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autore
Kesiana Lekbello
«Ti veneriamo come Monade trisipostatica, Trinità consustanziale, Padre, Verbo e Spirito santo, indivisa per la natura, un solo Dio, Creatore, Signore, e Sovrano dell’universo. Ora e sempre»1. (Divina Liturgia, Pentikostarion)

La rappresentazione dell’icona, Primo Sinodo Ecumenico, è legata tuttora con i canti della Divina Liturgia nella celebrazione del Pentikostarion (Πεντηκοστάριον) della Chiesa ortodossa2.
A meditare attentamente, l’arte dell’icona non chiede di essere guardata, ma di essere conosciuta in profondità. Di essere apprezzata per la sua intrinseca bellezza, certo, ma anche per la storia che racconta, che ‘contiene’, perché, quando essa fu realizzata, nel 1771, le Chiese di Roma e Costantinopoli conoscevano reciproche scomuniche.
Di nuovo, da una riflessione, delicata e complessa a cui sono legata come studiosa penso, che la Chiesa di Cristo non ha mai smesso di cercare l’ecumenismo dei padri, riflessa sponsale nell’Icona del Primo Sinodo.

Fratelli Zografi, Icona albanese del Primo Sinodo Ecumenico, sec. XVIII (1771), Tempera su legno; cm 54×43. Museo Nazionale d’Arte Medievale, Korça.

La speranza della riconciliazione, contro ogni eresia, sì manifesta anche nella chiesa “sperduta”, tra i monti, in un piccolo paese dell’Albania del XVIII secolo in cui le icone e i canti della liturgia riscaldavano e rafforzavano l’anima e il cuore della comunità ortodossa.
Siamo nella parte sud-est, tra Korça e Kologna, non lontano da Ocrida e dal mondo greco ortodosso; territori che soffrono da secoli la dominazione ottomana. I fratelli Zografi, Kostandin e Athanas, originari di Potkozhani a Mokra, lavorano in stretto contato con altri iconografi albanesi e greci formando un vero e proprio kérygma, un annuncio di fede, di morale e spiritualità secolare, una koinè legata profondamente alla Fede in Cristo.

«Tu che sei salito gloriosamente ai cieli, e ti sei assiso alla destra del Padre, dal quale mai ti eri separato, o Cristo amico degli uomini, e hai promesso di mandare il santo Spirito ai tuoi sapienti discepoli, rischiara anche le nostre menti, donaci luce, perché anche noi, o Sovrano, incessantemente a te inneggiamo»(Divina Liturgia, Pentikostarion, Dell’ascensione. Stessa melodia).

Nelle loro opere strettamente legate alla Parola di Dio, oltre alla tradizione locale, si respira l’influenza dell’iconografia del Monte Athos in cui alcuni affreschi riportano la firma di Kostandin Arbanós (l’Albanese, αργαλάνους)3.
Nell’icona del Primo Sinodo Ecumenico, si evidenzia l’imperatore Costantino, ritratto in piedi su di una sorta di podio e costruisce la figura centrale della scena. Nella mano destra strige lo scettro, mentre, con la mano sinistra, sostiene un rotolo aperto, aiutato dai padri della Chiesa in primo piano. Alle sue spalle, sono visibili soldati muniti di elmo e lancia, attorno ai quali si dispongono i padri della Chiesa. Ai suoi piedi Ario. In alto, al centro della composizione, delimitata da una coltre di nubi, la Trinità.
L’icona, corredata di opportune didascalie, costituiva per ogni fedele una vera e propria catechesi visiva. È questo il respiro dell’icona che apre scenari di grande interesse sul piano della riconsiderazione storica e scientifica sul lavoro dei due fratelli Zografi che scrivono in pittura il Primo Sinodo e, in generale, l’icona è inserito nel contesto sociale, religioso e culturale dell’Albania sottomessa ai turchi.
Come non restare affascinati dai magici bagliori di luce sulla pelle limpida di tutti i presenti che si radunano nell’icona come se fossero nel giorno santo, il 20 maggio del 325, a Nicea, quando furono convocati (e presieduti) dall’imperatore Costantino, preoccupato dalle dispute tra cristiani che si facevano sempre più aspre come viene ancora cantato nella Liturgia:

«La splendida città di Nicea ha oggi convocato in sé trecentodiciotto pontefici contro il blasfemo Ario che sminuisce Uno della Trinità, il Figlio e Verbo di Dio; ma i Padri, abbattendolo, hanno confermato la fede. Ora e sempre». (Divina Liturgia dello stesso. Tu che volontariamente)

La sequenza delle immagini nell’icona è certamente basata su quella codificata in epoca tardoantico e, nonostante siano passati 1500 anni, sembra che nulla sia mutato nella sua presentazione: essa rimane tuttora immutabile per gli ortodossi.
Sorge spontanea una domanda: perché gli ortodossi hanno voluto scrivere/dipingere l’icona del Primo Sinodo e tramandarlo senza mutamenti fino ai giorni nostri? Perché cantano e pregano l’icona sinodale ecumenica nella Divina Liturgia durante il periodo della Pentecoste? Quale liturgia occidentale ha mai pregato, lungo i secoli, il Primo Sinodo Ecumenico? Quale icona occidentale la riporta con grande ardore di santità? Infine, chi è Costantino in Oriente e in Occidente?
Per rispondere a queste domande devo confrontarmi con la visione dell’arte ed il suo percorso in Occidente e in Oriente. Ma per quanto ci si possa sforzare di individuare singoli e precisi riferimenti, indubbiamente la polisemia dell’immagine lascia trasparire, accanto alla possibilità maggiore o minore esattezza di questo o di quel dettaglio, un senso complessivo, che ha bisogno di essere ulteriormente approfondito, soprattutto in rapporto dello specifico contesto dell’icona del Primo Sinodo. La sintesi della trattazione in questo saggio non vuole sottrarsi dall’argomento cruciale che è, e rimane, l’ecumenismo sinodale della Chiesa di Cristo, anzi, l’analisi dell’icona, della sua erudizione solida e consistente, rettamente guidata e senza pregiudizi ci condurrà certamente a una possibile verità riconciliatrice. Inoltre, la coesistenza della narrazione aderente al testo e della chiave esegetica è dovuta al fatto che l’icona del Primo Sinodo a Nicea doveva essere osservata, pregata e chiamata al soccorso contro gli eretici che avevano conquistato Costantinopoli e le eparkhíe bizantine4 diventate autocefalie e solo chi era battezzato e quindi abituato alla liturgia della Pentecoste capiva, e capisce tuttora, il significato più profondo che essa esprime.

In questo senso la mia riflessione ci può solo aiutare la decifrazione dell’immagine e ridurre i sempre possibili arbitri interpretativi; va detto che l’icona qui esposta non è stata mai oggetto di studio e la sua biografia è assente. Spesso in assenza di fonti occorre procedere nell’analisi iconografica interrogando la fonte principale che risiede nell’icona e nelle Sacre scritture e nella Divina Liturgia come fonte iconologica.
Qui, l’Erudizione appare al centro di una Fede ortodossa che parte dall’immagine della Verità, Primo Sinodo, che illumina le antiche scritture – mostrate a ogni credente dai padri e da Costantino – e termina in alto con l’immagine di Cristo con il Padre e lo Spirito Santo.
Il discorso verte insomma qui chiaramente, oltre che sull’”antica” erudizione, anche sull’erudizione nuova; che si tratti del V secolo o del XV oppure del XVIII secolo, et ora, l’importanza crescente che essa ha assunto nel mondo ortodosso merita pienamente un’accurata analisi storica nel concetto artistico. A partire dal fatto che Costantino è il fulcro dell’Icona, è l’ideatore del Primo concilio che aveva lo scopo di rimuovere le divergenze nella Chiesa di Alessandria, e stabilire la natura di Cristo in relazione al Padre; in particolare, stabilire se il Figlio fosse della stessa ousia, o sostanza del padre e, impartire anche uno slancio decisivo alla ricerca di una data comune di Pasqua tra tutte le comunità cristiane dell’impero in quel momento, stabilendo, allora, come data per la celebrazione pasquale la domenica successiva al primo plenilunio di primavera.

Fra le decisioni del Concilio vi fu anche la condanna, come eretica, della dottrina cristologica elaborato da Ario, che sosteneva che Cristo non aveva natura divina come il Padre. Scrive il vescovo Eusebio da Cesarea:

«A causa delle controversie suscitate da Ario in Egitto e della discordia sulla celebrazione della festività della Pasqua, Costantino convoca un concilio in Nicea. I vescovi di tutte le province partecipano al concilio, e Costantino siede con loro, adoperandosi per indirizzare le scelte dell’assemblea. Il concilio è unanime sui temi della fede, (condanna le teorie di Ario) e della Pasqua che, si delibera, sarà celebrata secondo l’uso delle chiese d’Occidente, in una data comune a tutti i cristiani e differente da quella dei giudei. Terminato il concilio, Costantino scrive numerose lettere per esortare al rispetto delle decisioni prese e mantenere la pace e la concordia». (La Vita di Costantino, Eἰς τὸν βίον τοῦ μακαρίου Κωνσταντίνου βασιλέως, Libro III, 1-24).

A questo punto, l’icona albanese, come ogni icona ortodossa è anche antropologica nel suo contenuto. Non c’è un’icona senza l’immagine di una persona, sia essa il Dio-Uomo Gesù Cristo o la Santissima Madre di Dio o uno dei santi. Sono un’eccezione solo le immagini simboliche e le raffigurazioni degli angeli (ma anche gli Angeli sono mostrati con un aspetto umano). Non ci sono icone con un paesaggio o una natura morta. Paesaggi, piante, animali, oggetti per la casa – tutti possono essere trovati in una icona, se la trama lo richiede, ma il protagonista principale di qualsiasi immagine iconografica è la persona.
In questo caso Costantino e i padri sinodali: in alto sono il Padre e il Figlio che guidano, essi stessi, l’imperatore romano. Quindi, allo stesso tempo, tutta l’icona del Primo Sinodo non è un ritratto, quindi, non pretende di riprodurre la bellezza terrena delle persone raffigurate: sia Costantino che i padri della Chiesa e tutta la schiera di angeli e santi hanno tratti raffinati e nobili e sono dati dall’immagine trasformata e divinizzata; essendo Costantino un santo, fra tanti santi, anche la sua immagine è di un essere umano veramente pieno della passione bruciante e della grazia santificatrice dello Spirito Santo.
Pertanto, tutti sono vestiti di oro e porpora, colori divini, ma solo Costantino è più alto e sul podio fra tutti i padri della Chiesa, porta la corona dell’Impero Romano con il simbolo dell’emblema del Patriarcato di Costantinopoli.

La carne, nei volti delle persone presenti al Concilio di Nicea I, è rappresentata come essenzialmente diversa dalla carne ordinaria corruttibile di un essere umano, così pure tutta la santa schiera dei Santi padri.
L’icona comunica una determinata realtà spirituale elevata di tutti i presenti del Primo Sinodo: tutti in comunione fra loro sono sobri sulla base di un’esperienza spirituale e completamente libero da ogni esaltazione. Se la grazia illumina tutta la persona, in modo che tutta la sua struttura mentale, fisica e spirituale sia come inghiottita nella preghiera e piena di luce divina, l’icona raffigura visibilmente questa persona divenuta un’icona vivente, a somiglianza di Dio.

Per gli ortodossi Costantino è lo strumento di Dio, che raduna i Padri e mostra la vittoria di Cristo e della sua santa Chiesa.
L’icona del Primo Sinodo Ecumenico non indica tanto il processo di un risultato, né il modo di come raggiungere un fine, il percorso verso un obiettivo, ma è essa stessa l’obiettivo. In questo senso durante la celebrazione del Pentikostarion, i fedeli ortodossi non vedono qualcuno che lotta con le passioni, perché sono state superate, nessuno cerca il Regno dei cieli, perché tutti lo hanno già raggiunto, come viene cantata nella Divina liturgia:

«Ma il sinodo di Nicea, o Signore, ti ha proclamato Figlio di Dio, assiso in trono col Padre e lo Spirito. Chi ha lacerato la tua tunica, o Salvatore? Il folle Ario, tagliando in parti il potere di pari dignità della Trinità. Egli ha negato che tu fossi Uno della Trinità, è lui che insegna a Nestorio a non usare il termine Madre di Dio. (di nuovo sullo stesso Tono/cantata) Ma il sinodo di Nicea, o Signore, ti ha proclamato Figlio di Dio, assiso in trono col Padre e lo Spirito. Cade nel precipizio del peccato Ario, che ha chiuso gli occhi per non vedere la luce, ed ha le viscere dilaniate dall’uncino divino, cosí da rendere violentemente l’anima e tutto il suo essere, perché è divenuto come un altro Giuda nel pensiero e nel modo di agire. Ma il sinodo di Nicea, o Signore, ti ha proclamato Figlio di Dio, assiso in trono col Padre e lo Spirito ». (Divina Liturgia, Vespro, Degna di essere ignorata.)

Gli ortodossi vedono in Costantino e nei Padri il raduno della Chiesa, vedono la forza dell’Unità ecumenica e sinodale e vedono anche la potenza di Dio nel trionfo della cristianità, ed è per questo che l’icona, realizzata dagli fratelli Zografi, è la medesima sinfonia dell’ortodossia, non è dinamica, ma statica, eterna.
E come non ricordare le lettere di San Paolo; la figura dell’eretico si delinea come quella di un maestro che divide la comunità diffondendo dottrine non autorizzate: in concreto Paolo si riferiva alle dottrine contrarie ai suoi insegnamenti. Nella prima lettera ai Galati il teologo cristiano prescriveva che predicare un Vangelo diverso da quello che egli annunciava comportava un anatema, una formula di condanna che poteva portare all’espulsione dalla comunità:

«Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» (1 Gal, 6-10).

Infatti, i predicatori di false dottrine sarebbero stati consegnati a Satana. In un passaggio della lettera di Paolo a Tito (Tt 3, 10-11) si utilizzava il termine “eretico” (hairetikos) nel senso di persona che provoca dissenso attraverso credenze erronee.
Era funzione e dovere del vescovo garantire l’unità della Chiesa rimproverando gli eretici, i quali, se non si ravvedevano, dovevano essere espulsi dalla comunità: «Colui che incoraggia la divisione (hairetikos anthropos) ammoniscilo una prima e una seconda volta. Tuttavia, se non ti dà ascolto, allontanati da lui poiché è pervertito, e perseverando nel peccato si condanna da sé».

L’importanza della condanna dell’eresia nel cristianesimo albanese si può spiegare in gran parte con il forte senso di comunità. L’ingresso nella società cristiana comportava la perdita della soggettività individuale: le identità etniche, sociali e familiari si diluivano in un nuovo soggetto collettivo, in cui il dissenso era impossibile e inaccettabile.
Per poter sopravvivere alla sottomissione e alla conversione all’Islam, a cui gran parte degli albanesi avevano aderito per varie ragioni di interessi (soprattutto economiche, fiscali e militari), l’ortodossia e il cristianesimo della Chiesa veniva concepita come un corpo unico, depositario della verità ed incaricato di custodirla. Una verità dalla quale l’eretico si allontanava con “perversità”, e per la Chiesa la lotta contro gli eretici costituiva una strategia di sopravvivenza, facendo appello alla tradizione ortodossa.

In questo, anche la figura dell’imperatore illirico romano (è significativa questa radice antica) può spiegare l’unità ortodossa. Penso che sia difficile spiegare agli occidentali questo legame viscerale che esiste nella santità di Costantino con l’ortodossia.
Anzi, in Occidente, è difficile proprio parlare di un Costantino santo, perché, forse nel raccontare la storia dell’Occidente cristiano bisogna partire dalla battaglia a Ponte Milvio che è un momento della storia romana talmente cruciale da essere raccontato in modo ampio dalle fonti agiografiche.
Da un lato, Lattanzio (250-325), nella De mortibus persecutorum (44,5), scrive che Costantino ebbe una visione nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, durante la quale gli fu ordinato di apporre sullo scudo dei soldati “un segno riferito a Cristo” che descrive come uno staurogramma, ovvero una croce latina con la parte superiore arcuata a formare una P.

Dall’altro il vescovo Eusebio di Cesarea (265-340 ca.) nel IX libro della Storia Ecclesiastica (Ἐκκλησιαστικὴ ἱστορία) parla di un soccorso divino, ma privo di manifestazioni visibili; invece nella biografia dell’imperatore, la Vita di Costantino (Eἰς τὸν βίον τοῦ μακαρίου Κωνσταντίνου βασιλέω I, 23-40) racconta di una visione apparsagli nel cielo verso oriente, al tramonto, durante la marcia contro Massenzio: una grande croce di fuoco circondata da angeli e una scritta: Εν Τουτω Νικα, “Con questo segno vincerai” che è diventato il celebre motto latino: In hoc signo vinces5. Da questo sogno deriva il segno, ed è il tema ricorrente nell’iconografia occidentale.

Il Sogno di Costantino è un affresco di Piero della Francesca e aiuti, facente parte delle Storie della Vera Croce nella cappella maggiore della basilica di San Francesco ad Arezzo, databile agli anni 1458-1466. (cliccare per ingrandire)
« L’ammirazione universale per Piero della Francesca che s’iniziò un quarto di secolo fa mi colse di sorpresa », così scriveva Bernard Berenson nell’incipit del suo raffinato opuscolo Piero della Francesca o dell’arte non eloquente, pubblicato in italiano nel 1950 dall’Electa di Dario Neri.6 Berenson intendeva, dunque, rivendicare la propria precedenza nella riscoperta del genio pierfrancescano, troppo spesso avocata da altri: il “recente entusiasmo” sembrava limitarsi ai soli affreschi con la Leggenda della Vera Croce ad Arezzo e alla Resurrezione di Borgo7.
Di seguito, la sferzata di Berenson si fa ancora più aspra:

« pittori, critici che succhiano i pennelli dei pittori, snob della cultura.., trovano in quelle figure massicce, nella sovrana indifferenza alla bellezza fisica, e ancora più nella luminosità dell’atmosfera e nella tridimensionalità del cielo, una confortante giustificazione offerta al fervido culto […]»8.

Berenson era ormai abituato a certe sferzate, poiché sapeva perfettamente di essere stato il primo a intuire un nesso di cui altri si erano poi appropriati. D’altronde – osservava Berenson – Piero non si perdeva certo nella scelta delle sue figure, che ben volentieri avrebbe sostituito con capitelli, archi e pilastri9.
Naturalmente, Costantino non potrà essere ignorato, quindi, a lui va “riconosciuto” anche un falso storico a cui fa ricorso il Medioevo; disegna l’imperatore come un lebbroso che viene salvato dal papa Silvestro e nasce il rotolo con la scrittura della Donazione di Costantino; la storia regge benissimo il potere temporale, finché Lorenzo Valla, nel 1440, scopre il falso e, nel suo discorso De falso credita et ementita Constantini donatione confuta l’autenticità della cosiddetta Donazione.10 Gli episodi legati alla visione della Croce e alla battaglia a Ponte Milvio, comunque sia, lo raffigurano nel “sonno”, il Chrismòn. dall’altro vestito da imperatore romano nella battaglia di Ponte Milvio, oppure, sempre in abiti militari romani, presente nel Concilio di Nicea.
In Occidente, da molto, forse da sempre, Costantino fa discutere. Da un lato l’imperatore spietato, a cui si addebita persino l’uccisione del figlio e della moglie. Dall’altro, l’imperatore dell’Editto di Milano che ha dato libertà di culto a tutti, si è convertito e ha costruito le Chiese al Dio dei cristiani, da oriente in occidente; è il figlio di Elena, ed è stato in grado di guidare l’ecumene cristiana nonostante le avversità, gli intrighi del palazzo, le congiure, le guerre e le battaglie, quelle sul campo e contro ogni eresia.

Tutt’altro che scontato questo secondo Costantino. La Festa dell’Esaltazione della Santa Croce è una solennità cristiana che ha radici storiche e significati teologici profondi, quindi, Sant’Elena non è separabile da suo figlio Costantino! La Chiesa ortodossa attribuisce grande importanza a questa festività, considerandola un momento di riflessione sul mistero della croce come segno di vittoria e redenzione.
Dunque: in occidente Costantino “sogna”, nella sua armatura, nelle sue battaglie del segno; in Oriente è glorificato con la madre; due visioni e concetti d’arte differenti tra Oriente e Occidente. Comunque la si pensi e senza nessuna retorica si possa dire che: senza una madre cristiana il figlio sarebbe rimasto forse pagano e, senza un Costantino profondamente convertito, perdonato e Amato non esiterebbe nessuna Santa, chiamata Elena.
Così, anche Sant’Elena con il figlio San Costantino imperatore dell’Impero Romano nella preghiera ortodossa: « O Dio, che hai illuminato il tuo impero con la luce della fede attraverso l’esempio di San Costantino e Sant’Elena, ascolta la nostra preghiera ».

Senza forzare troppo il paragone, però, va detto: medesimo legame tra la conversione di Agostino e la presenza costante della madre cristiana, Santa Monica. Cosi, Sant’Agostino nelle Confessioni — «Sero te amavi, pulchritudo tam antiqua et tam nova, sero te amavi» (Libro. 10, Cap. 27) [«Tardi ti ho amato, oh bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato»].
Un cittadino occidentale può non credere che Costantino sia un vero santo e, tuttavia, l’icona del Primo Sinodo Ecumenico non è un semplice tavola di legno, ma il peso della materia colore che si trasforma in relazione, in connessione e comunione di “ragioni”. La materia non è più un oggetto neutro: è il prodotto di un’azione, di un’operazione divina.
Possiamo ricordare qui le parole di San Gregorio di Nissa:

«Nessuna delle cose che consideriamo attributi del corpo è di per sé il corpo; né la forma, né il colore, né il peso, né l’altezza, né la dimensione, né alcun’altra cosa che consideriamo come una qualità; ma ciascuna di queste è una “ragione”, ed è la combinazione e l’unione di queste che diventa un corpo»11.

Con la sua incarnazione, Cristo ha intronizzato l’intera creazione materiale sul trono di Dio: la creazione è diventata la carne del Verbo e tutto il mondo è diventato la sua Chiesa.

Il Primo Concilio di Nicea in un affresco del pittore manierista Cesare Nebbia (1536-1614), Biblioteca Apostolica Vaticana, Roma. (1560) (cliccare per ingrandire)

1. L’arte del dialogo nell’unità.

Proprio per queste ragioni l’anno 2025 è stato un momento veramente ecumenico e memorabile: tutta la cristianità ha celebrato, con incontri, conferenze, convegni nazionali e internazionali, con preghiere e ringraziamenti il 1.700 anni del Primo Sinodo Ecumenico nella storia della Chiesa che ha segnato un punto di svolta nella storia cristiana, stabilendo il Credo niceno e plasmando l’identità della fede.
Dunque, questo grande concilio insieme agli altri tre che seguirono, vale a dire, il Concilio di Costantinopoli (381), il Concilio di Efeso (431) e il Concilio di Calcedonia (451), rappresentano le tappe più significative del cammino di fede compiuto dalla Chiesa.
Tutti e quattro i Concili, in modo differenziato, non fanno altro che rispondere ad una sola domanda, la stessa a cui rispondono i quattro vangeli: chi è Cristo.

In questo, i primi quattro concili costituiscono a tutti gli effetti le “fasi costituenti” della professione di fede che i cristiani unitamente confesseranno fino ai nostri giorni, nonostante le divisioni storiche sopraggiunte nel corso dei secoli e rappresentano, infatti, le fasi decisive della formulazione linguistica delle verità della fede; le fasi in cui si costituisce una “grammatica della fede”, attraverso cui la fede diventa accessibile sul piano culturale12.
Che la cultura cristiana, del resto, meditasse proprio, oltre che sulla storia e sul tempo, anche su questo concetto di un cammino sinodale ecumenico in Cristo, può mostrarcelo l’incontro storico che avvenne tra Papa Paolo VI e il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Atenagora I. Si incontrarono a Gerusalemme il 5 gennaio 1964 e il loro abbraccio simbolizzò la rottura di un muro di incomunicabilità e l’inizio di una nuova stagione di dialogo tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa, culminata il 7 dicembre 1965 con la reciproca revoca delle scomuniche. La riconciliazione è il Dono del Signore che opera in noi, secondo i suoi tempi.

Nel suo discorso ai Rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali e di altre religioni il 19 maggio, Papa Leone XIV ha detto:

«La mia elezione è avvenuta mentre ricorre il 1700° anniversario del Primo Concilio Ecumenico di Nicea. Quel Concilio rappresenta una tappa fondamentale per l’elaborazione del Credo condiviso da tutte le Chiese e Comunità ecclesiali. Mentre siamo in cammino verso il ristabilimento della piena comunione tra tutti i cristiani, riconosciamo che questa unità non può che essere unità nella fede. In quanto Vescovo di Roma, considero uno dei miei doveri prioritari la ricerca del ristabilimento della piena e visibile comunione tra tutti coloro che professano la medesima fede in Dio Padre e Figlio e Spirito Santo»13.

La necessità di illustrare e discutere in una prospettiva ecumenica la questione della sinodalità nella Chiesa cattolica è stata già sottolineata anche da Papa Francesco nel 2015, durante il cinquantesimo anniversario della creazione del Sinodo dei Vescovi, istituito da Papa Paolo VI.
In tale occasione, il Santo Padre aveva affermato che intraprendere ed approfondire il cammino della sinodalità è ciò « che Dio aspetta dalla Chiesa del terzo millennio » e che lo sforzo di edificare una Chiesa sinodale sia anche « gravido di implicazioni ecumeniche »14.
Certamente, uno sguardo alla storia mostra anche che i Concili, e specialmente i grandi Concili del IV e del V secolo, sono diventati importanti fari nella vita della Chiesa e dell’ecumenismo perché hanno indicato la via da percorrere anche nel cuore delle Sacre Scritture.
Allo stesso tempo, questa panoramica storica ci fa comprendere che lo sviluppo della sinodalità nella vita della Chiesa e dell’ecumenismo deve essere attuato con accuratezza teologica e prudenza pastorale. Anche questa lezione può essere appresa studiando il Concilio di Nicea.
Naturalmente, questo è solo un lato della medaglia, perché l’icona del Primo Sinodo Ecumenico, qui riportata, scrive anche l’altro lato, e cioè, combattere continuamente l’eresia, come insegna San Paolo, che divide la santa Chiesa tra frazioni, gruppi, movimenti, interessi, chiese, ognuno con la propria “verità di fede” in Cristo.

Per i cristiani di oggi, Nicea rimane, comunque, il simbolo di un tempo in cui la Chiesa era meno divisa. Però, dobbiamo anche ricordare che, sebbene i partecipanti fossero tutt’altro che uniti e civili all’epoca, la voce dei Padri conciliari tuonava per riportare al centro la Parola di Dio, come aveva insegnato Cristo e gli apostoli: in questo i Padri della Chiesa sono stati categorici e intransigenti, come canta la Divina Liturgia:

«Astri luminosissimi della verità di Cristo, tali per il mondo siete divenuti voi in terra, o padri beati, perché avete distrutto le eresie dei chiacchieroni infausti, spegnendo le infiammate agitazioni dei blasfemi. Come pontefici di Cristo, intercedete dunque per la nostra salvezza. Gloria». (Kathísmata dei Padri. Presto intervieni).

Dobbiamo ancora imparare tanto dai santi della Chiesa; seppure tutti i leader religiosi considerano il Credo niceno come un simbolo di accordo e fede condivisa tra le confessioni che compongono il cristianesimo moderno, bisogna anche ricordare che i Concili precedono gli scismi che alla fine separarono i vari rami del cristianesimo ortodosso dal cattolicesimo romano.
Dunque, occuparsi del Concilio di Nicea è importante non solo dal punto di vista storico. La sua confessione cristologica conserva anche e precisamente oggi la sua permanente attualità, sia nella situazione ecumenica sia all’interno della Chiesa, dove lo spirito di Ario è tornato ad essere molto presente e dove è osservabile un forte risveglio delle tendenze ariane.

Già negli anni ‘90, il cardinale Joseph Ratzinger, a Freiburg in Germania, ravvisava la vera sfida del cristianesimo contemporaneo in un “nuovo arianesimo” o, quantomeno, in un “nuovo nestorianesimo, abbastanza pronunciato”, quindi, è urgente, affermava il Cardinal Ratzinger, che la cristologia abbia il coraggio di « vedere Cristo in tutta la sua grandezza, come lo mostrano insieme i quattro Vangeli nella loro dinamica unità »15 .
Infatti, fin dai primi anni, la Chiesa ha usato ogni mezzo per difendere la sua verità dal pericolo di essere trasformata in un astratto sistema intellettuale di metafisica o in un codice legale di deontologia utilitaristica. In ogni eresia, ha percepito soprattutto il primato di una comprensione individuale e intellettuale della sua verità.

A ciò, si aggiunge un’altra prospettiva, che a prima vista potrebbe essere considerata come secondaria, ma che, anche e soprattutto dal punto di vista ecumenico, è tutt’altro che insignificante: la questione delle autorità che svolsero un ruolo di primo piano nel contesto del Concilio di Nicea16. Una delle condizioni storiche è il fatto che questo Concilio fu convocato da un imperatore,
e più precisamente dall’imperatore Costantino (che viene “dimenticato” e poco citato).
L’imperatore ravvisava un grande pericolo per il suo progetto di rafforzare l’unità dell’impero sulla base dell’unità della fede cristiana nella violenta disputa accesasi in quel tempo nella cristianità intorno alla confessione cristologica. Nel rischio imminente di uno scisma all’interno della Chiesa, l’imperatore Costantino percepiva dunque, principalmente, un problema politico; d’altro canto, era abbastanza lungimirante da comprendere che l’unità della Chiesa doveva essere realizzata e protetta non in modo politico, ma religioso.

Il Primo Sinodo ecumenico rappresentò, di fatto, la salvezza del corpo dell’uomo, non solo del suo “spirito”, dall’assurdità della morte; rappresentò la fede nella possibilità per l’umile materia del mondo – la carne della terra e dell’uomo – di unirsi alla vita divina e, per quanto corruttibile, di rivestirsi di incorruttibilità. Ci vollero secoli di sforzi prima che il linguaggio fosse in grado di sottomettere l’arbitrarietà della logica individuale ed esprimere la dinamica della vita rivelata dall’incarnazione del Verbo17.
E, accanto al linguaggio, vi fu la lotta di tutti gli artisti per dire la stessa verità rivelata con il proprio pennello nell’ortodossia, non schematicamente o allegoricamente, ma imprimendo nel disegno e nel colore la gloria divina.
Anche questa realtà è presente nell’icona del Primo Sinodo Ecumenico e sembra che non smette mai a dirci: se si vuole veramente cogliere qualcosa di Dio, è necessario cercare di imitarLo principalmente nelle Sue manifestazioni, come fecero il santo imperatore insieme ai santi padri, perché “Dio è spirito” (Gv 4,24) che Cristo ha lasciato ai suoi discepoli e San Giovanni per due volte ripete: ho Theòs agàpe esttin, “Dio è amore” (4, 8.16).
Ecco che l’icona del Primo Sinodo Ecumenico ha la funzione di risvegliare l’unità nella ecumene – contro i singoli (ario) che sono tanti e dividono; occorre riconciliare la sinfonia del cuore poiché tutti siamo amati e perdonati, sempre, se torniamo a Cristo vestiti con la sua luce: presto intervieni, chiamano gli ortodossi, noi ti invochiamo ancora, e ancora domani sempre e ora. Amen!
Festeggiando oggi la memoria dei padri divini, ti preghiamo, o pietosissimo, per le loro suppliche: Libera il tuo popolo, Signore, da ogni danno di eresia, e concedi a tutti di glorificare il Padre, il Verbo e lo Spirito santissimo. (Divina Liturgia, Canone dei Santi Padri. Poema di Teofane.).


NOTE

1. La preghiera in greco: Μονάδα τρισυπόστατον, Τριάδα Ὁμοούσιον, Πατέρα, Λόγον, καὶ Πνεῦμα ἅγιον, ἀμέριστον τῇ φύσει, Θεὸν ἕνα σέβομεν, ποιητὴν καὶ Κύριον, καὶ Δεσπότην τοῦ παντός. Καὶ νῦν.
2. Il Pentikostarion è il periodo dell’anno liturgico ortodosso che va dalla domenica di Pasqua, inclusa, alla domenica dopo la Pentecoste, dedicata alla commemorazione di Tutti i Santi nella Divina Liturgia. Prende il nome di Pentikostarion anche il libro liturgico che riporta i relativi testi, necessari per la celebrazione delle Ore. Pen. Vol. I, settimana luminosa o del rinnovamento, di Tommaso, delle Mirofore, del Paralitico; Pen. Vol. II, settimana della Samaritana, del Cieco Nato, dei Santi Padri, di Pentecoste; settimana della Samaritana, del Cieco Nato, dei Santi Padri, di Pentecoste.
3. Y. Drishti, Ikona bizantina e postbizantina në Shqipëri, Tiranë 2003, 54.
4. Nell’antichità, era una divisione territoriale, come le satrapie nell’Impero seleucide e le province nell’Impero romano. L’eparchia è un termine con un duplice significato: un’antica suddivisione amministrativa, come una provincia o distretto, specialmente nell’Impero romano d’Oriente. Inoltre, è una circoscrizione ecclesiastica, analoga a una diocesi, nelle Chiese cattoliche orientali e ortodosse, governata da un eparca (un vescovo). Nelle Chiese orientali, designa tuttora la diocesi. Vedi in merito: A. Barbero, Storia d’Europa e del Mediterraneo. Dal Medioevo all’età della Globalizzazione, IV. Il Medioevo (Secoli V-XV), a cura di S. Carocci, Volume VIII. Popoli, poteri, dinamiche. Salerno Editrice, Roma 2006, 275-281.
5. A. Mancini, Osservazioni sulla Vita di Costantino d’Eusebio, in Rivista di filologia e d’istruzione classica, vol. 33, 1905, 309-360.
6. B. Berenson, Piero della Francesca o dell’arte non eloquente, Electa [Firenze 1950], Milano 2007, 11.
7. R. Longhi, Piero della Francesca. Fresken, Bern 1949; fu riproposto in italiano su Paragone nel novembre del 1950: R. Longhi, Piero in Arezzo, in Paragone, 11, 1950, 3-16; ed. in R. Longhi, Piero della Francesca, 1927 con aggiunta fino al 1962, Opere complete, 3, Firenze 1963, 81-92.
8. B. Berenson, Tramonto e crepuscolo. Ultimi diari 1947-1958, a cura di N. Mariano, Milano 1966, 6.
9. Ibidem.
10. G. Alfano, P. Italia, E. Russo, F. Tomasi, Profilo di Letteratura Italiana. Dalle origini a fine Ottocento, Mondatori Università, Città Di Castello 2021, 181.
11. Sull’anima e la risurrezione, PG 46, 124C.
12. A. Melloni, I sette concili papali medievali, in Storia dei Concili ecumenici, a cura di G. Alberigo, Brescia, 1990, 185-189.
13. Papa Leone XIV, Udienza ai Rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali e di altre religioni, 19.05.2025
14. Papa Francesco, Discorso in occasione della Commemorazione del 50.mo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, il 17 ottobre 2015.
15. Kardinal Ratzinger, Jesus Christus heute, in: Ders., Ein neues Lied für den Herrn. Christusglaube und Liturgie in der Gegenwart (Freiburg i. Br. 1995) 15-45, zit. 40.
16. W. Kasper, Il Ministero Petrino: Cattolici e Ortodossi in dialogo, Città Nuova 2004.
17. Per la costruzione di una conoscenza all’interno della fede; da ciò che la teologia si stabilisce come scienza”: M.-D. Chenu, La theologie comme science au XIIIe siecle, p. 70; vedi anche, Duby, L’Europe des Cathedrales, 9.