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Chagall in mosaico. Dal progetto all’opera.

MAR-Museo d’Arte della città di Ravenna

«Non oso nemmeno pensare che si possa fare qualcosa di mio in mosaico» (Marc Chagall, 1955)
1) Marc Chagall maquette pour la mosaique Le Coq bleu, 1955. Gouache, acquarell, crayon su papier maroufle sue toil, 99,5 cm x151,5 cm, Paris colleztion Berulle Art, © Chagall ®, by SIAE 2025

La mostra dal titolo Chagall in mosaico. Dal progetto all’opera, allestita presso il MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna dal 18 ottobre 2025 al 18 gennaio 2026, può essere considerata come la prima esposizione in Italia interamente dedicata al legame tra il grande artista e la tecnica musiva, un itinerario del suo percorso creativo ancora poco esplorato. Tra l’altro, opportunamente, l’inaugurazione ha conciso anche con l’avvio della IX Biennale di Mosaico Contemporaneo di Ravenna (promossa dal Comune e dall’Assessorato alla Cultura, Mosaico e Turismo) che, proprio a partire dal 18 ottobre, ha segnato la presenza di eventi e istallazioni diffusi nella città dove questo linguaggio artistico ha una grande tradizione millenaria capace però di rinnovarsi e dialogare con la contemporaneità.
Nello specifico, la mostra è stata il frutto del lavoro di coproduzione fra la rete del GrandPalaisRmn, il Musée national Marc Chagall di Nizza e il MAR-Museo d’Arte della città di Ravenna, con una curatela che ha visto la partecipazione di Anne Dopffer (direttore generale dei Musées nationaux du XXe siècle des Alpes-Maritimes), Grégory Couderc (responsabile scientifico del Musée national Marc Chagall), Giorgia Salerno (conservatrice del MAR) e Daniele Torcellini (direttore artistico della IX Biennale di Mosaico Contemporaneo). Fondamentale è stata anche la preziosa collaborazione dell’Archives & Catalogue raisonné Marc Chagall. Di fatto, l’esposizione ravennate è avvenuta dopo che a Nizza si è svolta la prima tappa della mostra (tra maggio e settembre 2025), come prosecuzione dei cicli di approfondimento sulle diverse tecniche sperimentate dall’artista.Come si è anticipato sopra, la mostra ha rappresentato un momento fondamentale per la riscoperta di una fase artistica di Chagall poco conosciuta, ossia il suo rapporto con il mosaico, iniziato negli anni Cinquanta in stretto dialogo con la città di Ravenna. In particolare, il legame tra l’artista e la città nasce nel 1954, quando Chagall ha occasione di visitare la città rimanendo particolarmente colpito dalla mirabile bellezza dei mosaici bizantini. Un anno dopo, su iniziativa di Giuseppe Bovini, allora direttore del Museo Nazionale di Ravenna e grazie l’intervento dello storico dell’arte Lionello Venturi, Chagall viene invitato a partecipare alla Mostra di Mosaici Moderni che si svolgerà nel 1959. Quest’ultima vantava nel comitato scientifico la presenza di nomi d’eccellenza della storia dell’arte, tra i quali Giulio Carlo Argan e Palma Bucarelli e rappresentò un unicum nel panorama nazionale e nell’evoluzione del mosaico contemporaneo. Furono invitati a partecipare alcuni fra i più celebri artisti italiani dell’epoca, come Afro, Giuseppe Capogrossi, Renato Guttuso ed Emilio Vedova, i quali inviarono su carta rigida i loro bozzetti per la mostra ravvenate che furono poi realizzati dal Gruppo Mosaicisti dell’Accademia di Belle Arti della città: interpretazioni che hanno finito per costituire – alcune di esse – il nucleo storico della collezione musiva del MAR.

2) Marc Chagall, Le coq bleu, 1955-59, mosaico realizzato da Antonio Rocchi, Ravenna, MAR Museo d’Arte della città © Chagall ®, by SIAE 2025

L’esposizione ravennate Chagall in mosaico. Dal progetto all’opera ha presentato sostanzialmente quattordici progetti musivi dell’artista realizzati tra il 1955 e il 1986, con l’aggiunta di una importante sezione conclusiva dedicata ai maestri mosaicisti ravennati che collaborarono con l’artista, tra cui, in particolare, Romolo Papa (1923-1996), Antonio Rocchi (1916-2005) e Lino Melano (1924-1979) (cfr. in particolare: Felice Nittolo, Maestri mosaicisti a Ravenna prima e dopo la II guerra mondiale, Edizione del Girasole, Ravenna 2006).
Di particolare interesse comunque è risultata la qualità dell’allestimento, semplice ma efficace nella sua strategia comunicativa, come pure i materiali esposti, quali bozzetti, gouasches, disegni, dipinti, incisioni, litografie che accompagnano ciascun progetto, con l’esposizione, là dove è stato possibile, anche del mosaico realizzato dai maestri mosaicisti dell’Accademia. Particolarmente curato poi risulta il catalogo della mostra (a cura di Gregory Couderc, Anne Dopffer, Giorgia Salerno e Daniele Torcellini) edito da Silvana Editoriale, ricco di approfondimenti e con un ottimo apparato iconografico.Non abbiamo qui lo spazio per documentare tutti i quattordici progetti musivi presentati, ma alcuni di questi però meritano di essere segnalati. Tra questi, vi è sicuramente il primo mosaico di Chagall, quello per l’esposizione ravennate Mostra di Mosaici Moderni del 1959 e dal titolo Le Coq bleu / Il gallo blu (1955-1959). Si tratta della raffigurazione di un mirabile grande gallo blu che trasporta un mazzo di fiori in un paesaggio marino. In mostra erano esposti sia il bozzetto di Chagall (gouache, acquarello, matita su carta applicata su tela, 99,5 × 151,5 cm, conservato presso la Collezione Bérulle Art di Parigi), come pure una suggestiva litografia, Le Paysage au coq (1958), ma anche le due versioni del mosaico realizzate: quella del mosaicista Romolo Papa (maggio 1958) appartenente ad una collezione privata, e quella del mosaicista Antonio Rocchi (giugno-luglio 1958) appartenente alla collezione musiva permanente del MAR. I due mosaici, qui esposti per la prima volta, hanno permesso un confronto diretto tra due diverse interpretazioni stilistiche.

3) Marc Chagall, maquette pour la mosaïque Le_Message_d’Ulysse, faculté de droit et de sciences économiques, Nice, 1967, tempera, gouache, crayon noir, encre de Chine, collage de papiers et de tissus sur papier vélin, 77,1×245 cm. Collection particulière, © Chagall ®, by SIAE 2025

La versione di Papa si distingue per i contorni marcati, per l’impiego di tessere di smalto vetroso, regolari, che restituiscono una lettura più netta dell’immagine; quella di Rocchi, al contrario, adotta un approccio più pittorico, dove le tessere, di dimensioni variabili, seguono il movimento del pennello, creando un effetto più mosso e sfumato. In entrambi le interpretazioni permangono i caratteri “onirici” – rimarcati da un blu intenso che ricorda il colore della notte – di una figura, quella del gallo, molto cara a Chagall e ricorrente nelle sue opere (come in Le Coq rouge dans la nuit, 1944): figura che vive tra il sogno e la realtà, simbolo vivo di rinascita e di vitalità, ma anche quale ponte tra il mondo terreno e quello spirituale.Come è stato precisato dai curatori della mostra, Le Coq bleu segna, per Chagall, l’inizio di un nuovo cammino creativo: da questa prima esperienza prende, infatti, forma il desiderio di esplorare il mosaico anche su scala monumentale, aprendo la strada a progetti di più ampio respiro. È il caso de La Cour Chagall/La corte Chagall (1964-1966), lo spazio di un giardino d’inverno commissionato dalla collezionista di origine russa Ira Kostelitz e che vede il dispiegarsi su tre lati contigui di un grande mosaico con festoni vegetali e uccelli che si librano lungo la sequenza compositiva parietale. Al centro di questa, intorno a un sole, si intrecciano una fenice, un maestoso pavone e altri volatili e ghirlande floreali, il tutto su uno sfondo chiaro arricchito da tocchi di colore. Qui Chagall ha voluto richiamare il giardino dell’Eden, ma non in una visione statica, ma dinamica dove tutto sembra attraversato da una leggera brezza intenta ad animare le forme. Ancora una volta gli animali rappresentati, quali la fenice e il pavone, richiamano il tema della rinascita, il tutto all’interno di una composizione che si articola in un vero e proprio spazio trasfigurato che sembra animato dalla presenza di una brezza leggera, riecheggiante la presenza di quello spirito divino primordiale (ruach) che alleggiava all’inizio della creazione secondo il racconto biblico. Data la consistente dimensione dell’opera, in mostra era presente il solo bozzetto per il mosaico (inchiostro di china, gouache e pastello su carta in tre parti incollate, 27,20 × 120,20 cm, collezione Fondation Pierre Gianadda, Martigny), mentre si è optato per una riproduzione scenografica ideale per restituire l’ambientazione dell’impianto del giardino, con le tre pareti mosaicate stampate ad alta definizione su pannelli disposti a C. Presenti, sempre in mostra, anche le due raffinatissime sculture sempre di Chagall, originariamente collocate al centro del giardino, ossia l’Oiseua / Uccello (1964) e il Poisson / Pesce (1964), entrambe in marmo bianco di Vence e provenienti sempre dalla Fondation Pierre Gianadda.

4) Marc Chagall, Le Message d’Ulysse, 1968, mosaico realizzato da Heidi e Lino Melano, Faculté de Droit, Nice © Photo: François Fernandez / Musées nationaux du XXe siècle des Alpes-Maritimes © Chagall ®, by SIAE 2025

Di grandi dimensioni sono anche i Mosaïques pour la Knesset / Mosaici per la Knesset realizzati tra i 1964 e il 1966, su richiesta di Kadish Luz, allora presidente della Knesset, sede del Parlamento israeliano. Profondamente legato alla storia e alla cultura ebraica, Chagall sviluppa in questo progetto una narrazione che combina episodi biblici, storia personale ed eventi contemporanei. Già nel 1963 l’artista progettava di creare arazzi, ai quali poi si aggiunsero i mosaici pavimentali nel 1964, seguiti dai mosaici murali nel 1965. I mosaici pavimentali, caratterizzati da una tavolozza chiara di verdi, marroni e tocchi di arancione, rendono omaggio ai pavimenti delle sinagoghe dell’Israele del V e VI secolo, dove animali si intrecciano a simboli ebraici, come l’arca dell’alleanza, lo shofar e la menorah. Ispirato al Salmo 137 e al muro del pianto, che Chagall aveva già dipinto nel 1931 durante la sua prima visita a Gerusalemme, il mosaico murale appare esprimere la nostalgia del popolo ebraico per la terra d’Israele, con la menorah e l’angelo quali espliciti inviti a tornare a Sion. In mostra è stato esposto proprio il dipinto Jèrusalem, Le Mure des lamentations / Gerusalemme, Il muro del pianto (olio, e gouache su tela, 100 × 81,2 cm, collezione privata) che Chagall aveva realizzato nel 1931.

5) Marc Chagall, maquette pour la mosaïque Le Grand Soleil, villa «La Colline», Saint-Paul-de-Vence,1967, gouache, graphite, encre, pastel et collage de tissus sur papier vergé, 42,7×44,5 cm. Collection particulière, © Chagall ®, by SIAE 2025

Altra opera dal respiro architettonico è Le Message d’Ulysse / Il messaggio di Ulisse (1967-1969), mosaico progettato per l’atrio d’ingresso della nuova facoltà di giurisprudenza di Nizza. Suggerito dal rettore, il tema di Ulisse, ispirato al saggio Ulysse ou l’intelligence di Gabriel Audisio del 1946, rappresenta perfettamente il messaggio che Chagall voleva indicare alle nuove generazioni: una celebrazione dell’uomo che trionfa sulle prove della vita con saggezza e intelligenza. Realizzato da Lino e Heidi Melano nel 1968, questo mosaico monumentale rappresenta l’apogeo dell’eccellenza tecnica dei due mosaicisti, in perfetta sintonia con il raffinato modello di Chagall presentato in mostra (bozzetto definitivo, tempera, gouache, matita nera, inchiostro di china, collage di carta e tessuto su carta velina, 77,1 × 245 cm, collezione privata). Le sue tonalità vibranti e i rilievi luminosi culminano nella brillantezza unica delle tessere d’oro e d’argento che adornano Ulisse con una veste di luce. Il guerriero domina il centro della composizione, circondato da nove episodi emblematici del suo viaggio mitologico: in alto, l’assemblea degli dei sull’Olimpo, Calipso, Polifemo, Circe e le Sirene; in basso, Nausicaa, la prova dell’arco, il letto nuziale e la morte di Ulisse. Il mosaico è accompagnato da una dedica di Chagall agli studenti che recita: «[…] Ulisse trionfa con il suo coraggio su tutte le prove che deve affrontare. Con la libertà e la pace riconquistate, realizza accanto a Penelope a Itaca il suo pieno destino umano: l’amore per la famiglia e il servizio alla città. Che questo messaggio di Ulisse testimoni a Nizza, che lo riceve dopo quello […] biblico, le molteplici fonti dell’anima mediterranea. Come gli splendori sacri della Bibbia, desidero che le bellezze del poema di Omero e l’amicizia che ha ispirato questo mosaico segnino il cuore e lo spirito di tutti gli studenti a cui lo dedico».Tra le opere sempre “a scala architettonica” merita ricordare sicuramene anche Les Quattre Saisons / Le quattro stagioni (1971-1974), mosaico che William Wood-Price, direttore della First National Bank di Chicago, grande ammiratore di Chagall, commissiona all’artista per la First National Bank Plaza. Si tratta del più grande mosaico progettato da Chagall (270 metri quadrati distribuiti su 128 pannelli) ed ha la forma di un parallelepipedo allungato collocato nel cuore di una piazza. Inizialmente affidato al mosaicista Lino Melano, coadiuvato da Michel Tharin, la sua realizzazione è portata a compimento da quest’ultimo dopo l’incendio del marzo 1973 nel laboratorio di Melano a Biot, che vede i modelli di Chagall gravemente danneggiati. Per il mosaico l’artista sceglie il tema delle Quattro Stagioni quale rappresentazione del ciclo della vita umana legato alla natura. Guidato anche da suggestioni musicali provenienti dalle vivaci composizioni di Haydn e di Vivaldi, Chagall elabora un’opera caratterizzata da una ricca “partitura” cromatica. Il sole, replicato più volte, illumina le stagioni, ricordando mirabilmente Le Gran Soleil de Vence di cui si dirà successivamente. Per ogni stagione, nel paesaggio di Chicago – dai grattacieli alle rive del lago Michigan – coppie di innamorati, animali e fiori animano la scena compositiva, dove musicisti e figure danzanti portano gioia. Un’opera quindi che si configura come un tripudio gioioso alla vita che si rigenera e si rinnova e che ha il pregio di qualificare, visivamente, l’identità di una piazza ricavata al centro di uno spazio delimitato dal profilo monotono e regolare di una sequenza incombente di torri per uffici, quasi ad indicare come il senso profondo delle cose vada al di là della ferrea cortina di un mondo inquadrato su principi di efficienza e di scambi economici. In mostra, oltre l’immagine fotografica dell’opera, sono stati presentati schizzi e bozzetti relativi alle quattro stagioni, tutti preparatori dell’opera finale.

6) Marc Chagall, Le Grand Soleil, 1967, Pierres, marbre, pâte de verre, 340 x 420 cm, collection particulière, © Chagall ®, by SIAE 2025 Photo: © Benoit Coignard

La mostra, di fatto, si concludeva con l’esposizione di un’opera musiva di particolar valore espressivo e da titolo Le Grand Soleil / Il grande sole realizzata tra il 1965-1967. Si tratta di una parete decorativa esterna della casa che Chagall insieme alla moglie andranno ad abitare a Saint Paul de Vence e progettata dall’architetto francese di origine russa André Svétchine. Qui Chagall corona il suo desiderio di costruire una casa tutta sua. La villa, chiamata La Colline, unisce spazi abitativi e atelier separati da una terrazza immersa nella vegetazione mediterranea. Proprio per la parete esterna della terrazza, l’artista disegna un mosaico quale dono per la moglie: un monumentale sole radiante, simbolo di luce ed energia creativa. Questo Grand Soleil, simile a un fiore a nove petali, contiene molti dei temi cari a Chagall: gli animali, l’albero della vita, il villaggio di Saint Paul e, al centro, una figura che suona lo shofar, diffondendo una melodia che si spande nell’universo.Le forme geometriche multicolori si diffondono nel cielo, così come progettate nel bozzetto originale (gouache, acquarello, matita su carta applicata su tela, 99,5 × 151,5 cm, collezione Bérulle Art, Parigi), componendo un ritmo visivo di grande armonia compositiva. Un mosaico che durante il giorno, giocando con le vibrazioni della luce, sembra voler ricongiungersi alla natura circostante immergendosi nella mirabile luce mediterranea. La mostra permette di vedere in tutta la sua bellezza proprio l’intero mosaico (in pietre, marmo, paste vitree, 340 x 420 cm), opera dei mosaicisti Lino e Heidi Melano che hanno mirabilmente tradotto in opera il bozzetto di Chagall. Un’opera che opportunamente conclude la visita alla mostra e che sembra aprirsi ad una gioiosa contemplazione del creato, coerentemente alla poetica più intima del grande artista bielorusso scomparso nella sua Saint Paul de Vence nel 1985.

Johnny Farabegoli


La Bibbia Istoriata Padovana. La città e i suoi affreschi

17 ottobre 2025 – 19 aprile 2026
Padova, Salone dei Vescovi del Museo Diocesano

Sono tante le collaborazioni che hanno reso possibile questo evento culturale unico: la mostra della “Bibbia Istoriata Padovana”, un manoscritto miniato di epoca trecentesca. A promuoverla, nel contesto del Giubileo della Speranza, la Fondazione Cariparo, con la collaborazione della Diocesi di Padova, del Vescovo Monsignor Claudio Cipolla. La Bibbia Istoriata è uno dei capolavori della politica culturale intrapresa dalla Signoria dei Carraresi, che esercitò il dominio sulla città di Padova tra il 1318 e il 1405. L’impegno per il mecenatismo artistico e intellettuale di Francesco il Vecchio e di sua moglie Fina Buzzaccarini trasformarono Padova in una “città dipinta” e produssero una vera e propria rivoluzione figurativa, tesa a rafforzare il potere e il prestigio attraverso l’immagine pubblica. Questa eredità culturale molto feconda che mise in dialogo le arti figurative, le scienze naturali, la filosofia e la teologia, testimonia l’identità della città di Padova, che ha saputo accogliere grandi maestri dell’arte figurativa, numerosi intellettuali, come Francesco Petrarca e tra i più grandi artisti, come Giotto. È all’insegna di questo dialogo culturale che è stato possibile riunire le due parti staccate della Bibbia Istoriata di cui, dopo la caduta dei Carraresi, si erano perse le tracce e successivamente conservate, una parte nell’Accademia dei Concordi, la seconda parte nella British Library. Non sappiamo se il progetto di raccontare tutti i libri della Bibbia sia mai stato concretamente realizzato. Le due parti riunite contengono il Pentateuco, il libro di Giosuè e Ruth, con uno sviluppo del racconto affidato alle immagini e dove il testo è didascalico rispetto alle immagini. La Bibbia Istoriata è stata collocata nella sede prestigiosa del Salone dei Vescovi, accanto al Battistero della Cattedrale affrescato da Giusto de’ Menabuoi, con il quale vi sono forti assonanze stilistiche. Una collocazione che invita il visitatore a compiere un percorso che parte da un’immersione nell’ambiente storico ed artistico della Padova del Trecento, nel quale maturò il progetto della Bibbia Istoriata, per proseguire fino all’originale delle due parti della Bibbia, protetto da una teca, con la possibilità infine di visionare le pagine interne della Bibbia riprodotte in fac simile. La storia della città di Padova strettamente unita alla storia della Chiesa padovana, con una centralità rappresentata dal testo biblico. Quasi un monito, sullo sfondo dell’anno giubilare, a dare valore e senso al tempo della storia, alla luce del messaggio della fede contenuto nella Bibbia.

Roberta Foresta


Alluminio, la forza silenziosa

Il premio Comel Vanna Migliorin arte contemporanea

Con il titolo “Alluminio, la forza silenziosa” si è svolta la XII edizione del “Premio COMEL Arte Contemporanea”.
Il Premio COMEL nasce nel 2012 in memoria della particolare passione per l’arte ed il sostegno per i progetti innovativi che hanno caratterizzato Vanna Migliorin, moglie di Alfonso Mazzola fondatore, a Latina, della CO.ME.L. Commercio Metalli Latina (oggi COMEL Industrie). Si tratta di un’azienda leader nel commercio e nella lavorazione di semilavorati di alluminio che si pregia di promuovere e sostenere il Premio COMEL come brillante esempio di sinergia tra arte e impresa.
Questo premio, promuovendo rapporti interculturali tra i Paesi del continente europeo e creando un importante spazio di condivisione e incontro tra artisti, studiosi e pubblico, è ormai divenuto una realtà consolidata nel panorama artistico moderno e una tra le competizioni europee più innovative.
Infatti, in 12 edizioni, ha suscitato e stimolato, di volta in volta, gli artisti alla creazione di un gran numero di opere inedite interessantissime, realizzate con qualsiasi tecnica possibile, pittura, scultura, design, fotografia ed installazione, e utilizzando l’alluminio, con le sue peculiarità e caratteristiche, come elemento principale e significativo.
E, di fatto, questo straordinario materiale, da tutti conosciuto attraverso i più svariati utilizzi del vivere quotidiano, nelle mani degli artisti e attraverso i linguaggi artistici contemporanei, svela infinite possibilità espressive, estetiche, comunicative e costruttive.

Il tema proposto da questa dodicesima edizione, che come le altre ha visto la proposta di moltissime opere tra le quali una giuria, composta da qualificati critici e storici dell’arte e presieduta dal Prof. Giorgio Agnisola, ha selezionato 13 opere finaliste (13 come il numero atomico dell’alluminio), ha posto l’attenzione sulla “forza silenziosa” di questo materiale. L’alluminio, infatti, che, con la sua particolare leggerezza e grande duttilità, appare fragile è, di in realtà, molto resistente agli agenti esterni e al tempo stesso: cambia spetto, forma, utilizzo ma non la sua capacità di “esistere”. Questa straordinaria attitudine naturale è parsa, agli organizzatori del Premio COMEL, una bellissima metafora di quelle che possono essere le infinite risorse vitali del genere umano che nei millenni ha dimostrato capacità di resistenza alle sfide di ogni tempo e di adattamento ai cambiamenti, trovando nuovi assetti e nuove forme di equilibrio.
Opera vincitrice di questa dodicesima edizione è stata “Memorie in superficie” di Alice Corbetta con la seguente motivazione:


“Per la suggestiva e raffinata elaborazione, intuitiva e riflessiva, di una lamina di alluminio, sulla cui superficie l’artista sembra interpretare in un continuum compositivo di forte e prensile risonanza emotiva, con incisioni, rilievi ed esperte tramature, un personale, delicatissimo cammino d’anima.”

L’opera (100 x 80 x 6 cm) appare come una sottile e fragile lamina di alluminio che sembra prendere vita da ciò che la sostiene: una base materica in stucco cementizio su pannello di legno lavorata in maniera finemente scultorea. Ciò che è duro e segnato dall’azione di energie esterne spazio-temporali caratterizza il suo rivestimento ed è così che l’alluminio, come pelle, rivela, in maniera docile, silenziosa e quasi trasparente, intrecci diversificati che in alcuni punti sembrano definire forme circolari di disegni floreali mentre in altre seguono reticoli cellulari e trame più o meno regolari che si addensano o si allargano, si definiscono e poi disperdono. Ed ecco che “memorie in superficie” è sembrata un’interpretazione particolarmente poetica del tema proposto dal concorso: appare un’opera profondamente umana perché in essa ognuno potrebbe riconoscere la pelle che ci avvolge, su di essa è impressa la propria unicità, fragilità e meravigliosa imperfezione, ciascuno con le proprie storie, racconti di ieri e di oggi, segni, cicatrici, rughe e discromie.
Sono state, inoltre, assegnate menzioni speciali ai seguenti artisti: la lituana Sigita Dackeviciute per l’opera scultorea “Structural Object, Alternatives”, Mario Viezzioli per l’opera “Traforo 100”, Simona Mastropietro per l’opera “Gesture II” e Margherita Cavallo per l’opera “Sono una Creatura”.
La partecipazione del pubblico, ad ogni edizione del Premio COMEL, è sempre stata fondamentale al punto da chiedere liberamente ad ogni visitatore di esprimere la propria preferenza verso un’opera in particolare. In questa edizione il pubblico, che numeroso ha visitato le 13 opere finaliste, ha espresso il proprio gradimento, in ex equo, per le opere “Bituminifera divisa” di Fatma Ibrahimi e “Pagine di esistenza” di Claudio Sapienza.
Insomma anche in questa edizione, così come nelle precedenti, questo prestigioso premio ha saputo dare voce a quanti hanno voluto parlare di questo nostro tempo attraverso le straordinarie capacità di un metallo che la natura dona e che l’ingegno creativo degli artisti sa trasformare in linguaggio.
Non ci resta che attendere la prossima edizione del Premio COMEL e ringraziare la passione e l’impegno profuso da tutto lo staff organizzativo diretto magistralmente da Maria Gabriella Mazzola, Manager della Società CO.ME.L. con i fratelli Adriano e Luisa, presidente della “Associazione Culturale Vanna Migliorin”.

Matilde Di Muro


Luoghi sacri condivisi

Roma, Villa Medici 9 ottobre 2925-19 gennaio 2026
Curatori della mostra e del catalogo (Silvana Editoriale): D. Albera, R. Bories e M. Pénicaud

L’Accademia di Francia offre il suo contributo allo spirito del Giubileo con una mostra realizzata con il MUCEM-Musée des Civilisations de l’Europe et de la Méditerranée e l’Ambasciata di Francia a Roma presso la Santa Sede, i Pii stabilimenti francesi a Roma ed a Loreto, con la consulenza scientifica anche dei Musei Vaticani e del Museo Ebraico di Roma.
L’idea parte dal lontano 2015, al MUCEM di Marsiglia, con la finalità di evidenziare, attraverso fotografie di luoghi ed opere d’arte e con una ricerca che si è estesa negli anni, la condivisione e la convivenza delle diversità religiose tra le città che si affacciano sul Mediterraneo piuttosto che la divisione e la conflittualità.
Questa ricerca, che ha peregrinato da Parigi a Tunisi, Marrakech, Salonicco, Istanbul, Ankara e New York, arricchendosi e adattandosi ai contesti ospitanti, è già in sé il messaggio vivo e parlante di una volontà dei popoli che si affacciano sul mare di dialogare, condividere e scambiare oggetti ed esperienze di vita sul piano vocato all’unità fin dall’etimo, quello religioso.
A Roma per la seconda volta (presentata all’École Française de Rome nel 2022-23), è un invito a rinverdire il richiamo universale di ogni pellegrinaggio religioso che, nella molteplice stratificazione delle civiltà mediterranee, ha conosciuto numerose commistioni e sopravvivenze, maturando nei popoli una spontanea consapevolezza dell’analogia profonda dei culti al di là della diversità dei riti. La sapiente disposizione nell’ala del palazzo originariamente destinata alle carrozze, dunque luogo di spostamenti continui, non poteva essere più opportuna anche perché sfrutta il dislivello e la cordonata di accesso al piano superiore per raccogliere le opere in sette vani chiaramente qualificati, distinti e nominati che sono altrettante tappe di un viaggio interiore che il visitatore-pellegrino è invitato a compiere.

E di un viaggio sicuramente si tratta, non solo nello spazio, ma anche nel tempo perché i manufatti si estendono dall’antichità al presente con una entusiasmante molteplicità di suoni e di colori che si intrecciano e richiamano a distanza, quasi inverando la profezia di Papa Francesco che conclude il suo messaggio agli Artisti in Cappella Sistina del 23-6-2023:

‹‹Lo Spirito è quello che fa l’armonia. E l’artista ha qualcosa di questo Spirito per fare l’armonia. Questa dimensione umana dello spirituale. La bellezza vera, infatti, è riflesso dell’armonia. Essa, se posso dire così, è la virtù operativa della bellezza. È il suo spirito di fondo, in cui agisce lo Spirito di Dio, il grande armonizzatore del mondo. L’armonia è quando ci sono delle parti, diverse tra loro, che però compongono un’unità, diversa da ognuna delle parti e diversa dalla somma delle parti. È una cosa difficile, che solo lo Spirito può rendere possibile: che le differenze non diventino conflitti, ma diversità che si integrano; e nello stesso tempo che l’unità non sia uniformità, ma ospiti ciò che è molteplice. L’armonia fa questi miracoli, come a Pentecoste.››

Città Sante. Questa sezione della mostra si concentra soprattutto su Gerusalemme, meta primaria di tutte tre le religioni monoteistiche che nel corso dei secoli si sono succedute ed hanno coabitato e venerato luoghi comuni nonostante le guerre di conquista, ‹‹…fino alla loro strumentalizzazione identitaria, e quindi politica, all’inizio del XX secolo… [nella] consapevolezza ancora viva di un orizzonte culturale comune›› (V. Lemire, catalogo mostra p.36).
Il video “Jérusalem Ville Sainte” di B. Dumas & J. Glasberg (2013) lo documenta bene, accanto al settecentesco Proskynetarion o tela del ricordo del pellegrinaggio che minuziosamente descrive i luoghi della Terra Santa con gli episodi biblici ad essi collegati e li travasa nell’immaginario europeo.
Per raggiungere queste mete spirituali i fedeli si lasciano alle spalle la città di Caino, la Babele delle metropoli anonime e globalizzate di sempre e si avventurano, ora come in passato, per le rischiose vie del mare: storia e testimonianze artistiche si congiungono delineando i principali archetipi del sacro (M. Eliade) che sottendono la pluralità delle forme religiose.

Rachid Koraïchi Jardin d’Afrique 2021 arazzo Il mare

Il Mare. Fonte indissociabile di vita e di morte, il mare invita al rischio per raggiungere un ‘oltre’ desiderato.
A simboleggiare questo drammatico passo due capolavori si fronteggiano ai due estremi dell’arco cronologico: la parte anteriore del sarcofago di Giona dei Musei Vaticani, che torna a Villa Medici per la prima volta dopo 250 anni, ed il grande arazzo “Jardin d’Afrique” di Rachid Koraïchi (2021) che trasfigura, nell’intreccio dei fili lucenti di lana, le tragedie in mare dei migranti e riproduce il cimitero interspirituale da lui voluto per dare dignitosa sepoltura alle numerose vittime anonime spiaggiate in Tunisia e Libia.Accomunano le due opere i vortici insidiosi, ma generatori di spazio ed armonia intorno all’evocazione delle feroci persecuzioni contro i cristiani (sintetizzate dalla cattura di S. Pietro che fa eco all’avventura dell’’uomo della balena’, come viene chiamato nel Corano e la cui tomba a Mosul-Ninive è stata distrutta dall’ISIS nel 2014) ed al ricordo degli sfortunati migranti.
In entrambe le opere, però, è presente la fede in una nuova vita: la resurrezione di Lazzaro, la conversione dei carcerieri di S. Pietro, l’arca di Noè, le scene amene del pastore e del pescatore alludenti a Cristo e alla missione della Chiesa nel rilievo antico, la geometria, la raffinatezza materica e decorativa, il titolo stesso nell’arazzo contemporaneo, insieme alle parole dell’autore che indicano un orizzonte possibile di fratellanza universale:

‹‹I discendenti di Adamo sono membra di un solo corpo, essendo stati creati da una sola e unica essenza. Se destino vuole che un membro soffra, anche tutti gli altri ne saranno afflitti. Se non soffri della sofferenza altrui, non meriti di essere chiamato umano.›› (catalogo mostra p. 53)
Rayan Yasmineh Ur Salim 2022 Il giardino

Il Giardino. Il sogno di Rachid si incarna nelle varie declinazioni del giardino, Paradiso sia terrestre che celeste, nostalgia dell’Eden perduto e proiezione di un futuro di armonia tra uomo, Dio e natura, tensione che percorre le civiltà sia pagane che monoteistiche del Mediterraneo e non solo.
In ”Ur Salim” di Rayan Yasmineh (2022) e nell’ Annunciazione, “Jibril” e “Hortus conclusus” realizzati specificamente per la mostra, terreno e celeste si confrontano, si contaminano, si scambiano nei tappeti che si verticalizzano quasi fossero vie verso il cielo, la città di Gerusalemme si identifica con i fiori e i frutti consacrati dalle Scritture, l’incombente autobiografia si staglia su fondi oro e recupera tradizioni sia europee che arabo-persiane in un sofisticato intreccio che grida pace.
La figura di Maria hortus conclusus vivente, venerata anche dall’Islam, domina in questa sezione insieme al raro rotolo ottomano (1650) del MUCEM che rappresenta “Il giorno del Giudizio” entro una cornice di tulipani e la litografia “Abramo e i tre Angeli”, prestata dal Musée National Marc Chagall di Nizza.
Ma siamo ormai all’inizio della cordonata, in salita verso il quarto archetipo in qualche modo annunciato dalla copia dell’ “Ospitalità di Abramo” ricavata dai mosaici di S. Maria Maggiore nei restauri del 1930 (Musei Vaticani), che segna lo stacco dal naturalismo e l’orientamento verso uno stile che rifletta la trascendenza.
Gli ulivi di A. Broomberg e R. Gonzalez per il progetto “Anchor in the landscape” (2023) vicino a Hebron, luogo di pellegrinaggio alla quercia di Mamre, comune alle tre religioni come anche il culto dell’ospitalità ad essa legato, non hanno nulla di paradisiaco nei torturati arabeschi dei rami che diventano simbolo della resistenza palestinese, del loro ostinato radicamento alla terra da cui vengono continuamente strappati dai coloni.

B. Dumas & J. Glasberg Jérusalem ville sainte 2013

La Montagna. Tra i numerosi esempi di montagna sacra presenti nel bacino mediterraneo, l’esposizione privilegia il Sinai con il frammento di sarcofago vaticano (330 ca.) ed un pastello dal Messaggio Biblico che nel 1966 Chagall scelse di donare allo Stato per non vincolarlo ad una confessione specifica.
Nel primo Mosè riceve la Legge, nel secondo contempla il roveto ardente, forse presente anche nel frammento scultoreo. Sul luogo del roveto Giustiniano fece edificare un monastero successivamente dedicato a S. Caterina, che lo stesso Maometto giovane avrebbe visitato garantendo poi il libero culto ai pellegrini cristiani, come testimonia la fotografia di una copia cinquecentesca dell’ “Achtinamé”, cioè del Patto del Profeta con il monastero firmato con l’impronta dorata della sua mano.
L’icastica fotografia di E. Erwitt (1958), quasi un emblema, riprende il minareto e il campanile affiancati nel monastero mentre G. Berengo Gardin documenta l’afflusso di genti balcaniche di altre religioni al santuario di S. Rosalia sul monte Pellegrino di Palermo per la festa annuale di Herdelesi. Infine, il fotografo e amico I. Saglietti inserisce il ricordo dell’appassionata missione di P. Paolo Dall’Oglio che definì se stesso ‹‹innamorato dell’islam e credente in Gesù›› e dagli anni ’80 si dedicò al restauro dell’antico monastero di Mar Musa, abbarbicato su di una roccia presso Al-Nabek in Siria, per farne un luogo di preghiera e dialogo interreligioso, da cui è nata la comunità di Al-Khalil, “L’Amico di Dio”, tutt’ora esistente a Souleimaniye (Irak) ed a Cori.
La Grotta. Molto spesso all’elevazione del monte corrisponde, in profondità, una caverna che è come il grembo della terra dove fruttificano i semi di una spiritualità autentica.Gesù è nato nella grotta di Betlemme, Maometto ha ricevuto la prima rivelazione nella grotta di Ghar Hirà sul monte della Luce, Elia è vissuto in una caverna del monte Horeb ed ha insegnato ai discepoli nella “Grotta dei Profeti” sul monte Carmelo.
Di questi eventi l’esposizione fornisce rappresentazioni miniate, dipinte su tavola e anche un precoce frammento di sarcofago del 280-300 con Elia sul carro (Musei Vaticani).

Adjaye Ass. House of Abraham 2023 Alla radice del Sacro

Il fuoco principale è, tuttavia, sulla narrazione dei Sette dormienti di Efeso, “Gente della Caverna” per l’islam, una leggenda edificante elaborata, secondo gli studiosi (L. Massignon, E. Honigmann), in ambito bizantino verso la metà del V secolo per contrastare quanti negavano la resurrezione dei corpi. I sette giovani, infatti, si sarebbero nascosti in una grotta per difendersi dalla persecuzione di Decio ma, trovati, vi sarebbero stati murati vivi. Addormentatisi, si sarebbero miracolosamente svegliati dopo due secoli pensando di avere dormito solo una notte. La leggenda ebbe un’enorme diffusione dall’Europa all’Africa fino all’Asia sud-orientale ed ispirò numerose iniziative di pellegrinaggio islamo-cristiano verso santuari sorti su grotte dedicate al culto dei Dormienti, anche quella creata da P. Dall’Oglio nel suo monastero in Siria.Si tratta, evidentemente, dell’affermazione della fede nella resurrezione e risponde a un desiderio fondamentale dell’uomo che, in ogni civiltà, ha cercato di risolvere la morte in una dormitio cui fa seguito una resurrectio.
Ma la grotta è anche un’esperienza spirituale di buio, di silenzio, di deserto, di ascolto dell’unica Parola di vita, della voce di Dio: nulla più della magnifica installazione di Abdallah Akar “Sura dei Sette Dormienti” (2013) rende palpabile l’incontro con il mistero, con il lieve ondulare dei sette grandi veli di tarlatana su cui l’artista ha applicato fogli recanti la sura 18 del Corano redatta in perfetto stile calligrafico. Si tratta proprio della trascrizione della leggenda, che l’artista ha scelto per rispondere alla richiesta originaria della diocesi di Pontoise di un’opera destinata ad una chiesa, dal tema “La luce e l’uomo”, Nella stanza dalle pareti scure il fascio di luce accarezza i veli la cui trasparenza crea un’aura intorno ai fogli sospesi, quasi scesi dal cielo, come le tavole sul Sinai per ricordare all’ un soave messaggio di salvezza.

Architetture. Gli edifici, le città traducono nello spazio le intuizioni dello spirito, sono il diario dell’umanità.
Foto d’archivio, stampe ed incisioni documentano i numerosi ‹‹palinsesti di pietra›› (catalogo mostra p. 113) presenti nell’area mediterranea, a partire da S. Sofia a Istanbul e la grande Moschea degli Omayyadi a Damasco, che hanno preservato cospicui segni dell’architettura precedente e, la seconda, anche la venerazione di San Giovanni Battista di cui conserva la sepoltura.
Simmetrica, ma inversa, è la situazione della moschea-cattedrale di Cordova. Senza considerare che l’Islam ha appreso il linguaggio architettonico da Bisanzio, fecondando, a sua volta, quello occidentale in innumerevoli aspetti prima e dopo la Reconquista.
Architettura è anche immaginazione di ciò che sarà: dagli anni ’60 si assiste ad una fioritura di ricerche e progetti che esprimano l’esigenza interreligiosa scaturita, a livello teologico ed ecclesiale, dal Concilio Vaticano II, ma dilagante nelle società urbanizzate, sempre più cosmopolite e distaccate dal culto istituzionalizzato.
Viene presentato il progetto, mai realizzato, di Le Corbusier per la Basilica della Sainte-Beaume (1948), scavata nella roccia e concepita come luogo di fratellanza universale all’indomani della seconda guerra mondiale.

A. Broomberg – R. Gonzalez Anchor in the landscape
2023 LSC preview 11

Fotografie illustrano la planimetria e l’alzato della “House of Abraham” (Adjaye Associates), ultimato nel 2023 ad Abu Dhabi, mentre in un video il Pastore Hochberg, il Rabbino Ben-Chorin e l’Imam Kadir Sanci spiegano le ragioni della “House of One” che si sta costruendo a Berlino (Kuehn Malvezzi Architects, 2011). Si tratta di realizzare uno spazio di incontro e di dialogo nella diversità, significativamente allestito in un giardino ad Abu Dhabi, nel cuore del centro storico a Berlino per assumere nel nuovo l’eredità e la continuità con il passato.E. D’Alessandro conclude la sua presentazione affermando che

‹‹La sua inaugurazione, prevista per il 2028, sarà un banco di prova per comprendere se questi nuovi edifici possano davvero trasformarsi in centri di aggregazione e dialogo per le comunità di fede e la cittadinanza laica, o se invece rimarranno meri esercizi istituzionali senza riuscire a tradursi in spazi effettivi di partecipazione condivisa.››

La mescolanza di temi e forme testimoniata nell’ultima sezione della mostra Oggetti vagabondi – come per esempio la “Bibbia delle Crociate”, redatta alla corte di Luigi IX, annotata in latino in Italia nel XIV secolo, in persiano nel XVII, infine in giudeo-persiano nel XVIII- , talismani, ex-voto, artigianato e scambi scientifici parlano di un filo ininterrotto che, pur toccando le istituzioni, è alimentato dall’humus dei popoli, di quelle “genti” profetizzate da Is 2,1-5, Lc 13,29 e Mt 24,14 che, nelle forme più diverse o con la sola buona volontà, ‹‹…attendono con amore la sua manifestazione.›› (2 Tm 4,8). Le Croci (2017) del falegname F. Tuccio, fatte con i pezzi di legno provenienti dalle barche dei migranti a Lampedusa in segno di fratellanza e solidarietà, sono un’indicazione di rotta per il Giubileo della Speranza e per il cammino di ciascuno di noi.

Maria Cristina De Mariassevich