induismo, giudaismo, islam, taoismo), mostrando come in molte culture si siano sviluppate immagini sacre simili.
Un’opera affascinante – scritta in inglese e poi tradotta in italiano dall’autore stesso – per chiunque voglia capire come e perché l’aspetto di Gesù sia cambiato nel tempo, riflettendo credenze, speranze e visioni diverse. Il vero volto del Nazzareno, in ogni caso, rimane ancora oggi un mistero.

Mary Attento


A passo d’uomo

Antonio Spadaro

Una storia di Gesù con i piedi per terra
Marsilio, pp.203, euro 19

A passo d’uomo (Una storia di Gesù con i piedi per terra, Marsilio, pp.203, euro 19), l’ultimo libro di Antonio Spadaro, è un racconto dei Vangeli fondato non solo sui contenuti della Parola, ma anche sui segni che possono interpretarla nella realtà fenomenica e fisica. «Il racconto che stiamo per attraversare non viene dall’alto… ma procede dal basso, al livello della strada», scrive l’autore nella introduzione. Il volume, infatti, si dispiega in un’originale lettura simbolica dei Vangeli, riferita a precisi elementi fisici – l’acqua, la pietra, la sabbia – che diventano, nel riflesso della fede, luoghi teologici, espressi in una visione attiva e dinamica dell’esistenza. Si tratta di un libro suggestivo, scritto sul filo di una spiritualità immersiva, calata concretamente nel tempo dell’uomo. «Ogni uomo conosce un mare da attraversare, una roccia da affrontare, una sabbia da calpestare, un passo da misurare», scrive Spadaro. La struttura dell’opera, la cui prefazione, di una ispirata semplicità, è di Patti Smith, è concepita come una partitura filmica e organizzata, potrebbe dirsi, secondo una scansione cinematografica. Ne deriva l’idea, quanto mai attuale, di una fede in movimento, in azione, in cui Cristo assume la figura del camminatore, che lascia sul suo percorso non solo esempi, parabole, ammonizioni, esortazioni, ma anche emblematici indizi: l’impronta dei suoi passi, l’eco della sua voce, il vuoto della sua assenza e il pieno della sua divina presenza. Non si tratta di un libro teoretico o esegetico e neppure di meditazione. A passo d’uomo vuole raccontare attraverso il Vangelo la concreta esperienza della fede nell’attualità della vita. Dove non si è soli, si è sempre accompagnati, nella fragilità e non di rado nella sofferenza. Scrive l’autore: «Le cose diventano intellegibili quando le riportiamo alla nostra misura, al passo che possiamo tenere, alla distanza che possiamo colmare, alla parola che possiamo pronunciare». In questa chiave, in un clima di libertà intuitiva — dove notazioni, pensieri e spunti si aprono con taglio rivelativo, pur segnati da lunga rimeditazione — il racconto assume una forma di testimonianza. Le pagine si caricano di umanità, si confrontano non solo con le idee, ma anche con le contingenze della storia: «Solo se stanno insieme, gravità e trascendenza ci permettono di lasciare una nostra traccia sulla terra». I passaggi poetici imprimono al racconto un incanto sensoriale; i frequenti richiami alla pittura ne offrono il corrispettivo visivo. Un libro prezioso, per il suo raro modo di coinvolgerci alla sequela di quel Cristo che cammina con noi nella quotidianità della nostra esistenza. Con la certezza, scrive Patti Smith nella premessa, che «Gesù cammina da tempo immemorabile, i suoi piedi come di ottone brunito, a illuminare un susseguirsi di soglie. A ogni nostro passo in questa via, lui è accanto a noi. Mentre siamo avviluppati nei nostri pensieri, lui è a un pensiero da noi».
Giorgio Agnisola