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L’ANGELO E IL TEMPO

autore
Vincenzo Guarracino

“Ce qui n’est pas ineffable n’a
aucune importance”

Paul Valéry, Mon Faust

I.

“Qui, da questo
onfalo campestre, sospeso
tra cielo e terra, fisso
il Tempo nel mio gesto: segno un fine e un’attesa:
un punto vuoto, un silenzio. Come
un rigo immaginario, il cielo
contiene me e la mia scrittura: io dico
l’Annunzio, le forme
pallide e serali dell’ieri e i pensieri
fulminanti del domani, in una trama
di segni, io stesso
di fulgore e d’arte fatto segno (e sogno)”.

“Ma se
il tuo segno parla di silenzio,
per il silenzio, nel silenzio, dovrà
dirsi misura del Tempo il silenzio?”

Il mio gesto è
il mio essere, la mia voce: essenziale,
come il rapimento del fiore verso il sole,
esulto e m’esalto, oltre
una lingua di parole, nell’idioma
della luce: vibrante
come dardo, limpido come accordo di liuto,
perentorio come il segno di Daniele:
puro fuoco oltre il divenire, nell’ attimo”.

“Ma il tuo
sguardo ci sfugge. O siamo
noi che ci neghiamo alla tua vista, noi
l’attimo d’effimero e di oblio?”

“Esiste
il mio guardo ed esiste lo sguardo del Tempo:
ognuno ha sue proprie intensità: ognuno
ha sue occasioni e sue intenzioni, nella magia

illusoria del crepuscolo. Ma oltre
il gioco aritmetico dei giorni,
come e quanto al sole s’indirizzi, questo conta.
Conta la sua instanza ed esistenza.
Nella vertigine
virtuale eppure attuale dell’esperienza,
il limite che si scopre e si assegna, si fa
strumento (di agnizione e libertà),
si fa invenzione e progetto”.

“Tu,
dunque, cifra d’invenzione, pensiero,
teso oltre il suo limite nell’attimo,
crisi e aldilà della scrittura?”

“Si scinde in tante voci la voce che mi guida:
testimone del silenzio, sono
unico e plurale: nel Sole
vedo il Tempo e nel Tempo per me
il Sole si frammenta scrivendosi,
con la sua voce, la sua cifra,
nel teatro d’un’essenziale solitudine: è
ciò a farmi interprete ed autore”.

“Ma tu
allora esisti?”

“Io annunzio: punto
di fuga e di confronto, condizione e possibilità:
sono l’Angelo”.

(da L’ANGELO E IL TEMPO, I. in L’Angelo e il Tempo, 2022, 2022)

ANADIOMENE

Eretta trasparente nella sera
vide incontro aleggiargli la leggera
“Amica mia passione delle cose”

la fissò, “fisiologia del pensiero,
conducimi verso la costa attendo
il sesto canto all’inizio: è la vita”:

ventura come un sogno senza fine
è la gloria che attraversa il suo autunno
signora della luce e del suo cuore

lei fiera Anadiomene alle sue braccia
accetta la vita che la nomina
donna da potersi riconoscere.

(da UNA VISIONE ELEMENTARE, in L’Angelo e il Tempo, 2022)

FRAMMENTI DI CILENTO

Qui dove l’Essere col Nulla fu sognato
e lo Sfero brillò di ignota consistenza
elargisce il carrubo la sua ombra
alle pietre che il sole rimodella
nell’arco della Porta che separa
le parole del giorno dalla notte

e soccorrono indizi di sapienza
al mito di resistere anche al fosforo
e al benzene dell’estate del millennio
sul sentiero che sale a Porta Rosa
ancora fumano pire di miasmi
di plastica immolata all’inautentico

rito del consumo del possibile
per stadi di difficile invenzione
e la scelta tra perdita e profitto
con la tecnica avviene in una pratica
di valori destinati al fallimento
nell’ordine di un tempo inessenziale

lo stesso che procede dal suo nome
che un destino pensando fa vivere
identico è in tutti e in ciascuno
conforme ad un’opera invisibile
da cui è assente ogni mutevole
segmento di principio e distruzione

e intanto si coltiva sulla sabbia
il vero nell’intesa col sospetto
che conviene al paradosso di una forma
artefatta tra visibile e visione
come un attimo epifanico di addio
al Cilento nel fuoco dei confini:

la vita ha diritto alla memoria
così come gli umani hanno diritto
a dirsi nel nome dell’identico
essere nel pensabile assoluto
di ognuno contenuto e contenente
in questo tempo fisso dell’istante

espresso nell’evento che lo pensa
uguale con se stesso in ogni punto
per essere e pensarsi nel perpetuo
circuito di creazione e distruzione
come suona il verbo del terribile
e venerando filosofo del Nous

Parmenide: …..

L’arco folgora Apollo dall’alpestre
azzurro sul mattino da altri nimbi
ed esiste nel mondo dal suo lampo
il sortilegio della luce il volto
della nuda verità al suo apparire
dal Passo Scuro tra le forre la dea

Odegitria di pietra là sul sacro
luogo dove si celebra la festa
sul Gheison delle candide pupille
in vista della piana dell’Alento
e Palistro doni e inni recando
là le zorie dalle terre del viaggio

e il vento una trama di confusi
risvegli candisce della giovane
linfa feconda l’orizzonte niente
eguaglia ad Elea la sua ardente
meraviglia ove palpita in silenzio
traverso il lenzuolo d’echi marini

penuria di sé che affolla l’anima:
la freccia tesa alla corda già è oltre
e se stessa nello scatto altro luogo
non c’è dove restare solo l’Uno
rimane di Senofane il segreto
è il vuoto da accettare il divino

davanti all’urgenza del fenomeno:
l’avanzata stagione la sostiene
come un’ala o un sogno che la luce
silenziosa sull’alba fa apparire
miracolo di regole e promesse
dove un Daimon benefico governa:

è in questa imminenza che si gioca
la sorte di ciascuna creatura:
essergli di fronte nel visibile
lo stare tra cose e visi è l’altro
spazio di luce che viviamo quello
prossimo alle spalle è un’ipostasi:

mondo diventa nel pensiero solo
la scena degli eventi necessari
l’essere che si sa senza volerlo
nel fuoco di essenziali apparizioni
dove scrive nel tempo le sue trame
l’istante di infiniti appressamenti:

come un’onda un ricordo dal perenne
grembo insorge dall’origine si fa
avventura dell’anima nei sensi
e gli occhi carpiscono all’immobile
verde un respiro è in quell’istante che
tutto è detto ed ha complice destino:

nel confuso chiarore meridiano
dove affonda nel limo questa piana
hanno mani le mura le feconde
rovine che ti saldano all’arcaica
fonte di sapienza sull’Acropoli
tra grappoli di nuvole e radici:

un soffio come un lampo dal profondo
scuote a tratti le viscere del colle
dice quanto incerto è il fondamento
il treno che separa sulla costa
dall’essere il tempo dell’esistere
nel bilico di effimero e di eterno:

dove la canicola è inclemente
già ha ceduto al sole per le trame
di agavi ed asfodeli consistenza
la terra si disfa e dissalda al morso
nero dell’asfalto al sale alla troppa
polvere che avanza dalla marina:

solo nomi riposano gli arcani
detriti di una ruvida matrice
qui mare là monti Pioppi Catona
Terradura e silente sull’abisso
Ascea cui dal sonno Palinuro
sotto un mare di stelle alle veline

sponde ancora aspira l’impaziente
disciolta in acque voce con il vento
cerca l’anima l’eco una remota
salvezza tra gli scogli l’innocenza
del sogno di un dolcissimo dormire
come ara di segreta devozione:

qui pulsa tra Mandìa e Massascusa
il cuore dove nasce nella valle
luminosa per lieviti ed aromi
il crogiolo Ceraso di diverse
strade e genti sul corso del Palistro
in un canto di pollini e sementi:

(era un custode della terra rude
pastore carbonaio minatore
negli Usa dell’inizio Novecento
parco di parole come conviene
ma di amabile consiglio col nome
m’ha donato un sorriso e sacrifici:

nell’errare beato per colline
dove sgrava il cinghiale nella macchia
e al sole la serpe se insidiata
assale compagni i suoi pensieri
il cuore con doveri e melodie
ebbe nella difficile fatica):

(lui leggeva greci e russi e conversava
con piante ed animali come figli
lei di preghiere lastricava le sue
strade seminando sogni e pensieri:
un intimo teatro di emozioni
che la vita potenzia non cancella):

ecco oltre i mari di ulivi il paese
devoto alla vergine dei fulmini
Santa Barbara tra anfore e cisterne
il suo miele di eriche e castagni
versa a voti di nascite e nuziali
lame di luce nel sonno dal Campo:

alla torre la luna dalla piana
fragile colomba nella limpida
vola estate oltre il tempo all’eterno
da Petrosa e Metoio sul crinale
in un ansito di ombre lievitando
tutti i sogni e l’azzurro sulla Stella:

(da FRAMMENTI DI CILENTO, in L’Angelo e il Tempo, 2022)