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Testimonianze
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Roberta Foresta
Si è da poco concluso il Festival sull’Arte e la Giustizia, dal titolo REstART, che si è svolto dal 6 al 9 dicembre, a Lovanio, in Belgio.
Il nome REstART vuole indicare una ripartenza, un nuovo modo di intendere e parlare di giustizia riparativa. È interessante notare che nel termine è contenuta anche la parola arte, proprio perché l’arte può svolgere un ruolo significativo nel rapporto con la giustizia riparativa. Molteplici espressioni artistiche, anche immersive, forme d’arti performative, quali il teatro, la danza, la musica, laboratori interattivi concepiti come potenti strumenti creativi hanno coinvolto non solo numerosi artisti, ma anche persone impegnate nel campo della giustizia, e il grande pubblico che ha partecipato a questo importante appuntamento. Con l’obiettivo non solo di raccontare esperienze di giustizia vissute da individui e comunità, ma anche di dare voce alle vittime di ingiustizia che hanno scelto e intendono proporre modelli alternativi di riparazione al danno subito. Modelli che promuovano l’incontro, il dialogo, la trasformazione, una comprensione più profonda della giustizia e della gestione dei conflitti.L’EFRJ (European Forum Restorative Justice) coinvolge, in tutte le sue iniziative, l’arte e le arti perché la creatività può offrire nuove visioni da esplorare, con impegno e responsabilità, nell’ambito della giustizia riparativa, nel rispetto dei diritti umani, dello Stato di diritto, della partecipazione democratica e dei valori della libertà, dell’uguaglianza, della diversità anche religiosa.Tra le numerose partecipazioni a livello internazionale, vogliamo soffermarci sulla presenza significativa di Rondine Cittadella della Pace, un’organizzazione italiana che si impegna da anni per la riduzione dei conflitti armati, la gestione e la trasformazione del conflitto secondo la metodologia di Rondine, tesa a scoprire e a incontrare il nemico nel difficile lavoro della convivenza tra giovani provenienti da Paesi in conflitto, che accettano di vivere insieme nello Studentato Internazionale operante a Rondine.

Chiediamo al Presidente e Fondatore di Rondine Cittadella della Pace, Franco Vaccari quale valore ha avuto nel suo percorso di formazione e quale importanza riveste oggi l’arte e le arti in generale nell’esperienza di Rondine?

Franco Vaccari: Nel mio percorso di formazione l’arte ha avuto un valore profondo, direi quasi fondativo. Non come semplice espressione estetica, ma come linguaggio capace di andare oltre le parole, di toccare ciò che spesso resta indicibile: il dolore, la speranza, il conflitto, il desiderio di senso. L’arte mi ha insegnato presto che esistono verità che non si spiegano, ma si incontrano, e che l’esperienza umana è fatta anche di simboli, silenzi, emozioni condivise.
Oggi, nell’esperienza di Rondine Cittadella della Pace, le arti rivestono un ruolo essenziale. Rondine è un luogo in cui giovani provenienti da Paesi in conflitto imparano a trasformare l’inimicizia in relazione, e questo processo non può avvenire solo attraverso la razionalizzazione del pensiero. L’arte, nelle sue diverse forme, diventa uno spazio sicuro di espressione, un terreno comune dove le differenze non vengono negate ma riconosciute e attraversate.

Le arti aiutano a umanizzare il nemico, a raccontare la propria storia senza difese, a vedere l’altro non più come il rappresentante del popolo che è in guerra con il mio, che vuole uccidermi ma come una persona con sogni e desideri che sono più vicini ai miei di chiunque altro. In questo senso, l’arte non è un complemento del nostro metodo educativo, ma una sua componente vitale: apre varchi, genera domande, costruisce ponti là dove le parole da sole spesso non bastano. A Rondine l’arte è esperienza di pace, perché educa allo sguardo, all’ascolto e alla responsabilità verso l’altro.
(Franco Vaccari-Fondatore e presidente di Rondine Cittadella della Pace)
 

Desideriamo ora dare voce ai racconti di Mariam e Teodora, due donne protagoniste di una performance musicale dal titolo Dissonanze in accordo, presentate al Festival RestART.
Mariam:
Lettera a Artsakh․․․

Ciao Artsakh, come stai?
Come ti senti? A casa va tutto bene? Gli alberi sono fioriti? C’è qualcuno che raccoglie i tuoi raccolti? qualcuno è seduto sulle vostre panchine? C’è qualcuno che si prende cura di te? / Sono venuta a dirti che mi sei tanto mancato. Sai, mi hanno chiesto di raccontare della nostra storia, della nostra sofferenza, della nostra perdita, della nostra identità, dei giorni dolorosi che abbiamo vissuto insieme./ Essere lontano da te è come cercare di separarsi dal proprio stesso “io” //
Sono cresciuta in un luogo dove regnava sempre il conflitto. Tutta la mia vita è stata segnata dalla violenza politica tra Armenia e Azerbaigian. Quando ero piccola, sentivo sempre la parola “guerra”.

Mia madre diceva sempre: “Spero che le future generazioni non vedano mai la guerra”. Ma io sono di quella generazione che ha visto e vissuto tre guerre. Sono quella generazione che ha sentito e sente il dolore della perdita della patria.
Le guerre iniziano all’improvviso, anche quando la probabilità è alta, sono inaspettate. Le tre guerre della mia vita sono state così.
Non sapevo cosa fosse la guerra finché non ho perso mio fratello, i miei amici, le persone che amavo, la casa, la patria. In guerra la tua vita non ha garanzie, e quando c“è la pace vivi con i ricordi della guerra. Le scene familiari dei film sono diventate realtà: / un rumore improvviso / una potente esplosione / le persone accanto a te fuggono urlando, e capisci che la vita e la morte sono fianco a fianco․
La cosa più difficile è chiudere gli occhi e cercare di rivivere i ricordi. Il suono e l’odore della casa, quando ci penso il corpo inizia a farmi male.
Erano i giorni di guerra.

Ho ricevuto una chiamata da mio fratello. Ciao, Mariam, mi senti… La connessione si è
interrotta, ho provato a richiamare, ma nei giorni di guerra la connessione era così debole che non era possibile.
Pochi giorni dopo, al mattino, ricevemmo una telefonata. Ci dissero che mio fratello era morto.
Tutto crollò, tutto diventò nero e dentro di me la guerra continuava ancora. Questa era un’altra guerra: silenziosa, mormorante.
La guerra era finita, ma la scatola della perdita non era ancora stata chiusa.
Dopo la guerra, ero a casa / la casa era polverosa. L’odore della guerra era ancora nell’aria e io mi affrettavo a pulire per liberarmi da quell’odore.
Ricevemmo un’altra telefonata, ci dissero che dovevamo lasciare la casa, perché il villaggio sarebbe stato ceduto // Non avevo idea che quella sarebbe stata l’ultima volta che sarei stata lì.

Guardavo le pareti e volevo credere che fosse l’ultima volta. Era l’ultima volta che ascoltavo il suono della casa, l’ultima volta che potevo camminare lungo il sentiero sassoso di casa. L’ultima volta che cantavo nel villaggio / Tutto era l’ultima volta.

Come puoi mettere tutta la tua vita in una sola valigia?

Dopo la guerra del 2020, alcune aree erano passate sotto il controllo dell’Azerbaigian, ma Artsakh continuava a vivere
Per nove mesi l’Artsakh è rimasta sotto assedio dall’Azerbaigian, separata dal mondo esterno, in piena catastrofe — il cibo e le medicine erano finite, non c’era elettricità — il 19 settembre 2023 è iniziato l’attacco.
Era ancora la guerra / ma stavolta irreversibile. L’Azerbaigian ha attaccato il popolo di Artsakh. Ricordo che per giorni non riuscivamo a metterci in contatto con mia sorella. Il tempo sembrava essersi fermato. Finalmente, dopo qualche giorno, ci chiamò. “Siamo vivi, tutto va bene.” Piansi di gioia: erano vivi /
A partire dal 24 settembre, l’intera popolazione armena dell’Artsakh è stata costretta a lasciare le proprie terre. È avvenuta una pulizia etnica. In quel momento capii che mi stavano strappando da me stessa․
La mattina del 19 settembre sono state le ultime ore davvero felici della mia vita ///
Dopo la guerra, le persone che amo non sono più le stesse. La guerra cambia le persone. La guerra ruba i sorrisi. La guerra porta via i colori.
Dentro di me c’è il dolore più triste, un vuoto enorme, che quasi posso toccare.
Prima volevo riempirlo, ma non ci riuscivo. Sempre qualcosa rimaneva incompleto, a metà. Correvo dietro al colore della pace, consapevole che non l’avrei mai più trovato.

Artsakh, ma tu sai cosa sentono e vedono glii altri, le persone dall’altra parte del confine?
Io non lo sapevo.

Adesso mi trovo qui a Rondine.
Volevo ascoltare la voce dall’altro lato.
Nonostante tra noi ci fossero diversi chilometri, su cui era scritto “confine vietato”, non avevo mai avuto l’opportunità di parlare e ascoltare.
Qui, per la prima volta, ho incontrato due persone dall’ Azerbaigian.
Il primo che ho visto è stato Samir. Si è avvicinato, mi ha chiesto come stavo, se la mia famiglia stava bene.
Poi ho incontrato Zohra: è venuta, mi ha abbracciato e mi ha chiesto: Come stai?
In quel momento, non c’erano più confini, ma c’era paura. Incertezza.. Tremavo in tutto il corpo quando vidi per la prima volta quella bandiera e sentii la lingua. Tutto era incredibilmente vicino, dolorosamente reale e senza confini. In quel momento mi sembrava di affrontare tutte le mie paure, i miei dolori e i miei ricordi più difficili.
Rondine mi ha insegnato a riconoscere me stessa attraverso l’altro, a vedere non solo il mio dolore, ma anche l’umanità dell’altro, e a riconoscere e vedere l’altro senza confini.
Ricordo che ci sedemmo insieme intorno al fuoco. Parlavamo del dolore e dei ricordi della guerra. In quel momento, non cerano più confini. C’era la possibilità di sentire, capire, ascoltare ///

Artsakh,
recentemente ho capito che le mie nuove persone parlano solo di guerra, ma loro non mi chiedono di te, di come sei, dei tuoi colori vivaci, del tuo calore e sorriso, dell’aria, delle montagne, dei tetti e del colore del cielo, delle persone, del dialetto, dell’amore, della tua purezza e semplicità.
Sembra che abbiano paura che i ricordi della pace possano farmi male. Ma io voglio che le persone non mi chiedano solo della guerra, ma anche della tua pace. I ricordi della casa sono più grandi della guerra, dell’assedio, della deportazione. Voglio che loro mi chiedano della casa. Voglio condividere con loro quello che è rimasto di me, di te, di noi. Adesso, non ho la possibilità di portarli da te, di portare la mia pace vissuta, ma vorrei almeno che, a volte, mentalmente, fossimo insieme da te, da dove tutto è cominciato, da dove ho iniziato.
Un abbraccio forte,
Mariam

Teodora:
Dai, prendi un’altra.

Vi dico subito: si parla di rakija. E credeteci o no, è la frase più comune nella mia famiglia. Mi chiamo Teodora, ho 26 anni, e vengo dai Balcani – che in pratica significa che vengo da una terra dove ogni famiglia ha almeno due cose: una bottiglia di rakija sotto il lavello, e un motivo per berla. O due bottiglie. O tre motivi. Insomma, chi li conta più? (Io. Io li conto). A casa nostra c’era un elemento in più: la politica. Quindi, nella maggior parte dei casi, eravamo in quattro: papà, la politica, la rakija e io. A volte in cinque: mia sorella andava e veniva, sia dalle conversazioni che dal paese. L’elemento silenzioso, onnipresente – la guerra – io non l’ho mai vista, ma c’era sempre con noi, dentro tutte quelle bottiglie.
Partiamo dall’inizio.

Mio padre è del Kosovo. Era contro Slobodan Milošević prima che diventasse mainstream! Credeva nella pace, e penso ci creda ancora. Credeva nella possibilità di comprensione reciproca tra albanesi e serbi seduti allo stesso tavolo senza ribaltarlo, nemmeno per sbaglio. Ma i politici non erano d’accordo e la guerra è arrivata comunque: non invitata, come uno zio ubriaco a un matrimonio che insiste per sapere per chi voterai alle prossime elezioni. In un modo o nell’altro, qualcuno era, ed è ancora, sempre ubriaco.

Mia madre, invece, è della Serbia centrale. Crede in tre cose: primo, l’alcol uccide i germi. Secondo, le guerre sono una cospirazione di uomini con…ego piccoli. Terzo, non bisogna mai sposare un uomo. Eppure uno l’ha sposato. Anche lei beveva, ma meno da ribelle e più da farmacista (perché lo è davvero) e lo chiamava “medicina.” E a casa nostra l’alcol non era un problema, era la soluzione. Hanno cominciato a bere più o meno nello stesso periodo in cui gli aerei della NATO hanno iniziato a volare sopra le loro teste. Coincidenza? Forse. Ma non credo.
Quando mia sorella e io eravamo piccole facevamo finta di dormire sul divano quando sentivamo girare la chiave nella porta. Mio padre entrava barcollando, con l’odore di rakija alla prugna e di tradimento dello stato, sbatteva la borsa per terra come se dentro ci fosse il governo, e poi… sempre, SEMPRE!!! si abbassava accanto a me, convinto che dormissi, e mi diceva:
“Ti si moje sunce, Tejice.” Tu sei il mio sole.
o invece, non mi muovevo, non aprivo mai gli occhi, nemmeno la prima volta che l’ho sentito piangere. E non ha pianto solo quella volta. Ho una fissazione per contare, ma quella cosa lì era impossibile da contare con le mie piccole dita.

Quella era la nostra favola della buonanotte: un uomo ubriaco che cercava di non rovinare le figlie che amava più del suo stesso fegato. Più o meno, la pace a casa nostra aveva questo aspetto: un uomo ubriaco aggrappato a una figlia finta addormentata come fosse una zattera. E nei Balcani, non vai in terapia, vai alla bottiglia. Poi torni al lavoro. Poi torni alla bottiglia. E così via, finché non implodi o inizi a scrivere poesie. Ecco perché amo scrivere – le ho provato entrambe. A 16 anni mi versavo il primo bicchiere, a 19 riuscivo a bere più del mio ragazzo e citare Bukowski. A 22 bevevo come se avessi qualcosa da dimostrare: come se l’unico modo per restare in orbita attorno al dolore della mia famiglia fosse incendiarmi anche io.
Poco più di 365 giorni fa, ho bevuto la mia ultima rakija.

Ovviamente, con mio padre. Eravamo in terrazza, il tavolo pieno di birre e bottiglie di rakija e un posacenere che nessuno svuotava. Lui ha versato e, ovviamente, non ho detto di no. E solo quattro mesi dopo quella rakija, mi sono trasferita in Italia. A volte non so nemmeno come ci sono arrivata – una sorta di divina commedia fatta di burocrazia, borse di studio e saggi ironici (tipo questo!).
Sono finita a studiare nella World House, in un paesino della Toscana. Il cartello dice: Rondine Cittadella della Pace. Alzerò un bicchiere per questo… forse… un giorno.
E visto che la mia vita sobria è cominciata come tutte le mie decisioni migliori – per sbaglio – non avevo proprio previsto di celebrarla in Italia. Ho superato feste di compleanno, conferenze accademiche, nostalgia, serate di musica balcanica (che Dio mi aiuti), e due attacchi di panico alla stazione di Firenze. Niente rakija, niente vino, niente dolci distrazioni. Vi dico subito: 365 è un numero grande. Sono 365 decisioni prese ogni giorno:
La decisione di non essere mio padre.
La decisione di non essere mia madre.
La decisione di essere qualcosa di peggio: loro figlia.

All’inizio era solo una settimana. Poi due, poi un mese, poi quattro… E il 6 maggio sul mio telefono è comparso l’annuncio: UN ANNO. Un anno senza – è stato un bel periodo.
Che Dio mi aiuti, adesso sento tutto.
È TERRIBILE. Ma anche un po’ divertente.
Come quella sera in cui i miei coinquilini mi hanno organizzato una festa. Ve lo immaginate? Te ne vai tranquilla in cucina e tutti iniziano a urlare: BRAVA!
C’erano i miei nuovi amici: Zohra, Viktorija, Đorđe e Hamza, Mariam e Ofelia, Djenebou e Bernadette, Carlos. Ma c’erano anche Bind e Adelina dal Kosovo. Ero confusa, ma felice. Tutti insieme, uniti da… beh, non dall’alcol, ovviamente. Ma il momento che mi ha davvero spezzata non è stata la festa. È arrivato dopo: sola, nel silenzio della mia stanza, quando il telefono si è acceso con un messaggio. Solo tre parole:

“Tea, sei brava!”

Era di Adelina, del Kosovo. All’inizio ci fissavamo con diffidenza nei corridoi di Rondine. Avevo un po’ paura di lei. Lei scherzava dicendo che avevo “l’aria da colonizzatrice”, io rispondevo che lei aveva “la sindrome di superiorità.” E… non avevamo proprio torto. Ma poi, tra bucati condivisi e sigarette di mezzanotte (anche quelle le ho smesse — per ora), abbiamo imparato a parlare. Poi ad ascoltare. Poi a fidarci.
Alla fine, la pace non è una conferenza o un sogno. È questa cosa minuscola, silenziosa, che ti entra nel telefono quando meno te lo aspetti, senza medaglie e senza pretendere applausi.
Una frase, una gentilezza.
Più inebriante di qualsiasi drink abbia mai bevuto. E stavolta, me la ricorderò anche domattina.
 


Teodora Markovic è nata a Belgrado ed è stata una studentessa del programma World House  di Rondine (settembre 2024 – dicembre 2025). Ha una formazione in sociologia e filosofia e sta attualmente completando un Master in Conflict Management and Humanitarian Action presso l’Università di Siena.
Oggi Teodora si dedica all’arte e al giornalismo: conduce un programma radiofonico dedicato alla scena artistica indipendente e scrive per la rivista Selfie, occupandosi in particolare di artiste donne. Ama scrivere e le piace imparare nuove lingue.