
Il Journal, redatto dall’09.08.1993 al 19.03.1996, è un singolare archivio del suo vissuto. Riporta spazi e disegni, in particolare la croce e il cuore, rappresentazione di un linguaggio alternativo a quello alfabetico, dando luogo ad una teologia simbolico-narrativa squisitamente biblica. Tra i suoi scritti abbiamo anche più di cento poesie e tre volumi di omelie, rispettivamente per il tempo ordinario, per le feste e solennità e per l’avvento e il Natale.
Lo stile poetico è una delle forme linguistiche predominanti, anche se non esclusiva, degli scritti di Lebreton. È una poesia esistenziale che riesce ad esprimere a chiare lettere la sua realtà interiore e quella che lo circonda, mostrandola come in un quadro, con una semplicità disarmante, ed, allo stesso tempo, ricca di immagini luminari attraverso le quali si scorgono simboli e figure che convergono in un unico tema, l’amore; quell’amore che passa attraverso il fuoco e raggiunge chi lo circonda: l’amore per Dio, per i fratelli, per la terra algerina, per l’amicizia, l’amore mistico per il suo Sposo che si incarna nell’amore per il popolo algerino.
Una poesia biblica che trova le sue radici nella Parola di Dio letta e meditata con lo stile della lectio divina. Tale poesia riporta concetti opposti, utili per comprendere e completare la variegata realtà delle relazioni degli uomini che domandano, attendono e senza più domandare ricevono la vita, fatte di affetto e passione, parole e silenzio, fortezza disarmante e disarmata, ricchezza nella povertà, morte e resurrezione.
È un poeta dei nostri giorni che, conquistato dalla passione dirompente dello Sposo, preso dalla sua grazia e baciato dal suo Je t’aime, ha compreso la gioia del dono, il vero senso dell’amore.
Dipinge i suoi quadri con le parole e spesso scrive le sue poesie con le immagini. Una pagina delle sue poesie racchiude in un certo senso tuto il suo stile poetico. Nella pagina disegna, come sua consuetudine, un cuore, dentro al cuore una porta dalla quale esce fuori una stella e attorno al cuore, tra linee e segni circolari, scrive: “ma nel cuore della notte / ecco la stella del mattino”. Per dire l’ineffabile nella sua poesia usa delle metafore negative, come la notte, che si oppone alla stella del mattino, manifestando così una tendenza apofatica. Attraverso la metafora notturna, infatti, immagine della contemplazione purificatrice, mette in risalto la stella del mattino. Si percepisce così, senza troppe parole, come quando si sta dinanzi ad un quadro, o si assiste ad un concerto, una bellezza che supera quella di questo mondo; una pienezza di significato che rimanda alla pura presenza, quella del Figlio di Dio che non viene tradita dalle parole, ma annunziata dall’afflato poetico.
Dalle pagine dei suoi scritti emerge che la storia dei monaci viene contrassegnata dal clima della festa. Il percorso verso la donazione totale di sé ad un popolo a maggioranza musulmana, comincia con la notte di Natale e si conclude durante la Quaresima del 1996, nella notte tra il 26 e il 27 marzo, quando vengono rapiti.
La notte e la festa sono i due momenti che segnano il tempo di questa storia d’amore che ha come protagonista il Salvatore ed è volta a far conoscere l’unica via salvifica, la via amoris, il Je t’aime dello Sposo che viene per vivere con l’umanità ferita e rivelarsi quale Egli è, amour.
L’attesa è una preparazione alla festa. L’invito alla festa è parte integrante della vocazione cristiana.
Accanto a questa simbologia della notte e della festa, Christophe Lebreton, nel suo commento a Mt 28,1-10.16-20, facendo riferimento alle parabole del Regno di Dio, il Règne de l’Amour, richiama le immagini evangeliche della natura a lui tanto care: il grano, l’albero, i rami, visti come spazi d’accoglienza e luoghi di comunione.
La festa segue i ritmi della natura quasi a dire che essa trova le sue radici nella ruminatio vitae. Quella stessa ruminatio che vedeva i monaci condividere gli spazi del monastero con i vicini musulmani che trovavano in loro un rifugio. Cristiani e musulmani pregavano nello stesso luogo. Mentre il muezzin richiamava i musulmani alla preghiera, le campane invitavano i monaci a raccogliersi nel coro. Insieme coltivavano la stessa terra, dividendo lo stesso raccolto; lo stesso medico li curava, frère Luc, e la stessa sorte li univa, quella di una violenza che li circondava e li minacciava quotidianamente.
Ma i monaci non erano costretti a rimanere, mentre i vicini sì. « Se voi andaste via sarebbe come se tagliassero il ramo di un albero nel quale noi, come uccelli, ci ritempriamo », disse un giorno un amico musulmano ai monaci.
In quel contesto, in cui la condivisione di umanità è la parola chiave, «la vita del giorno che sorge è un dono ricevuto, nella coscienza che il domani potrebbe non esserci e Lebreton si trova lì ad aprire le braccia in forma d’accoglienza, non perché lo abbia deciso lui, ma perché a sua volta, gratuitamente, viene continuamente abbracciato e sostenuto»1.
Questo abbraccio, lui e i suoi confratelli, lo donano al popolo per il quale decidono di rimanere fino alla fine, fino al giorno in cui, dopo il rapimento, gli tagliano le teste. L’ultima parola, però, non è la morte, ma la vita, una vita che non viene rubata, ma seminata e che produce Pace.
Ancora oggi i vicini musulmani tanto amati dai monaci li ricordano come coloro che sono stati disposti a morire per loro. I monaci se ne sono andati con la parola amico tra le labbra rivolta al fratello dell’ultimo minuto che non sapeva quel che faceva, come scrive Christian de Chergé, il priore della comunità, nel suo testamento spirituale.
Lebreton e i suoi fratelli hanno imparato da Gesù e decidono di rispondere alla violenza da oranti, proponendo all’umanità che ferisce ed è ferita l’unica verità, l’amore.
Dopo la Quaresima c’è la Pasqua ed il loro cammino, dal Natale alla Pasqua, viene trascritto come si trascrive un dono, non da eroi, ma nella debolezza della carne, nella consapevolezza che la violenza attraversa tutti e che solo elevando la preghiera al Padre, da figli nel Figlio, si rimane liberi e pacificati, con le mani nude, nella fedeltà a Dio e agli uomini.
NOTE
