Condividi su:
autore
Ruggiero Lattanzio
Il cristianesimo, prima ancora di essere una religione basata sull’osservanza di riti e precetti, è il lieto annuncio dell’auto-rivelazione di Dio nella persona di Gesù Cristo, il quale prende l’iniziativa di venire a riconciliarsi con un’umanità disorientata e smarrita a causa della propria pretesa di bastare a se stessa.
Come scriveva l’apostolo Paolo ai Corinzi:

«Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe» (2 Cor 5,19).

Gesù è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, che, attraverso il suo insegnamento e il suo servizio, ci manifesta il volto misericordioso di Dio Padre e la Sua volontà di riconciliare con sé il genere umano.
Una delle parabole più eloquenti raccontate da Gesù per esprimere la gioia di Dio per ogni peccatore che si ravvede e ritorna a Lui è la nota parabola lucana di quel padre che aveva due figli, il più giovane dei quali, volendo rendersi indipendente, gli chiese la parte dei beni che gli spettava (Lc 15,11-32). Questa parabola va compresa nell’ottica della cultura patriarcale dell’epoca, quando un padre avrebbe certamente potuto dividere i suoi beni tra i figli, ma l’usufrutto dei beni divisi rimaneva comunque al genitore finché era in vita.
Il figlio minore, invece, voleva subito la propria parte, considerando suo padre come se per lui fosse già morto. Egli, dunque, stava già rinnegato il padre nel momento stesso in cui chiese la sua eredità per andarsene via di casa. Malgrado non fosse tenuto a farlo, il padre divise i suoi beni tra i due figli e lasciò pure il figlio minore libero di andarsene per la sua strada.

Probabilmente, una madre di quei tempi non avrebbe lasciato volentieri che un figlio andasse via di casa così facilmente perché generalmente la figura materna è più protettiva mentre quella paterna è più consapevole del fatto che i figli, per poter crescere, devono essere lasciati liberi di fare le loro esperienze.
Il figlio partì verso un paese lontano, dove sperperò tutti i beni ricevuti, vivendo in modo dissoluto. Ma, quando ebbe speso tutto e il paese in cui si trovava fu colpito da una carestia, egli cominciò a trovarsi nell’indigenza… Fu proprio allora che si rese conto di quanto in basso fosse caduto. Egli decise così di ritornare dal padre per chiedergli di essere riaccolto in casa come uno dei suoi servi perché ormai non meritava più di essere chiamato suo figlio.
Il padre, però, non appena lo vide arrivare in lontananza, “ne ebbe compassione” (Lc 15,20) o, come traducono altre traduzioni, “si commosse“.

L’evangelista utilizza in greco un verbo (splanchnizomai) rievocante una parola ebraica (rahamim) che sta a indicare le viscere materne, considerate come la sede dell’amore materno. Questo verbo esprime il sentimento empatico di Dio in Cristo verso ogni creatura bisognosa di cure: «Il muoversi a compassione si traduce in un vero e proprio sentire nelle proprie viscere i bisogni e le sofferenze altrui come se fossero propri. A differenza del sentimento della pietà per il quale si riconosce la sofferenza del l’altro e s’interviene in suo favore, conservando però un distacco emotivo verso l’altro, la compassione implica anche e soprattutto un coinvolgimento emotivo con le gioie e i dolori altrui e dunque una partecipazione personale alle passioni e ai patimenti degli altri, che genera accoglienza e condivisione »1 .

Le commoventi azioni che si susseguono nel racconto non sono altro che la traduzione in atti d’amore di questo sentimento empatico e compassionevole: il padre gli corse incontro, lo abbracciò forte e lo baciò. Il giovane non ebbe nemmeno il tempo di confessare la propria colpa che già suo padre attivò i servi di casa per farlo rivestire con la veste più bella e per infilargli al dito l’anello che gli conferiva nuovamente il diritto di comandare sui servi, restituendogli appieno la sua dignità di figlio che non avrebbe più meritato. Infine, fece ammazzare il vitello più grasso per festeggiare il ritorno del figlio perduto.

L’immagine di Dio presentataci da Gesù in questa parabola è quella di un Genitore che ci ama incondizionatamente, come una vera e propria madre, ma che, nel contempo, ci ama anche come un padre perché non ci costringe a stare con Lui, ma ci lascia liberi di rimanere o di andarcene. Il suo amore non diventa mai morboso e soffocante, come rischia di diventare l’amore materno quando non lascia più ai figli la loro autonomia.
Nel 1669 Rembrandt, pittore olandese di estrazione luterana, dipinse il padre misericordioso che riabbraccia il figlio minore con una mano robusta e rugosa da uomo e l’altra delicata e affusolata, come quella di una donna. Le due diverse mani rappresentano, in quell’unico abbraccio, un amore che è simultaneamente paterno e materno. Il Dio che Gesù Cristo ci rivela è, dunque, un Padre che sa essere allo stesso tempo materno e paterno. Se fosse soltanto paterno, smetterebbe di amare i figli disobbedienti e li punirebbe severamente per imporre loro la sua autorità; se fosse soltanto materno, finirebbe col giustificare qualsiasi loro manchevolezza senza prima porli di fronte ai loro errori.

Il Padreterno è, invece, quel Dio che, mentre rimprovera, è già pronto a giustificare; mentre condanna, è già pronto a perdonare; mentre giudica, è già pronto a salvare. Dio Padre è Colui che sa essere nel contempo un Dio giusto e misericordioso: giusto nel rivelarci la nostra condizione di peccato e misericordioso nel suo essere disposto a perdonarci; giusto nel condannare il peccato e misericordioso nell’assolvere il peccatore.
La riconciliazione non è dunque il frutto di un percorso umano verso Dio e verso gli altri, ma è un dono della grazia di Dio, il quale viene a cercarci per mezzo di Gesù Cristo per abbracciarci uno per uno e riaccoglierci nel suo amore, al fine di renderci in grado di andare a nostra volta incontro al nostro prossimo per portare a tutti il lieto annuncio della riconciliazione:

« Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio ». (2 Cor 5,20).

Il messaggio cristiano non si esaurisce nell’annunciare la riconciliazione con Dio ma, partendo da questo lieto annuncio, intende anche promuovere la riconciliazione tra gli esseri umani. Uno dei principali insegnamenti di Gesù racchiusi nel Sermone sul monte riguarda proprio la riconciliazione tra fratelli:

«Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello ». (Mt 5,23-24).

Come Dio ha preso l’iniziativa di venire a riconciliarsi con noi per mezzo di Gesù Cristo, così anche noi siamo chiamati a prendere l’iniziativa d’incamminarci verso il fratello o la sorella per riappacificarci, mettendo da parte ogni orgoglio umano e lasciandoci mobilitare dalla misericordia che Dio ha usato verso di noi, perché gratuitamente abbiamo da Lui ricevuto grazia, perdono e accoglienza e altrettanto gratuitamente abbiamo la responsabilità di donarci agli altri (Mt 10,8) come segno di gratitudine verso il nostro Signore e Salvatore, Nel ricercare la riconciliazione con il nostro prossimo, non possiamo dunque lasciarci frenare dal retro-pensiero su chi abbia ragione o torto. Gesù infatti chiede a ogni suo discepolo d’incamminarsi verso il fratello che nutre risentimenti nei propri confronti senza aspettare che sia questo a fare il primo passo.

Il “ministero della riconciliazione” (2 Cor 5,18), che Dio ci ha affidato per mezzo di Gesù Cristo, non rimane relegato verso i fratelli o le sorelle di sangue o nella fede, ma si estende fino a includere potenzialmente gente “di ogni tribù, lingua, popolo e nazione” (Ap 5,9).
Infatti, attraverso il sacrificio di Gesù Cristo sulla croce, Dio è venuto a stabilire un nuovo patto d’amore dalla portata universale, che non è più circoscritto al solo Israele ma coinvolge l’intera umanità. I discepoli infatti sono chiamati dal Risorto a essere suoi testimoni:

«in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra»
(At 1,8).

La portata universale del vangelo di Gesù Cristo è ben espressa nella Lettera agli Efesini. L’autore, rivolgendosi a cristiani di origini pagane, scrive loro:

«ricordatevi che un tempo voi, stranieri di nascita […] eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele ed estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. Lui, infatti, è la nostra pace; lui, che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, la legge fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo facendo la pace; e per riconciliarli tutti e due con Dio in un corpo unico mediante la croce, sulla quale fece morire l’inimicizia. […] Così dunque non siete più né stranieri né ospiti; ma siete concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio ». (Ef 2,11-19).

Per mezzo del sacrificio di Cristo, Dio ha offerto a tutti, ebrei e pagani, il dono della riconciliazione grazie al quale tutti possono finalmente avere pace con Dio. Ma, dal momento in cui Dio si è riavvicinato sia agli ebrei sia anche ai pagani non soltanto ebrei e pagani hanno pace con Dio, ma vengono anche riappacificati tra di loro, ritrovando la loro unità nella comunione col Padre e col Figlio in un medesimo Spirito.
Dio in Cristo è venuto ad abbattere il muro di separazione che divideva gli ebrei dai pagani, costituito dalla legge fatta di precetti che, essendo destinata soltanto agli ebrei, marcava un confine netto tra il popolo dell’alleanza sinaitica e gli altri popoli esclusi da quella alleanza. La nuova ed eterna alleanza è invece aperta a tutta l’umanità, chiamata a seguire la legge di Cristo, che è la legge dell’amore.

Ricapitolando, Gesù è venuto a riconciliarci non solo con Dio ma anche con il nostro prossimo. Egli, dunque, non è soltanto l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (1 Tm 2,5), ma è anche l’unico intermediario tra me e il mio prossimo. Come scriveva Bonhoeffer:

«senza Cristo non c’è pace tra Dio e gli uomini, non c’è pace tra uomo e uomo. Cristo si è posto come mediatore e ha fatto pace con Dio e in mezzo agli uomini. Senza Cristo, non conosceremmo Dio, non potremmo invocarlo o giungere a lui. È il nostro stesso io a sbarrarci la strada. Cristo ha aperto la strada che conduce a Dio e al fratello »2 .

Per mezzo di Gesù Cristo, possiamo finalmente percorrere la strada verso la riconciliazione con il nostro prossimo, chiunque egli sia, al fine di accoglierci gli uni gli altri nel rispetto delle diversità che permangono tra di noi.
Nel popolo della nuova alleanza, che è la chiesa, non conta più essere ebrei o pagani, bianchi o neri, maschi o femmine, ricchi o poveri perché quello che conta è l’essere uno in Cristo, che ci ha riconciliati tutti con Dio.

Oggigiorno la chiesa del Signore è chiamata a vivere al proprio interno il meraviglioso dono della riconciliazione e ad annunciarlo a questo mondo, sempre più lacerato da conflitti e divisioni, iniziando col relativizzare le storiche divisioni che hanno portato alla nascita delle diverse confessioni cristiane per dare valore all’unità che possiamo già vivere insieme nella comunione con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, affinché, alla luce di questa unità spirituale, possiamo riscoprire nelle nostre rispettive diversità non un motivo di separazione, ma un valore aggiunto, che è dato dalla ricchezza con la quale lo Spirito si esprime per generare diverse esperienze di fede che s’incontrano tutte nel glorificare quell’unico Dio d’amore, che è fonte di riconciliazione e di pace per tutti.

NOTE

1. R. Lattanzio, Teologia dell’empatia, Edizioni San Paolo, Roma 2025, 44.
2. D. Bonhoeffer, Vita comune, Queriniana, Brescia 1991, 19.