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Interviste
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Giorgio Agnisola

Incontro con Giovanni Gazzaneo

Giovanni Gazzaneo è una delle presenze illuminate nel panorama culturale e spirituale di oggi. Con Luoghi dell’Infinito – la rivista da lui ideata e diretta per 33 anni, fino a gennaio 2025 – e con Fondazione Crocevia ha dato significativa presenza a un orizzonte vivo della speranza cristiana, quello che si lega alla bellezza come forza rigeneratrice dello sguardo, come avvertimento di un oltre che si profila nella realtà visibile e annuncia l’invisibile mistero.

Caro Giovanni, sei stato per lungo tempo e sei tutt’ora un profeta annunciatore del bello nel segno della fede. Com’è nata questa avventura e questa consapevolezza?

Caro Giorgio, ti ringrazio, ma i profeti sono altri. Alcuni ho avuto la gioia di incontrarli e frequentarli prima della loro chiamata al Cielo: penso a don Divo Barsotti, don Oreste Benzi, la madre badessa Anna Maria Cànopi, ma anche Antonio Paolucci, Mario Luzi, Sofia Vanni Rovighi, Giuseppe Lazzati, Pepi Merisio, Alda Merini, Philippe Daverio…

Nella mia vita non ho meriti particolari se non l’impegno di mettere a frutto i talenti che ho ricevuto e cercare di dire sì a quel che il Signore mi ha chiesto nel corso degli anni. Anche se oggi non ne parla quasi più nessuno, credo nella vocazione di ciascuno di noi: Gesù non ha chiamato per nome solo gli apostoli, continua a chiamare per nome ogni figlio d’uomo e lo invita a seguirlo, in modi diversissimi e inaspettati. E ci chiede di essere testimoni, niente di più e niente di meno:

«Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1 Gv 1, 1-3).

Luoghi dell’Infinito” l’ho creato nel 1988, ma è un’intuizione, e una “vocazione”, che viene da lontano. La bellezza che ho cercato di raccontare e di “promuovere” l’ho respirata, e mi ha riempito il cuore e gli occhi, fin da bambino.
I miei primi diciotto anni li ho vissuti in Maremma: vasti orizzonti di terra, di cielo, di mare, in gran parte preservati dalle devastazioni del “progresso”. La mia prima esperienza di bellezza è la natura. Ma il passo immediatamente successivo è l’incontro con san Francesco. La mia parrocchia, Santa Lucia a Grosseto, è sorta in contemporanea con il quartiere popolare di Barbanella e fin dall’inizio è stata affidata a una comunità di cappuccini. Il Poverello mi ha educato e fatto crescere nella fede: tutta la sua vita, a partire dalla conversione, è uno stare insieme con Gesù, seguendolo con una Regola che è semplicemente il Vangelo sine glossa, attraverso la preghiera, la contemplazione, l’amore per i fratelli e tutto il Creato. Cosa c’è di più bello del “Cantico delle Creature”, origine e sorgente di tutta la poesia italiana: una esplosione di gratitudine per il dono della vita e il legame profondo che tiene tutto e tutti nelle braccia del Padre.

Ma sento più “mia” la preghiera che Francesco compone dopo aver ricevuto le Stimmate, una preghiera che è una visione, un canto grato al Signore per quel che il santo di Assisi ha visto e vissuto. E in questo canto si rivolge a Dio con un’intimità che apre al Mistero nel segno della vicinanza e della familiarità. Da qui il continuo appellarsi al Signore con il semplice “Tu”:

«Tu sei santo, Signore Iddio unico, che fai cose stupende. / Tu sei forte. Tu sei grande. Tu sei l’Altissimo. Tu sei il Re onnipotente. / Tu sei il Padre santo, Re del cielo e della terra. / Tu sei trino e uno, Signore Iddio degli dèi. / Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene, Signore Iddio vivo e vero. Tu sei amore […]».

E in questo guardare il volto di Dio gli dice “Tu sei Bellezza”, e glielo dice non una ma due volte, e subito dopo “Tu sei la nostra speranza”. Ho sempre pensato che bellezza e speranza siano sorelle e camminino, meglio danzino, insieme.

Francesco con la sua vita non solo ha rinnovato la Chiesa che andava in rovina, ma ha rivoluzionato le arti e ha reso possibile Giotto e la sua pittura.
Infine, per chiudere questo breve viaggio alle radici, devo ringraziare la scuola che mi ha fatto incontrare il poeta dei poeti e il romanziere dei romanzieri: Dante e Manzoni. Di entrambi, mentre li leggevo, ho pensato: ecco l’intelligenza che ama e l’amore che pensa. Solo un cuore innamorato e solo un pensiero profondamente ispirato dall’amore possono concepire e partorire la Commedia e I Promessi Sposi, modellare protagonisti più vivi dei viventi, avere il gusto e il senso della realtà sapendola cogliere, anche con ironia, in tutti i suoi aspetti: nella semplicità del quotidiano, nella tragedia della guerra e del male, nella violenza del sopruso, nella bellezza dell’amore, dell’amicizia, della fede e della santità. Entrambi hanno saputo abbracciare l’orizzonte terreno con uno sguardo sempre rivolto al Cielo.

Cosa ti hanno insegnato Dante e Manzoni nell’approccio alla realtà e nella possibilità di comunicarla?

Dante ci mostra l’Inferno e il Paradiso con la forza e la passione della visione mistica (perché solo un mistico può arrivare ai vertici raggiunti con la Commedia) animata da una grande speranza: la salvezza è per tutti e tutti possono coglierla. Perché nelle cantiche dell’Alighieri c’è l’umanità di ogni epoca, ma anche ciascun singolo uomo, con le sue passioni e i suoi tradimenti, con il desiderio di Dio e la tentazione di farsi dio a sé stesso e agli altri. Ma sempre con la possibilità di essere quel che siamo, figli di Dio. Il viaggio di Dante è il viaggio nell’orizzonte che ci è proprio: il nostro essere di terra e di Cielo, di polvere e di stelle, di abisso di peccato e di inattesa grazia.

Manzoni ci racconta gli umili eroi, una storia, che è una storia d’amore, dove i grandi sono i piccoli e i piccoli i grandi. Ribaltamento delle sorti, ribaltamento inatteso che accade oltre ogni previsione e speranza, che ha la sua fonte nella storia biblica e vede la sua sintesi più alta e poetica nel Magnificat. Il Magnificat, come osserva il cardinal Gianfranco Ravasi, è la struttura ideale dei Promessi Sposi. Canta la Vergine: «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,51-52). L’amore è il vero volto della Provvidenza divina in mezzo agli uomini, Provvidenza che è il vero, grande protagonista dei Promessi Sposi.
La Commedia e I Promessi Sposi sono i due grandi capolavori inarrivabili della poesia e della letteratura. Dante e Manzoni ci invitano a osare, in un cammino (per entrambi l’esistenza è un viaggio) che punta al cuore di una storia che non è mai solo storia di uomini, ma è sempre anche (e soprattutto) storia di Dio.

Dal primo dei giorni di Genesi al Giudizio dell’ultimo giorno, l’Eterno si fa presente e il presente in modo misterioso entra nell’eternità, perché nulla è insignificante. Siamo noi che non cogliamo o non vogliamo cogliere il valore di una parola, di un gesto, di una persona. Non ci sono scarti tra gli uomini, ma non ci sono scarti neppure nel loro vissuto.
Non si possono comprendere la Commedia e I Promessi Sposi se non alla luce di questa logica, che è la logica evangelica, la logica del Creatore che conta i capelli del nostro capo, governa gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo. Nulla va perduto e noi siamo davvero “per sempre”. Dante e Manzoni colgono tutto questo e la bellezza della vita che è bellezza, nel segno della speranza, in tutte le cose.

Della ricerca del “per sempre” e della “bellezza in tutte le cose” hai fatto l’orizzonte di “Luoghi dell’Infinito” … Come nasce la rivista?

Luoghi dell’Infinito” ha una lunga storia, ma fin dall’inizio ha voluto raccontare la sete di bellezza che è all’origine di ogni creazione, umana e divina. “Luoghi” nasce nel 1988: laureato in filosofia all’Università Cattolica, e terminato il Servizio civile presso il Centro Aiuto alla Vita di Milano, in modo inatteso, mi viene affidato – da don Pier Luigi Boracco, allora presidente della Compagnia di San Paolo del cardinal Ferrari e della Ivet-Pellegrinaggi Paolini –, il compito di ideare una rivista di turismo religioso e culturale. È la prima nel suo genere in Italia, forse la prima al mondo: raccontare i luoghi sacri e i luoghi identitari attraverso il cammino di chi crede e di chi desidera crescere nella conoscenza delle arti, della storia, delle tradizioni, dei popoli…

Vorrei ricordare due personalità che mi hanno onorato della loro amicizia e hanno contribuito agli inizi della rivista. Nel Collegio Cardinal Ferrari che dirigevo, in un dialogo a pranzo con la professoressa Maria Luisa Gatti Perer, fondatrice della rivista “Arte Lombarda” e dell’Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda (Isal), nasce il nome della testata. “Luoghi dell’Infinito” richiama l’antinomia di limite e illimitato, storia ed eternità, immanente e trascendente e tutto questo non si risolve in un bel gioco di parole, ma nella possibilità, meglio nell’avventura, dell’incontro.
La rivista, che durerà quattro anni, l’ho progettata quando non ero neppure iscritto all’Ordine dei giornalisti praticanti. Serviva un direttore responsabile: allora ho letteralmente bussato alla porta di casa di Gigi De Fabiani, vicedirettore di “Avvenire” e direttore de “Il Sabato”, cronista autentico e uomo di grande fede, che generosamente e gratuitamente mi ha affiancato in questa avventura.

Poi la rivista rinasce nel 1997: ero vicecapo degli Interni di “Avvenire” e il direttore Dino Boffo mi chiese – su mandato della Conferenza Episcopale, e in particolare del presidente, il cardinale Camillo Ruini – di ideare una rivista che doveva accompagnare i lettori fino al grande Giubileo del Duemila. La Cei e l’editore pensavano a un mensile di pastorale, io proposi un progetto che coniugava arte, itinerari e cultura. La sfida era rimettere al centro l’Annuncio cristiano attraverso la bellezza che la fede ha generato nei millenni. La vera bellezza attrae credenti e non credenti, va al di là delle ideologie e delle lingue, è alla portata dell’ignorante e del colto, perché si contempla innanzitutto con il cuore, con la profondità dell’anima nostra.
Il progetto piacque molto e fu approvato senza correzione o integrazione alcuna, e quando mi chiesero il nome della testata proposi di far rinascere “Luoghi dell’Infinito”. Lo spazio temporale, inizialmente previsto, era di tre anni: la rivista doveva terminare le uscite a chiusura del Grande Giubileo del Duemila. Ma così non è stato, grazie al grande numero di lettori e di abbonati e all’autorevolezza della testata e al bilancio economico in attivo. Oggi ha superato i 300 numeri.

Come hai sviluppato questa rivista che è stata un unicum nel panorama editoriale non solo italiano?

Sono due i poli originari di “Luoghi dell’Infinito”. Il primo è la ricerca della bellezza, non come puro fattore estetico ma come racconto, in testi e immagini, della bellezza della Natura e della bellezza che l’uomo ha saputo generare nei millenni, in particolare per esprimere il senso religioso, nella profonda convinzione che il bello, come il vero e il bene, è la sostanza stessa di Dio, lo splendore del suo volto che si irradia nel Creato e nelle creature.
L’Annuncio cristiano, fin dai tempi delle catacombe, ha avuto bisogno non solo di essere detto, ma di essere visto e contemplato: Dio si fa carne, Dio si fa volto e quindi icona. La bellezza è il volto più autentico dell’essere. È fragile, richiede cura, amore, dedizione. Ed è insieme potente: la bellezza del Creato e la bellezza delle arti ci avvicinano a Dio.

E l’arte cristiana abbraccia tutto, il dolore e la gioia, il crocefisso e il risorto… Fin dai suoi albori l’umanità ha voluto offrire la grande bellezza al divino mistero. Dai templi dell’antica Grecia alle cattedrali, la fede ha dato spazio e colore al sacro. In questo senso la fede genera bellezza, e lo fa in una duplice declinazione: la bellezza di pietra e di colore; la bellezza della santità. Un abbraccio di vita e arte, che assume con l’Incarnazione uno statuto di sacralità sconosciuto alle altre religioni, un canto ininterrotto per duemila anni che ha dato un volto santo alla storia e al paesaggio.
Per Simone Weil:

«In tutto quel che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello, c’è realmente la presenza di Dio. C’è come un’incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno. Il bello è la prova sperimentabile che l’Incarnazione è possibile».

E il dialogo tra Dio e l’uomo si declina fin dal suo incipit nell’orizzonte della bellezza. Il Padre crea i cieli e la terra e gli esseri viventi, ma solo di Adamo ed Eva dice: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gn 1,26). Un dialogo che prima di essere parola è sguardo. Noi siamo il suo riflesso e solo nello sguardo paterno possiamo riconoscerci per quel che siamo realmente: non specchio di Dio, ma figli suoi. Modellati nel profondo dell’anima nostra dalla domanda di bene, di vero e di bello che trova piena risposta nell’Altissimo. In questo dialogo tra la nostra sete mai appagata e l’Infinito che ci sostiene si concentra la sacralità della nostra vita, il nostro essere a sua Immagine. Ed è un dialogo dove l’orizzonte dello stupore può essere attraversato dalle nuvole del dubbio, dell’angoscia, del tormento senza per questo perdere la sua verità e la sua bellezza…

Il racconto di “Luoghi dell’Infinito” è sempre nel segno del dialogo, e qui siamo al secondo polo della rivista: dialogo tra i saperi, dialogo tra personalità anche lontane per sensibilità, cultura, credo religioso. Lo sguardo sul mistero – in noi, e infinitamente oltre noi – è all’origine delle più grandi avventure della storia: la religione, le arti, la filosofia. Avventure che hanno una caratteristica comune: l’assoluta gratuità nella più totale inutilità. Tutte le cose più grandi, più belle e più vere, come l’amore che le alimenta e le sostiene, non sono mai a servizio di uno scopo.

Luoghi dell’Infinito”, come ha scritto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione dei vent’anni della rivista, è appunto «spazio di dialogo e conoscenza, anche grazie al contributo di grandi firme. Il dialogo tra culture e religioni diverse contribuisce ad alimentare la pace e la speranza». E questo anche grazie a un Comitato scientifico che annovera, fin dalla sua nascita, personalità come il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente emerito del Pontificio consiglio della cultura, la scrittrice Antonia Arslan, il presidente della Treccani Carlo Ossola, lo storico dell’arte Timothy Verdon, lo storico medievista Franco Cardini, l’architetto Mario Botta, i teologi Enzo Bianchi e Pierangelo Sequeri, il poeta Guido Oldani, la storica dell’architettura Maria Antonietta Crippa, l’abate Mauro Giuseppe Lepori… Altri amici che ne hanno fatto parte ci guardano dal Cielo: Antonio Paolucci, Cosimo Damiano Fonseca, Paolo Portoghesi.

Ogni mese “Luoghi dell’Infinito” propone monografie su grandi temi (il silenzio, il restauro, il mecenatismo, il Grand tour, la guerra e la pace, lo sguardo, l’Italia d’autore, il sacro nell’arte, la Natività, la Passione…) o grandi figure (Manzoni, sant’Agostino, Dante, san Domenico, san Francesco, Paolo VI, Giovanni Paolo II…) e insieme itinerari storico-artistici che abbracciano templi, cattedrali, abbazie, santuari, opere d’arte, dalle civiltà antiche a quelle moderne. Un grande viaggio nell’arte e nella spiritualità, ma anche nella bellezza della natura, dove parola e immagine si sostengono a vicenda.

Negli anni sono state moltissime le grandi firme, tra cui la tua, spesso legate a noi da profonda amicizia, che hanno offerto il loro prezioso contribuito a “Luoghi dell’Infinito” e a cui tutti siamo grati. Oltre i già citati componenti del comitato scientifico ricordiamo: poeti come Mario Luzi, Giovanni Raboni, Alda Merini, Roberta Dapunt, Davide Rondoni, Roberto Mussapi; storici dell’arte come Vittorio Sgarbi, Flavio Caroli, Philippe Daverio, Marco Bona Castellotti; scrittori quali Dominique Lapierre, Eraldo Affinati, Erri De Luca, Ferdinando Camon; cardinali come Carlo Maria Martini, Roger Etchegaray, Angelo Scola, Tomas Spidlik, Giuseppe Betori, Loris Capovilla, Giuseppe Bassetti; gli architetti Mario Cucinella e Richard Meier; i sociologi Marc Augé e Zygmunt Bauman; i teologi Ermes Ronchi e Bruno Forte; i filosofi Roger Scruton, Sergio Givone, Stanislaw Grygiel e Silvano Petrosino; artisti come Luciana Savignano, Giovanni Lindo Ferretti, Arnaldo Pomodoro, Omar Galliani, Massimo Lippi, Giuliano Vangi; l’archeologo Michele Piccirillo; l’astronauta Umberto Guidoni; e infine personalità come l’Abbé Pierre, i registi Ermanno Olmi e Krzysztof Zanussi, i maestri Rahmin Bahrami, Luciano Chailly, Carlo Maria Giulini…
Grandi autori anche per la fotografia: Steve McCurry, Mimmo Iodice, Elio Ciol, Pepi Merisio, Nick Brandt, Franco Fontana, Luca Campigotto, Sebastiao Ribeiro Salgado, Marco Paoli…

E non posso non ringraziare sia chi ha collaborato in modi diversi ma sostanziali alla realizzazione di “Luoghi” – Max Mandel, Leonardo Servadio, Alessandra Ballico, Alfonso Ficarra – sia chi ha partecipato negli anni alla sua redazione e alla grafica: Domenico Montalto, Lorenzo Rosoli, Anna Maria Brogi, Edoardo Castagna, Alessandro Beltrami, Giuliano Traini, Angelo Fiombo, Massimo Dezzani, Antonio Talarico… Infine ringrazio i direttori di “Avvenire” Dino Boffo, Marco Tarquinio, Marco Girardo che mi hanno dato la possibilità e la libertà di creare “Luoghi” dal primo all’ultimo numero in piena e totale autonomia.
Il segreto di “Luoghi dell’Infinito” ricorda quello del grande chef: la conoscenza degli ingredienti e insieme il saperli dosare, perché il gusto possa scoprire un sapore antico e nuovo insieme e ne resti affascinato. Ma potremmo anche richiamare la creatività e la fantasia del bravo compositore perché in fondo è la polifonia il tratto distintivo di “Luoghi”: la capacità di offrire attraverso sguardi diversi, che dialogano tra loro, una nuova prospettiva non solo sul mondo ma su noi stessi, che ci porti a guardare dentro di noi e, allo stesso tempo, sempre più lontano, nella consapevolezza che l’Infinito ci è vicino, così vicino da abitare in noi.

Parlavi della “polifonia” della bellezza e dell’apertura a tutti i saperi in dialogo con l’arte e con la ricerca di Dio. Questo aspetto del tuo lavoro, vorrei dire della tua ricerca interiore, mi sembra uno dei segni fondativi della tua spiritualità…

In fondo tutto nasce da quel “Tu sei bellezza” che san Francesco vedeva nel volto di Dio e che io vedo solo per riflesso nel Creato, nelle creature, nelle arti.
La bellezza non conosce confini. Non conosce confini temporali. Non conosce confini spaziali. La bellezza è corpo e anima, è natura e cultura, è colore e suono, è intuizione e pensiero, è silenzio e ascolto, è ragione e sentimento, è soffio e fragore, è volto di donna e volto di Dio… La sua infinita ricchezza è all’origine del suo essere polifonica. Ma dove nasce la bellezza? Perché la bellezza nasce, come un bimbo figlio dell’amore, come il giglio del campo che oggi c’è e domani scompare, come il tramonto che accende il cielo e il mare di rosso e di giallo.
La bellezza è luce, profumo, musica, ricerca e contemplazione, dentro e fuori, istante ed eternità, purezza altezza profondità. La bellezza è antica e nuova. La bellezza è respiro. La vivi, la senti, la pensi. Ne hai percezione nella gioia e nel dolore. Nella sua assoluta semplicità non si lascia definire. Ti abbraccia come l’orizzonte e, insieme, abita in te. Noi sappiamo che l’Invisibile si è fatto visibile, il Creatore creatura. L’Invisibile si è fatto volto, volto di bambino a Betlemme, volto di uomo torturato e crocefisso sul Golgota, volto glorioso del Risorto nel giardino del nuovo Eden, volto dello straniero che diventa compagno della nostra disillusione e disperazione sulla via verso Emmaus.

Nulla viene negato, tutto è abbracciato: il canto di Davide, il pianto di Giobbe, la Passione e la Gloria. La bellezza cristiana esprime tutto questo e così supera gli ideali dell’arte greca: dove solo i criteri di armonia e perfezione possono corrispondere a un’ideale di bellezza, pura utopia per gli uomini, ma anche per gli dèi dell’Olimpo, un magnifico sogno, ma pur sempre solo un sogno. Al contrario la verità del mistero cristiano salva e coniuga in modo paradossale vita e morte, sofferenza e felicità, tempo ed eternità. E la bellezza che ne scaturisce è molto più di un puro fatto estetico, perché nasce e si alimenta nell’Incarnazione.

«Chi crede in Dio – diceva nel 2002 l’allora cardinale Joseph Ratzinger –, nel Dio che si è manifestato proprio nelle sembianze alterate di Cristo crocefisso come amore “sino alla fine” sa che la bellezza è verità e che la verità è bellezza, ma nel Cristo sofferente egli inoltre apprende che la bellezza della verità comprende offesa e dolore e, sì, anche l’oscuro mistero della morte, e che essa può essere trovata solo nell’accettazione del dolore e non nell’ignorarlo».

Sono questi, come dicevamo, i due volti della bellezza cristiana, il volto della gloria e il volto del dolore, e se non fossero presenti entrambi i volti, la bellezza si ridurrebbe all’evanescente falsità di un abbagliante spot pubblicitario.
Andrej Tarkovskij indicava come “compito” per l’arte «il tentativo di stabilire un equilibrio tra l’infinito e l’immagine», tra l’infinito e la parola. Diceva:

«L’opera d’arte deve essere capace di suscitare una forte emozione, una catarsi. Deve essere in grado di toccare la viva sofferenza dell’uomo. Lo scopo dell’arte non è insegnare a vivere (forse Leonardo ci insegna qualcosa con le sue Madonne o Rublëv con la sua Trinità). L’arte non ha mai risolto i problemi, semmai li ha posti. L’arte trasforma l’uomo, lo prepara a percepire il bene, sprigiona l’energia spirituale. È qui che risiede il suo alto fine».
Quindi c’è una concretezza, un vissuto della bellezza, ed è questo quello che tu cerchi?

La bellezza non è un’astrazione. Ma questo mondo sembra voler fare a meno della bellezza come dell’amore. Li relega al passato. Li guarda magari con nostalgia. Spesso con cinismo e indifferenza. La vera bellezza, il vero amore hanno a che fare con l’Eterno. Si declinano nell’orizzonte del “per sempre”.
Il nostro mondo invece corre veloce, vuole giocare tutto sull’istante: riduce l’eterno al presente, la verità a maschera, il noi a io, il bene ad artificio e prodotto di consumo. C’è tanta tristezza, noia e mediocrità in questo vecchio mondo trasformato in mercato globale e virtuale. Perché tutto, ma proprio tutto può essere venduto e comprato, perfino il concepimento di un bimbo. E il perfetto consumatore non è mai la persona che pensa, ma la persona che desidera di un desiderio che non conosce appagamento. Il nostro mondo è il peggior nemico dello “spirito d’infanzia”, che cerca di uccidere affogandolo nel peccato, nelle ideologie, nel politicamente corretto, nei falsi diritti delle leggi antiumane. Georges Bernanos diceva:

«Quando lo spirito d’infanzia si indebolisce nel mondo, è lo spirito di vecchiaia ad affermarsi, uno spirito di compromesso. Comunista o fascista, dirigista o liberale, questo mondo è vecchio. Questo mondo despiritualizzato, meccanizzato, divorato dalle meccaniche come una bestia malata di pulci, è invecchiato, banale».

Quanta banalità nel male e perfino nel generico “vogliamoci bene”. Non c’è bellezza senza amore. E il dono, che è il modo in cui l’amore si esprime, trova il suo fondamento nella libertà. Se ci fermiamo alla superficie delle cose, al desiderio dell’immediato, al consumo vorace, alla ricerca del successo, allora la nostra vita nega l’Invisibile, ma nega anche la bellezza. Potremo avere tutto, conquistare tutto, ma noi saremo un nulla, un vuoto incolmabile. Intorno a noi e dentro di noi ci sarà solo deserto. Non esiste orizzonte senza cielo. Chi desidera davvero non può desiderare meno dell’Infinito, perché l’Infinito è presente dentro di noi ed è insieme il nostro destino. E solo sull’Infinito possiamo radicare la nostra speranza. E quale speranza più grande di un bimbo che nasce? La domanda di Dio è per l’uomo come il vagito di ogni figlio che viene al mondo: fa parte del suo stesso essere e negarlo significa negare se stessi.
Con gli antichi Navaho possiamo anche noi cantare la gioia del Creato:

«Libero e leggero potrò muovere i miei passi / Col cuore pieno di vita e passione camminerò / Felice andrò per la mia strada / […] Felice bramerò l’abbondante rugiada / Nella bellezza desidero vagare / Sia la bellezza di fronte a me / Sia la bellezza dietro di me / Sia la bellezza sotto di me / Sia la bellezza sopra di me / Che la bellezza possa io vedere tutt’intorno, sul mio cammino / Nella bellezza tutto si compie».
Mi piacerebbe che ci soffermassimo sul titolo della rivista…

Scrive il cardinale Gianfranco Ravasi nell’editoriale del centocinquantesimo numero:

«Come può avere un “luogo” – termine che presuppone uno spazio limitato, una sede circoscritta, un perimetro definito – ciò che è “infinito” come appunto lo è lo spirito, l’arte, la bellezza? Sappiamo che questa antinomia è alla base dell’idea stessa di tempio, come già dichiarava Salomone nella sua preghiera di consacrazione del santuario di Sion: “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito!” (1Re 8, 27). La soluzione era stata trovata nella denominazione della tenda sacra dell’alleanza: ’ohel mo’ed, tenda dell’incontro. Il Dio trascendente e infinito, che tutto abbraccia, incontra l’uomo e la donna, che sono finiti e legati allo spazio, in un “luogo” prescelto, quasi in una sorta di appuntamento a cui si adatta per attuare l’incontro».

La rivista è un invito a cogliere la Presenza, che si manifesta nella bellezza, come sorgente di senso per la quotidianità e le vicende degli uomini. Perché la bellezza non è una sosta, un’oasi, ma è il nostro destino ultimo che ci affascina, l’attrazione che ci muove a scegliere il bene rispetto al male, la vita rispetto alla morte. La bellezza ci chiama alla nostra vocazione più autentica che è quella di figli di Dio. Una lunga storia che parte da Abramo e passa per Icaro, Ulisse, Dante della Commedia: la ricerca del “volto di Dio” si fa concreto movimento, perché come i magi non possiamo accontentarci di scoprire il segno prodigioso della cometa e fermarci a inerti spettatori, ma vogliamo essere partecipi e diventare testimoni.

Luoghi dell’Infinito sono luoghi che ci chiamano, sono un invito al cammino e sono meta e cammino insieme, come un destino che si svela nella sua inaspettata e inesauribile pienezza nel tempo e oltre il tempo. Sono luoghi che ci portiamo dentro: anche se li vediamo per la prima volta quando varchiamo la soglia ci ritroviamo a casa, ci sentiamo totalmente accolti e ci scopriamo per quello che siamo, nella nostra verità più profonda. Noi apparteniamo a quei luoghi e quei luoghi in qualche modo appartengono a noi, e anche se millenari, nascono con noi e noi rinasciamo con loro, in modo antico e nuovo insieme, di generazione in generazione. In fondo è questo che la rivista cerca: la felicità di scoprire l’Infinito che ci ha generati e continua a generare la terra, i cieli, noi stessi, con la stessa semplicità e straordinarietà di un sole che sorge.

E poi la testata racconta dell’Infinito legato alla bellezza.

Diceva Giorgio de Chirico: «La grande pittura non ha le barriere e le frontiere della realtà. Essa è bella, eterna e infinita». Gli faceva eco Maria Lai: «L’arte mi ha dato l’ansia dell’infinito».
Ma non sempre è stato così. Il rapporto tra bellezza e infinito non è un rapporto originario. Per gli antichi greci kȯsmos ha il duplice significato di “ordine” e di “mondo, universo”: tutto è armonico, tutto ha una forma, tutto ha un limite. In fondo la bellezza greca è “chiusa” nella perfezione della forma: basta a sé stessa, non è aperta a un di più, a qualcosa che sia Oltre o Altro da sé. Per gli antichi l’infinito è inconcepibile: un paradosso o un concetto negativo, proposto nel segno della privazione. Per Anassimandro è ápeiron, il senza limite, l’illimitato.

E la parola “infinito” non la troviamo neppure nella Bibbia, se non per via simbolica (la discendenza di Abramo sarà come “le stelle del cielo”) o per negazione di un limite: «Di ogni cosa perfetta ho visto il limite, ma la tua legge, o Signore, non ha confini» (Sal 119,96).
“Dire Dio”, da Genesi ai Vangeli, è una continua tensione che porta a superare qualsiasi limite spaziale e temporale fino ad arrivare all’Infinito ed Eterno che si “comprime” nella carne e nella storia in Cristo. In Lui tutto si risolve, viene portato a pienezza e compimento, in questo abbraccio di tempo e d’Eterno, di dolore e di gloria, di vita e di morte, di limite e di infinito. La bellezza cristiana si pone così agli antipodi di quella greca: è totale apertura al mistero dell’Incarnazione, all’Infinito che si fa presenza e volto, entra nella storia ed entra nello spazio. Ma è anche vero che spazio e tempo, attraverso il corpo di Cristo, entrano nella vita Trinitaria.

Quando l’Infinito si fa carne, entra nello spazio e lo rende sacro, l’Eterno entra nella storia, e la rende sacra, ma anche la storia entra nell’Eterno. Quando Dio si fa bimbo allora tutto, ma proprio tutto, cambia: perché non è più l’uomo che cerca Dio, ma Dio che cerca l’uomo, e si fa figlio, amico, compagno di viaggio, maestro…

Ecco allora che bellezza e speranza non possono più porsi l’una senza l’altra. Una relazione che acquista fondamento, senso, respiro quando Dio in Gesù si fa sorriso, sguardo, abbraccio, parola, ascolto, strada, pane di vita. Gesù è bellezza e la nostra speranza. Una relazione, quella tra bellezza e speranza, che diventa evidente nell’arte cristiana che è annuncio in forme, colori, suoni dell’Incarnazione che salva e a tutto dà senso. E se l’arte cristiana non è capace di dire, come oggi troppo spesso accade, l’Infinito che si fa finito e spalanca la storia sull’Eterno, non dice nulla, resta silente, Presenza invisibile e inascoltata.
Scriveva su “Luoghi dell’Infinito” Antonio Paolucci:

«Poche sentenze sono state usate e abusate più della frase che Fëdor Dostoevskij ha messo in bocca al principe Lev Nikolaevic Myškin, il protagonista de L’idiota: “La Bellezza salverà il mondo”. Quella frase dovrebbe essere rovesciata di senso. Non sarà la Bellezza a salvare il mondo. Deve essere il mondo, cioè noi, a salvare la Bellezza. La Bellezza esiste indipendentemente da noi. È fatta dalle opere d’arte che le generazioni dei viventi hanno creato e dei libri che popolano le nostre biblioteche, è fatta dei tesori che la natura ha dispiegato ovunque (montagne e coste, foreste e laghi, fiumi e praterie), è fatta di paesaggi modellati dal lavoro e dalla vita degli uomini, è fatta di centri storici e di monumenti nei quali la nostra storia e il nostro destino si riflettono come in uno specchio. Tutto questo è la Bellezza che ci consola, ci scalda il cuore, ci rende almeno per un poco felici. Salvare la Bellezza significa salvare le ragioni delle emozioni, dello stupore, in definitiva della felicità […]. Occorrerà dunque correggere il principe Myškin e fargli dire qualcosa di profondamente diverso. Cioè questo: la Speranza, non la Bellezza, salverà il mondo e con la Speranza, se noi vorremo, sarà salvata anche la Bellezza che lo abita. Quella Bellezza che non puoi definire ma che quando la vedi, quando la godi, quando entra dentro di te, ti fa sentire felice di essere vivo, di avere occhi per guardare, un cuore per emozionarsi e memoria per ricordare».

E la bellezza cristiana è in qualche modo il frutto della speranza, del nostro sguardo capace di andare oltre, oltre la malattia, oltre il tradimento, oltre la violenza, la distruzione, oltre la morte. Charles Péguy scriveva: «Per sperare… bisogna essere molto felici, bisogna… aver ricevuto una grande grazia». E ancora: «La speranza è quella bambina che porta per mano le due sorelle maggiori: la fede e la carità».

Non c’è bellezza senza speranza e questo mondo sembra voler fare a meno della bellezza perché è un mondo disperato, dove si cancellano popoli e nazioni nell’indifferenza di chi vuol salvare la routine del suo quotidiano.
Roger Scruton, sempre in un saggio per “Luoghi dell’Infinito”, ci aiuta a comprendere meglio la duplice natura della speranza:

« Ci sono due tipi di speranza. C’è la speranza per una cosa specifica, qualcosa che hai voluto tanto ma potresti non ottenere. E c’è la speranza per nulla in particolare, la speranza “intransitiva” della persona che è in pace con sé stessa e che vede tutto il mondo come un dono. In questo secondo senso puoi vivere nella speranza non aspettandoti nulla oltre questa vita. Nell’esperienza della bellezza il mondo viene rivelato come un dono e la persona che spera si attacca a questa esperienza perché gli dimostra che quello che ha è già sufficiente».

La speranza è l’arte del cammino nel travaglio della vita, è lo sguardo che ci spinge oltre, che non ci paralizza nelle false sicurezze. La speranza e la bellezza sono rivoluzionare, come rivoluzionario è il Vangelo. Diceva il cardinale Marco Cè, compianto patriarca di Venezia: «Gesù nasce in una stalla: sua madre lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia. Un evento sconvolgente. Ma tale è Dio, sempre inquietante. Solo gli idoli lasciano tranquilli».

In questi anni ci sono stati giudizi sulla rivista che ci aiutano a cogliere meglio il valore e il significato di “Luoghi”?

Mi piace ricordare due testi ricevuti in occasione del numero 300 di “Luoghi dell’Infinito”. Il primo è del cardinale Gianfranco Ravasi:

«Questo messaggio è anche una testimonianza personale, perché nel 1997 nel piccolo gruppo di persone convocate da Giovanni Gazzaneo nella sede milanese di “Avvenire” per dare l’avvio a “Luoghi dell’Infinito” ero presente anch’io. Sinceramente mai avremmo sperato che si sarebbe raggiunto anche questo giro di boa e soprattutto in così bella, anzi, splendida forma. Sì, perché la rivista si è da sempre caratterizzata per una qualità che può essere senza esitazione rubricata sotto la categoria della bellezza. Essa brilla in ogni pagina patinata dell’intera raccolta dei fascicoli distribuiti nei vari mesi di questi venticinque anni, soprattutto attraverso la straordinaria sequenza iconografica che intarsia i testi degli articoli. Ma la bellezza è anche la stella polare della mission, come si è soliti dire, della stessa rivista. Infatti, è ciò che è stato ininterrottamente proposto nelle sue pagine luminose, quasi “miniate” con immagini antiche e nuove, vere e proprie epifanie di bellezza.

Non solo quella creata dal pennello o dallo scalpello o dall’obiettivo governati dalle mani dell’uomo, ma anche la bellezza che il Creatore stesso ha effuso nell’universo. La bellezza è, poi, principio di speranza. Il suo antipodo è, infatti, la violenza personale e bellica, che in questi anni è tragicamente sulla ribalta mondiale. La violenza infrange sia l’armonia del Creato sia quella della creatura-prodigio – come diceva il Salmista (139,14) – che è la persona umana. Nella nostra lingua ci sono due vocaboli affini che hanno, però, un duplice e distinto significato: dal termine “brutto” derivano “bruttezza”, che è lo squallore estetico, e “bruttura”, che designa invece la degenerazione morale. Entrambe queste realtà s’intrecciano tra loro e producono infelicità, desolazione e spesso disperazione. Ritornare ad amare la bellezza, a scoprirla e custodirla nella natura e nella vita umana è stata e sarà l’opera culturale, sociale e spirituale attuata da “Luoghi dell’Infinito”. È un impegno che può diventare sorgente di fiducia, speranza e salvezza. Solo così si può ripetere in modo autentico l’abusato (e spesso stereotipato fino all’enfasi) asserto di Dostoevskij sulla “bellezza che salverà il mondo”».

Il secondo messaggio è del professor Carlo Ossola, presidente dell’Enciclopedia Treccani:

«“Luoghi dell’Infinito”: titolo ambizioso, sconfinato. E insieme “luoghi” definiti, riconoscibili. Non c’è contraddizione tra il sostantivo reggente e il suo genitivo? Non secondo Aristotele, che nel libro III della Fisica afferma: “Di conseguenza, se il luogo dell’infinito è di essere in sé, tale sarà anche il luogo della parte, che avrà ugualmente il riposo in se stessa” (III, cap. VII, § 26). Questa magnifica definizione detta anche le condizioni per riconoscere se in una parte (e dunque nel nostro caso in un fascicolo, in un tema proposto) ci sia davvero l’infinito: per Aristotele la condizione è adempiuta se la parte “ha ugualmente riposo in se stessa”. Ora, ciò che da lettore ricavo, dalla felice storia dei “Luoghi dell’infinito”, è che il loro centro, la finalità che si dispiega, è il conseguimento di una “dimora”, dimora dello spirito, ove il viaggio se non meta trovi riposo. Non si tratta tuttavia di una fittizia Arcadia. Quello “stare” è uno scegliere il luogo che ci “obbliga”: il celebre hic manebimus optime non fu pronunciato alla scoperta di una convalle o di una riva edenica; ma − riporta Tito Livio − fu il piantare le insegne nel luogo più minacciato, nel centro del Foro, in piena invasione barbarica (Ab Urbe condita libri, V, 55). Un “luogo che ci obbliga” e che, scelto, ci dà riposo in se stesso: ecco la missione, sempre viva, dei “Luoghi dell’infinito”».
Per cogliere la bellezza è necessario saper guardare. Qual è il modo autentico di vivere la centralità dello sguardo?

La bellezza porta alla contemplazione e insieme al cammino: la stella che brillava nei cieli e negli occhi dei Magi, guida i loro passi fino ai piedi del Bambino Gesù; l’annuncio delle donne spinge Pietro e Giovanni a correre verso il Sepolcro vuoto. Per i Magi e per gli apostoli le parole non potevano bastare, ardevano dal desiderio di vedere.

Nel racconto evangelico il vedere viene prima del credere. “Vieni e vedi”, dice Gesù al discepolo. Solo uno sguardo può abbracciare la Parola incarnata e farla diventare ragione di vita (Gv 1,36-39; 20,8). Quel vedere che infrange la notte: all’alba della Genesi il Creatore soppesa con uno sguardo il frutto della sua Parola per apprezzarne la bontà, e questo è possibile solo dopo che “la luce fu” (Gn 1,4). Lo sguardo ci apre all’orizzonte – ha a che fare con l’assoluto, ciò che è libero da qualsiasi determinazione –, ci fa percepire l’infinito. Ed è quel che viviamo da piccoli, e che perdiamo da adulti: la gratitudine dello stupore. Lo sguardo del credente non ha paura del mistero perché, come insegna Abraham Heschel, «oltre il mistero c’è la misericordia».
Diceva il poeta José Bergamín che «la fede è fatta per l’orecchio, e l’orecchio per la Parola di Dio». Ecco allora che la nostra vita si gioca tra la capacità di Ascolto e la capacità di Visione. Cristo ci invita a spalancare gli occhi sul mistero, ad aprire le nostre orecchie per recepire la voce dello Spirito che è soffio di brezza sottile. Dio non vuole una fede cieca. Lezione ben compresa da Gilbert Keith Chesterton:

«I veri mistici non nascondono misteri, ma li rivelano. Fissano le cose alla luce del giorno e, dopo che esse sono state viste, sono ancora un mistero. Ma i mistificatori nascondono le cose nell’oscurità e nel segreto, e quando vengono trovate, sono banalità».

Il mistero è racchiuso in quello sguardo che ci conosce fin dal grembo di nostra madre. Noi ci riflettiamo in quello sguardo originario e scopriamo noi stessi fino in fondo e il legame con Colui che è nostra genesi e nostro destino.
Per don Luigi Giussani «Il miracolo più grande, da cui i discepoli erano colpiti tutti i giorni, non era quello delle gambe raddrizzate, della pelle mondata, della vista riacquistata. Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre». In questo sguardo si gioca il rapporto tra Cristo e i discepoli di allora, di oggi e di ogni tempo a venire. Perché non esiste amore senza sguardo: sguardo che ferisce, che ci fa vivere la gioia e le pene dell’innamoramento, che scombussola, che mette in gioco, che cambia la vita.
Una reciprocità che ben coglie Cristina Campo: «Tu, Assente che bisogna amare… / termine che ci sfuggi e che c’insegui». Credere e amare per il cristiano sono sinonimi. Innamorati e testimoni. Il testimone non trabocca di parole, ma di gioia. Il suo sguardo l’ha reso partecipe di una storia, di un evento, partecipe della vita, di quel gioco quotidiano di libertà e provvidenza.

Questo racconta la Bibbia: non ci offre miti, ma la storia dell’incontro tra Dio e l’uomo. Un’evidenza nell’immaginario medioevale, dove la fede è l’orizzonte del ricco e del povero, del sapiente e dell’illetterato: un mondo trasfigurato dalla presenza del divino, un universo simbolico dove la terra guarda al cielo e dal cielo si lascia fecondare.
Carlo Betocchi lo diceva in modo semplice ed efficace: «Quando vado alla messa spesso non prego, guardo. Sono come un bambino. Guardo, e credo. E il Signore mi dice (con povere fiammelle di candela, mutamente entro me, nel mio guardare): “Bravo, hai fatto bene a venire”».
Ma lo sguardo può anche uccidere. Nei nostri giorni, dove ormai da tempo il logo dei grandi marchi delle multinazionali ha sostituito il simbolo, domina Narciso, vittima dei suoi stessi occhi. Come lui, anche noi ci perdiamo nell’immagine del nostro io, siamo rapiti dalla superficie, incapaci di uno sguardo che vada oltre, nei cieli come nelle profondità interiori. Abbiamo solo sostituito lo specchio d’acqua con una molteplicità di schermi. Dimentichiamo che «l’uomo è se stesso solo per il fatto che il suo volto è illuminato da un raggio divino» (Henri de Lubac). E a nostra volta possiamo essere luce per lo sguardo altrui.

Lo sguardo che abbraccia l’Ecce Homo e il Risorto è l’unico sguardo in grado di sfidare l’oscurità, è lo sguardo innamorato, è lo sguardo illuminato.
Scriveva Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est:

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva […]. Siccome Dio ci ha amati per primo (1Gv 4,10), l’amore adesso non è più solo un “comandamento”, ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro».
Per non rimanere schiacciati sul presente siamo chiamati a uno sguardo rivolto all’Invisibile nel segno dell’autentica bellezza…

Sì, solo lo sguardo rivolto all’Invisibile è capace di rivelare l’uomo a se stesso. L’Invisibile è bellezza dello spirito e bellezza incarnata e la bellezza è nello sguardo e nel cuore. Parte dagli occhi e arriva al cuore, ma è vero anche il suo contrario: parte dal cuore per arrivare agli occhi. Pensiamo allo sguardo della madre per il suo bimbo. Allo sguardo dell’amata per l’amato. Vedere col cuore è cogliere una bellezza che altrimenti ci è preclusa, perché la bellezza autentica è sempre oltre il puro apparire, oltre il visibile. La bellezza sa inabissarsi nel profondo, abita le radici del nostro stesso essere: è l’immagine divina di cui siamo fatti. La bellezza è il volto stesso della Creazione e insieme l’espressione più alta dell’umano creare.
La bellezza è radicata al senso stesso dell’essere. Per questo Dostoevskij appuntava nei suoi Diari: «L’umanità senza la bellezza non potrebbe più vivere».
L’arte, fin dalle pitture delle grotte di Lascaux, ha sempre voluto esprimere il mondo, l’uomo e Dio nel segno della bellezza. L’eternità non era solo aldilà, ma Presenza nella nostra storia da contemplare, vivere, custodire…
Scriveva Hans Urs Von Balthasar:

«La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma che ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza».

Quello che abbiamo tentato di fare è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo avessimo fatto, come Madre Teresa insegna, l’oceano ora avrebbe una goccia in meno.

Sei stato il primo a usare la metafora del “Grande divorzio” per indicare la frattura tra arte e sacro. Cosa intendevi per “Grande divorzio”?

Con l’epoca dei Lumi il legame tra arte e sacro si spezza: la negazione di Dio provoca la necessità di cancellare anche la sua immagine. La proclamazione di grandi ideali, con la Rivoluzione francese, si accompagna alla persecuzione anticristiana, alla chiusura dei conventi e delle abbazie, alla trasformazione delle chiese in templi della ragione o alla loro distruzione, a partire da Cluny… L’illuminismo avrà un influsso radicale anche in chi lo combatterà, perché tutto ciò che si ispira alla tradizione sembrerà vetusto e nell’arco di breve tempo il rapporto millenario tra Chiesa e arte si trasforma in frattura apparentemente insanabile. Il termine l’ho ripreso da Clive Staples Lewis: nel suo romanzo “Il grande divorzio” esplicita la frattura spirituale tra l’umanità e Dio.

Il “Grande divorzio” tra arte e sacro presenta due chiavi di lettura. La prima: per gli artisti il sacro, così come la bellezza, perde attrattiva, non è più l’orizzonte in cui far nascere forme nuove di espressione. L’artista diventa il demiurgo di un mondo generato esclusivamente dalla sua interiorità. Campione dell’assolutizzazione dell’individuo, autolegittimato dalle sue esigenze e dai suoi diritti, non avverte più l’urgenza di rivolgere il suo sguardo verso Dio.

L’azione delle avanguardie porta a compimento la frattura tra arte e sacro e tra arte e bellezza: la loro influenza si impone su una produzione e un mercato dell’arte che anticipa di decenni tutte le altre forme di globalizzazione e avrà come conseguenza il dominio culturale, prima che commerciale, degli Stati Uniti. Produzione e mercato dell’arte ormai completamente sganciati dai secolari meccanismi di mecenatismo nei quali la Chiesa aveva svolto per secoli il ruolo principale, dall’Europa alle frontiere dell’evangelizzazione.

La Pop Art è tra le incarnazioni più autentiche di questa “evoluzione”. Il grande merito di Andy Warhol – oltre alla sua sincerità: «Faccio sempre la stessa cosa, è la stessa robaccia»; «Non cercate qualcosa oltre la superficie perché non troverete nulla» – è aver capito che a muovere l’Occidente non è più l’uomo, ma i suoi prodotti di consumo, dal detersivo alla Coca-Cola. Cancellato Dio dagli umani orizzonti, sono le cose ad assumere lo status di nuovi dèi, tanto da meritare il ruolo di soggetto artistico e assurgere a nuove icone: il successo, per quanto effimero possa rivelarsi, ha sostituito la Salvezza. Sono le conseguenze della modernità che – dopo l’illusione positivista di un rapporto uomo-mondo risolto dal sapere tecnico-scientifico – si rassegna alla debolezza del pensiero, a una razionalità incapace di cogliere la verità dell’essere per il semplice fatto che questa, la verità, viene “superata” e relegata a scomodo retaggio del passato. E così la ragione, da Nietzsche in poi, può afferrare solo apparenze. Un orizzonte di pensiero che si riflette nel mondo delle arti, dove l’apparente inconsistenza dell’essere si mostra attraverso l’inconsistenza di opere e materiali, nel vuoto e nella ripetitività dei video, nella povertà e temporaneità delle installazioni…

La nostra sterilità si mostra in molti modi. Quando la “creatività” si scioglie nella superficialità più vacua anche nei modelli quotidiani: tinteggiare i capelli di viola o di rosa, marchiarsi la pelle con i tatuaggi più assurdi e ridicoli, vestirsi o svestirsi alla Maneskin. Oppure quando la “creatività” abbraccia la strada senza uscita dello scandalo e del puro e sciocco divertimento in cui si risolve tanta “arte” contemporanea, a partire dal più quotato degli artisti italiani, Maurizio Cattelan. Tutta la potenza dei tempi moderni risulta vana di fronte alle macerie etiche e culturali e al vuoto dello spirito.
Ecco allora l’urgenza del costruire e del ri-costruire. Certo, l’uomo non è creatore, ma è chiamato fin dalla Genesi a dare un nome a tutte le cose, a prendersi cura del Creato, e questo a partire dalla ricerca del senso autentico, del significato profondo. Solo dopo la cacciata da Eden si scopre “costruttore”, un costruttore che sa generare bellezza.

«La bellezza – scriveva Luzi su “Luoghi dell’Infinito” (aprile 2000) – è solo quella fedele rispondenza del mondo a com’è sentito e pensato dalla creatura che ne è parte. La bellezza interiore all’uomo, l’anima dell’uomo con la sua letizia e i suoi turbamenti possono dare alle cose della vita una verità e lì sta la bellezza. È la bellezza del vero che Leopardi ha fatto amare relegando tra le anticaglie la bellezza presunta».

L’altro polo della crisi riguarda la committenza ecclesiastica, incapace di mantenere lo stretto legame con il mondo delle arti che aveva caratterizzato nei secoli il suo mecenatismo. E questo sia per oggettive ragioni economiche, sia per la difficoltà di riconoscere istanze spirituali nelle nuove espressioni artistiche, preferendo arroccarsi nelle forme più tradizionali.

Un esempio è il giudizio di denuncia che “L’Osservatore Romano” dà della Crocifissione del 1941, l’opera a soggetto religioso più importante di Renato Guttuso e una delle più significative del Novecento: monsignor Celso Costantini proponeva la messa all’Indice del dipinto e il deferimento al Sant’Uffizio dell’artista quale “pictor diabolicus”. Ma in quell’opera Guttuso voleva ritrarre il dolore del mondo in guerra: l’Abissinia, la Spagna, i gas e le stragi. Confiderà al cardinale e amico Fiorenzo Angelini, ed è lui che me lo ha riferito, di non aver ritratto il volto di Cristo perché non si riteneva degno.
Ecco: passo fondamentale di un nuovo dialogo, che hanno auspicato e portato avanti gli ultimi pontefici, è farsi compagni di cammino degli artisti. Un dialogo che sia capace di riappropriarsi di una storia mai interrotta e insieme di discernere, nel mondo dell’arte, tra nichilismo e mercificazione da una parte e ricerca autentica dall’altra.
Un cammino che ci porta ad abbracciare la grande bellezza coinvolge tutto noi stessi: è una questione di occhi, di mani e soprattutto di cuore e di mente, per abitare il mistero e aprire nuovi orizzonti.
Come affermava Benedetto XVI nell’incontro con gli artisti il 21 novembre 2009 nella Cappella Sistina:

«L’autentica bellezza schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé. Se accettiamo che la bellezza ci tocchi intimamente, ci ferisca, ci apra gli occhi, allora riscopriamo la gioia della visione, della capacità di cogliere il senso profondo del nostro esistere, il mistero di cui siamo parte e da cui possiamo attingere la pienezza, la felicità, la passione dell’impegno quotidiano».

E Paolo VI, il papa che più di ogni altro pontefice del Novecento ha dialogato con artisti, filosofi e poeti, a chiusura del Concilio si rivolgeva così agli artisti:

«Il mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani» (8 dicembre 1965).

Quelle mani sono le mani che scrivono, le mani che dipingono, le mani che plasmano, nella parola, nel colore e nella materia, la gloria di Dio che è l’uomo vivente.

Ciò che contraddistingue la tua attività è la capacità di interpretare e tradurre questa consapevolezza in sguardo condiviso, di testimoniare nel concreto, con una attività culturale e giornalistica preziosa, esemplare, riconoscibile, le tue intuizioni. “Luoghi dell’Infinito”, “Fondazione Crocevia”, ma anche le tante manifestazioni che hai promosso (mostre, convegni, monografie d’arte, concerti…), ne sono una visibile testimonianza. Cosa ha rappresentato per te e per la tua vita umana e spirituale questo lavoro?

Semplicemente è stata la mia vita, come la mia vita sono stati mia moglie Patrizia e i miei quattro figli Luca, Marta, Paolo e Filippo. Non ho mai separato, a volte sbagliando, il mio lavoro e il mio volontariato nel mondo della cultura dalla quotidianità della vita, non sono mai riuscito a porre limiti, orari, confini. Ma quando quel che fai nasce e cresce nell’amore non puoi staccartene, fa parte di te, della tua carne, del tuo spirito. C’è come un’urgenza che chiama e tu devi rispondere… Così è nata Fondazione Crocevia, dedicata, in particolare, alla conoscenza e alla valorizzazione del sacro nelle arti, soprattutto contemporanee. Punto di partenza è la consapevolezza dell’unitarietà delle arti, dalla pittura all’architettura, dalla poesia alla musica, e del senso religioso che caratterizza ogni autentica espressione creativa: per Giorgio de Chirico, l’arte, se è vera arte, è sempre sacra. Crocevia nasce ufficialmente nel 2005 come tentativo di risposta all’invito di Giovanni Paolo II «ad aiutare l’uomo contemporaneo a ritrovare lo stupore religioso davanti al fascino della bellezza e della sapienza che si sprigiona da quanto ci ha consegnato la storia».

Un progetto che avevo concepito già nel 1997, con la seconda nascita di “Luoghi”, e che è diventato realtà grazie all’incontro con Alfredo Paglione, ex gallerista e mecenate, propiziato dal poeta Enzo Fabiani.
La prima grande mostra è “La bellezza della croce” presso il Museo della Santa Casa a Loreto, che dal 2005 diventa esposizione permanente. Il primo settembre 2010 Crocevia ottiene il riconoscimento giuridico di Fondazione. Al comitato scientifico hanno aderito personalità di primo piano del mondo della cultura, della Chiesa, tra cui i membri del Comitato scientifico di “Luoghi dell’Infinito”, ma anche il cardinale Loris Capovilla e l’arcivescovo Bruno Forte che ci hanno seguito fin dagli inizi, Gabriel Mandel, Elena Pontiggia, Davide Rondoni…

Due le direzioni in cui Crocevia opera. Da un lato gli studi sul rapporto tra arte e sacro, in particolare nei grandi maestri del Novecento e della contemporaneità, nell’ambito delle arti figurative ma anche della poesia, dell’architettura e della musica (tra i frutti più significativi il catalogo ragionato dell’opera sacra di Giorgio de Chirico, le monografie dedicate a Giovanni Bellini, Sandro Botticelli, William Congdon, Omar Galliani, Trento Longaretti, Carlo Mattioli, Francesco Messina…).

Dall’altro, un’attività di ricerca che trova espressione anche nella realizzazione di mostre (come è avvenuto con le esposizioni dedicate ad Amendola, Bellini, Botticelli, Chia, Ciol, Congdon, De Chirico, Galliani, Lippi, Longaretti, Mandel, Manzù, Mastrovito, Mattioli, Messina, Zec…), eventi – come le dieci edizioni della “Settimana della Bellezza” a Grosseto, iniziata nel 2015 – convegni, concerti…
Particolarmente significativa la collaborazione con il grande direttore e organista Lorenzo Ghielmi: nella Basilica di San Simpliciano a Milano, dal 2016, il Concerto per il tempo di Passione, e poi il Festival Bach giunto alla terza edizione… Iniziative e progetti che intendono promuovere il dialogo e il confronto fra artisti, storici dell’arte, poeti e uomini di fede per una “cultura della Bellezza”. Cerchiamo di seguire quel che insegnava papa Benedetto XVI:

«Io ho spesso già affermato essere mia convinzione che la vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato. Affinché oggi la fede possa crescere dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci imbattiamo a incontrare i santi, a entrare in contatto con il bello».
Uno dei riflettori che hai acceso attraverso le pagine di “Luoghi” e l’opera di Crocevia è quello sui paesaggi dell’uomo, in particolare su quelli della nostra Italia, così intimamente ricco di arte e spiritualità. Paesaggi in cui si coniugano storia, civiltà, costume, tradizioni e soprattutto umanità… Da questa ricerca è nato il progetto dei Parchi Culturali Ecclesiali. Ce ne vuoi parlare?

Ambiente e beni culturali sono un connubio inscindibile in Italia, il cui primato nel patrimonio storico-artistico non si può declinare secondo improbabili percentuali rispetto al resto del mondo: per alcuni il 50%, per altri il 70 o l’80%. Percentuali senza fondamento: chi ha mai catalogato o archiviato tutti i beni artistici e architettonici del Messico o dello Yemen o di grandi Paesi come l’India?

Il nostro primato si rivela da una parte nella straordinaria e capillare disseminazione dei beni culturali su tutto il territorio del nostro Paese, e dall’altra nella loro altrettanto straordinaria stratificazione storica. Una realtà che non conosce pari in nessun altro Paese al mondo. A differenza di altre grandi nazioni, il nostro patrimonio non è concentrato essenzialmente in alcuni luoghi ben definiti; né si ferma a una sola stagione della storia (come avviene per la Grecia classica oppure per l’Egitto dei faraoni), ma le attraversa tutte, dall’alba dell’umanità fino alle grandi testimonianze artistiche e architettoniche del Novecento.

Siamo dunque chiamati a essere sempre più consapevoli di questa ricchezza diffusa (materiale ma anche immateriale) nel duplice segno della disseminazione geografica e delle infinite testimonianze delle stagioni della storia.
E ben sintetizzava questa coscienza, già nell’Ottocento, lo scrittore e patriota Niccolò Tommaseo: «Uno dei più grandi vantaggi dell’Italia sono le vestigia e le memorie di civiltà fresche e vive non solo nelle città grandi, ma forse più e meglio nei luoghi minori, nei quali l’antica Italia è più da riconoscere che in altri e nei quali agli occhi miei è la più sicura speranza».
Ma beni culturali e paesaggio non sono solo una speranza: sono il volto della nostra identità, frutto di storie millenarie, lontane e diversissime. Identità che affonda le radici nelle civiltà che queste terre hanno abitato e hanno voluto segnare lasciando un’impronta di bellezza, espressione dell’umana convivenza o inno alle divinità del cielo.

Antonio Paolucci era solito definire il Belpaese “Museo diffuso”. Io amo parlare di “terra sacra”. Per due ragioni. La prima: ogni angolo d’Italia è segnato dalla presenza cristiana, che si è espressa in due millenni di storia anche attraverso le arti, l’architettura e le vie della fede, disegnando in profondità il nostro paesaggio. Un patrimonio di oltre 67 mila chiese (ma con le cappelle raggiungiamo i 100 mila edifici), 227 cattedrali, migliaia di santuari, centinaia di abbazie e monasteri…

La seconda ragione riguarda il termine “museo”: l’idea del museo rimanda – purtroppo e in modo errato – a qualcosa di relegato al passato e per questo da tutelare, valorizzare, conservare, custodire, ma in qualche modo anche “imprigionare” in una teca, in una stanza, in un edificio magari straordinario, a condizione di essere separato dalla quotidianità della vita. La grande eredità di pievi, monasteri, basiliche e cattedrali, invece, non può essere relegata a storia gloriosa di un passato che fu, ma può e deve essere uno straordinario “progetto culturale”, la cui sorgente è la fede. Nelle “pietre della memoria”, che sono gli edifici e i luoghi sacri, e nelle opere d’arte che hanno dato colore e immagine alla storia della salvezza, l’uomo contemporaneo trova modo e spazio per portare uno sguardo nuovo sulla vita e sul mondo.

Siamo chiamati a riappropriarci del nostro passato, a conoscerlo e riconoscerlo, non solo per custodirlo e contemplarlo, ma perché sia per noi spazio e fonte di vita. Il primo passo perché le pietre e le immagini parlino è la presa di coscienza e la “riappropriazione” piena del tesoro (monumentale e non) di cui siamo custodi. Solo così possono tornare a essere orizzonte di vita. A partire dal loro valore simbolico, che troppo spesso resta muto. I grandi cicli di affreschi con le storie dell’Antico e Nuovo Testamento e l’iconografia dei santi risultano estranei e indecifrabili non solo ai “lontani”, ma anche a una parte (spesso la maggioranza) dei credenti che quelle immagini contemplano e anche attraverso quelle immagini pregano. Le stesse guide che accompagnano nella lettura delle opere d’arte e dell’architettura sacra si fermano a una manualistica di tipo storico e formale, dimenticando che se quell’arte è stata creata e quella chiesa è stata eretta è per la fede di una comunità in Cristo Salvatore. Arte e architettura incarnano quella fede, sono possibili solo grazie all’Incarnazione e senza quel “codice genetico” sono indecifrabili.

In questo contesto, nella coscienza che l’Italia è terra sacra, è maturata l’idea di Parco Culturale Ecclesiale (Pa.C.E.) che presentai a Lucca, in un incontro con alcuni direttori di uffici Cei e il responsabile del Progetto culturale, nel novembre 2007, a dieci anni dalla “ri-nascita” di “Luoghi dell’Infinito”. L’idea fu accolta e condivisa, in particolare da don Mario Lusek, allora direttore dell’Ufficio per la Pastorale del turismo; e poi elaborata come progetto e linee guida dalla Fondazione Crocevia.

Un’idea semplice nel suo nucleo e allo stesso tempo profondamente feconda: la geografia sacra, cresciuta e sedimentata attraverso i secoli, può tornare a parlare nella sua pienezza grazie alle comunità che la abitano e che possono rendere vitale il rapporto tra fede, arte e memoria, e quindi offrirlo al pellegrino e al turista culturale. Il primo passo è abitare il luogo, riappropriarsene a partire dalla conoscenza che deve farsi vita: così la comunità locale torna a essere protagonista a cominciare dal riconoscimento di sé nella sua Chiesa. Il patrimonio storico-artistico ecclesiale, infatti, non è stato costituito in vista di una sua “musealizzazione”, ma per esprimere l’Annuncio, la fede, il culto, la catechesi, la cultura, la carità, e in quest’orizzonte va vissuto, amato e conosciuto.

Il secondo passo è quello della rete di luoghi sacri all’interno di un determinato territorio, e quindi una relazione forte tra comunità parrocchiali, monasteri, santuari, aggregazioni laicali, associazioni culturali, confraternite. La rete vuole promuovere, recuperare e valorizzare – attraverso una strategia coordinata e integrata – il patrimonio liturgico, storico, artistico, architettonico, museale, recettivo, a partire, come dicevamo, dalla riscoperta del rapporto vitale tra fede, arte e memoria. Quindi i beni culturali vengono valorizzati nel duplice e inscindibile aspetto di beni culturali materiali e immateriali (tradizioni popolari, musiche, devozioni, feste, teatro…). L’obiettivo di Pa.C.E. lo ritroviamo espresso nelle parole di san Giovanni Paolo II: «Dai siti archeologici alle più moderne espressioni dell’arte cristiana l’uomo contemporaneo deve poter rileggere la storia della Chiesa, per essere così aiutato a riconoscere il fascino misterioso del disegno salvifico di Dio» (25 settembre 1997).

Pa.C.E. è dunque un tessuto connettivo che a partire dai luoghi sacri di un territorio omogeneo all’interno di una diocesi o di diocesi limitrofe, o dalla figura di un santo, o dalla presenza di abbazie o di chiese di uno stesso periodo storico (per esempio le pievi romaniche), o di luoghi sacri legati da antiche vie di pellegrinaggio, crea una rete dove la prima protagonista è la comunità nel segno della tutela, della valorizzazione e dell’apertura ai pellegrini e ai turisti religiosi e culturali. Con la diocesi di Chieti, su input del vescovo Bruno Forte, Fondazione Crocevia e la Scuola di Arte e Teologia – da te diretta, dopo averla fondata con padre Manca presso la Pontificia Facoltà Teologica a Napoli – avevano realizzato un progetto pilota di Parco Culturale Ecclesiale e un volume sui cammini religiosi in Abruzzo.

La valorizzazione dei beni culturali ecclesiastici è una risposta al fenomeno delle dismissioni?

In un’epoca come la nostra – dove il processo di dismissioni dei beni ecclesiastici tanto passa sotto silenzio quanto ha raggiunto dimensioni vaste e preoccupanti –, non è stata avviata alcuna riflessione seria e sistematica sul processo di desacralizzazione in atto in Europa attraverso la vendita e soprattutto la svendita di chiese, abbazie e monasteri e sul cambio di destinazione d’uso. Oggi è urgente una presa di coscienza a livello di popolo cristiano e di comunità locali e i Parchi possono dare un contributo.
Ma il processo è più ampio e deve coinvolgere tutta la comunità ecclesiali nella coscienza che quei luoghi sono luoghi identitari. Aprire gli occhi sulla bellezza, sulla storia e sulla vita della nostra terra, che ci è madre, sorella, figlia è per me un vero e proprio imperativo categorico. Per ristabilire un rapporto autentico e grato è necessario un cammino che ci disveli innanzitutto il senso dell’abitare, l’amore e la passione per la propria terra. E questi sono per me i passi essenziali e necessari:

Aprire il cuore. La terra ci è madre perché qui siamo nati, perché ci ha accolti e fatto crescere: è culla delle nostre radici. La terra è sorella perché l’abitiamo, perché è il luogo della vita. La terra è figlia perché sarà di chi verrà dopo di noi, dei nostri figli. Come possiamo non essere innamorati di quel che ci è stato donato e che siamo chiamati a donare?

Educare lo sguardo. Aprire gli occhi per scoprire la bellezza del Creato e la bellezza che le mani dell’uomo sono in grado di generare e plasmare. Riscoprire le nostre radici religiose, storiche e culturali, ma anche le tradizioni popolari, che sono il ponte tra generazione e generazione, quasi la stretta di mano degli avi, anche antichissimi, con noi: dall’arte della cucina ai codici delle confraternite, alle processioni e al bel canto, alle feste che davano il senso della fatica quotidiana. Saper riconoscere la grande eredità che la comunità ecclesiale della nostra terra ci ha consegnato, e riviverla nel segno di quella fede che si è incarnata nella storia e nei suoi santi.

Lasciarsi stupire. Gregorio di Nissa diceva: «I concetti creano idoli. Solo lo stupore conosce». Perché lo stupore nasca nei nostri cuori abbiamo bisogno di uno sguardo che si fermi, che non abbia fretta, che non sia un adocchiare girovago che coglie a malapena la superficie delle cose. Il nostro deve essere uno sguardo che torni a contemplare. E un pensiero che sia capace di tessere nuovamente un dialogo fecondo tra passato, presente e possibilità di futuro. Mettersi in cammino. Questa è la condizione essenziale. Non si conosce navigando sul web, ma mettendosi in strada, ripercorrendo i passi degli antichi pellegrini, scoprendo nuove strade e il gusto dell’incontro. I nomadi definiscono se stessi uomini liberi. Ecco, non lasciamoci ingabbiare negli schemi del già visto, del già detto, della routine.

Lasciarsi interrogare. Il luogo che viviamo ci pone delle domande, ci chiede quale sia il modo più giusto per abitarlo e per rendere feconda la terra. È stato detto che abitare un territorio è abitare la sua lingua. Il nostro Paese è ricco di lingue e dialetti, di storie e di culture, di tradizioni e di feste, di poesia. Scoprirli è la più bella delle avventure.

Essere custodi. Quando scopriamo una cosa bella, quando la conosciamo, come possiamo non sentircene responsabili? Noi, non altri. Dobbiamo essere custodi della bellezza della nostra terra, una terra che troppo spesso, con il nostro stile di vita, abbiamo violentato, devastato, ucciso. Non ne siamo i proprietari, ma i semplici custodi: questo era il compito di Adamo per l’Eden, custodire e curare. Con gratitudine. Saper rendere grazie per la terra che ci è stata data da abitare, con la sua bellezza e le sue zone grigie e a volte buie. E saper essere come san Francesco la cui gratitudine espressa nel Cantico delle Creature è stata contemplativa e operosa insieme fin dall’inizio: alla chiamata il Poverello risponde con il restauro della chiesa di San Damiano.

Ti sei occupato di Comunicazione, in particolare nell’ambito dei Beni culturali. Oggi viviamo nel segno di una comunicazione globalizzata e globalizzante. Quali sono per te i segni fondanti e le prospettive che si aprono?

Una premessa: il critico George Steiner invitava a riflettere sulla centralità e le conseguenze della Seconda guerra mondiale e dell’ascesa dei sistemi totalitari, nazismo e stalinismo, nel dibattito culturale: «A me sembra irresponsabile qualunque teoria della cultura, qualunque analisi della nostra situazione attuale che non ponga al centro della riflessione i metodi del terrore che con la guerra, la fame e il massacro deliberato causarono in Europa e in Russia, tra l’inizio della prima guerra mondiale e la fine della seconda, la morte di circa settanta milioni di esseri umani».

Per lui il vero nodo era da individuare nelle «tradizioni umanistiche e i modelli di comportamento [che] si rivelarono barriere così fragili contro la bestialità politica». Questo orizzonte sembra portare al dissolvimento, alla frammentazione, alla violenza come ultima risorsa: tutto viene travolto (dai valori tradizionali all’idea stessa di uomo) in un relativismo che rende controverso e provvisorio ogni soggetto, principio, idea, fino alla scomparsa del concetto stesso di “per sempre” e al tramonto dell’idea di persona. E proprio in questo orizzonte vede la luce la teoria della comunicazione come vero e unico collante sociale.

All’interno del Master in Beni culturali ecclesiali, che avevo co-ideato in Università Cattolica, nel 2003, ero solito cominciare il ciclo delle lezioni con una riflessione sullo scienziato Norbert Wiener, padre della cibernetica. La sua teoria della comunicazione viene sviluppata nel cuore del grande naufragio della civiltà occidentale: correva l’anno1942, anno in cui viene organizzato il genocidio sistematico degli ebrei; la guerra è ormai a una svolta, la barbarie ha i due apici nello sterminio nazista e comunista da una parte e nell’annichilimento nucleare di Hiroshima e Nagasaki, anticipato dai bombardamenti alleati che radono al suolo le città tedesche e devastano non poche città italiane. In questo tragico contesto Wiener comprende che la caratteristica della società del Novecento è l’affermarsi della comunicazione su vasta scala: la diffusione dei giornali, della radio e del cinema (di cui i regimi dittatoriali sono i primi a comprendere il potere, facendone strumenti di propaganda per imporre un dominio totale) per poi arrivare alla televisione, al web, ai social, alla comunicazione multimediale e all’Intelligenza artificiale…

La connessione tra la distruzione sistematica della persona e dei legami comunitari, lo smarrimento, la frantumazione e la sopraffazione da una parte e l’espandersi della comunicazione come ambito di riferimento non è priva di conseguenze. Nella società mediatica il valore non è più la solidità dell’origine ma la mobilità della superficie. L’immagine e la comunicazione vengono prima del contenuto, fino a giungere allo svuotamento radicale.
Dopo l’homo sapiens siamo passati all’homo communicans, come lo ha definito Wiener: il primo è caratterizzato dall’acquisizione del sapere, il secondo invece dall’attenzione a volte ossessiva per le informazioni, che può finire per svuotare il contenitore di ogni contenuto: ciò che conta è il flusso, un flusso continuo, non importa se ripetitivo, in cui le categorie di vero e falso perdono importanza a favore del verosimile. Così la ricerca dell’identità e della verità viene sostituita da operazioni di marketing o di propaganda.
L’homo communicans di Wiener delineato nel 1942, ma anche l’homo communicans contemporaneo, presenta queste caratteristiche:

> un uomo senza interiorità e senza corpo, ridotto alla propria immagine
> vive in una società dove il primo imperativo è la trasparenza (saper tutto di tutti come, nell’orwelliana prima e televisiva poi “casa del Grande fratello”, che ha per modello il sistema spionistico totalitario). Se tutto è immagine e nulla vale la pena di essere tenuto intimo, se tutto si risolve alla superficie e manca di profondità ecco, dunque, che la comunicazione è il primo grande valore
> subisce il dominio della macchina. La macchina, che ha assunto un ruolo determinante nella conduzione e negli effetti devastanti della Seconda guerra mondiale, anche nel mondo della comunicazione continua ad avere un ruolo principe determinante: radio, tv computer, rete internet, smartphone. La macchina in quanto capace di comunicare è umanizzata. Il testo fondamentale di Wiener è Human Use of Human Beings, dove la categoria che si applica all’essere umano è la stessa che si applica alla macchina: l’uso.

L’uomo è tale non come soggetto individuale, ma grazie alle sue attività di scambio sociale: nella società della comunicazione si trova a essere sottomesso alla tirannia dell’immagine (la sua e quella che gli forniscono i media). Nel villaggio globale questa tirannia finisce per produrre una comunicazione senza contenuto, fine a se stessa, originata dal vuoto: tutto va comunicato ma alla fine non c’è nulla da comunicare. La virtualità e la superficialità dei rapporti hanno come conseguenza l’incapacità dell’incontro con l’altro, e quindi un esplodere dei fenomeni di esclusione e violenza laddove almeno in teoria tutti sono connessi con tutto.
L’informatizzazione della vita sociale è stata possibile solo per la prevalenza che si è voluto dare al pensiero razionale. I cui benefici rischiano però di essere sopravanzati dagli effetti perversi. “Il medium è il messaggio stesso”, e ci troviamo tutti a navigare nelle autostrade della comunicazione senza meta.
Non voglio negare le grandi opportunità e possibilità offerte dai nuovi media e dalla rete. Ma dobbiamo avere sempre presente che alla radice della comunicazione globale non c’è una visione neutra.

E l’intelligenza artificiale completerà il processo di disumanizzazione che il potere della rete ha attivato in ogni campo. Dentro tutto questo la forza dell’Annuncio cristiano, anche attraverso il web, ma soprattutto nel segno della testimonianza, resta l’unica rivoluzione salvifica possibile e auspicabile. E promuovere l’arte e la bellezza, la valorizzazione e la difesa dei beni culturali, attraverso i nuovi linguaggi è una frontiera aperta e in gran parte tutta da scoprire.

In un tempo difficile come quello presente, in cui la bellezza e i suoi orizzonti di senso paiono essere sopravanzati da un sostanziale e prevalente interesse per il denaro e il potere, l’arte può essere ancora un segno di rinascita umana e di avventura estetica e religiosa?

Resta viva la lezione di sant’Agostino, che è poi l’esperienza di ogni uomo: possiamo amare soltanto ciò che è bello. E la bellezza riesce a toccare quelle corde dell’animo umano che restano impermeabili ad un puro, anche se fondato, ragionamento.
Il bello attrae, affascina, emoziona, rompe gli schemi dettati dall’ossessione dell’utile, dall’ansia del fare, dall’equivalenza tempo-denaro. Entrano in campo gratuità e contemplazione, viene data espressione all’inesprimibile. E il nostro guardare non ha più nulla a che fare con il desiderare, non vaga più, non si disperde, ma si ferma, diventa contemplazione. Nell’orizzonte della gratuità – solo quando lo sguardo non è più rapina e sete di possesso – si dischiude l’anima del mondo, cioè la sua bellezza. viene data espressione all’inesprimibile e il divino viene colto nel linguaggio simbolico, che è sempre linguaggio dell’oltre.

C’è una riflessione di san Giovanni Paolo II, che è insieme un invito e un progetto: «La bellezza è in un certo senso l’espressione visibile del bene […]. C’è dunque un’etica, anzi una “spiritualità” del servizio artistico, che a suo modo contribuisce alla vita e alla rinascita di un popolo.
Proprio a questo sembra voler alludere Cyprian Norwid quando afferma: “La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere”».
Il Papa lo scriveva nella “Lettera agli artisti” del 1999 e fin da subito abbiamo voluto assumerla come orizzonte dell’agire di Fondazione Crocevia.

Vuoi accennarci ai tuoi progetti presenti e futuri?

Sono tante le iniziative che portiamo avanti con Fondazione Crocevia, dalle monografie alle mostre ai progetti pluriennali come Presepe Presente, la Settimana della Bellezza, il Festival Bach.
Poi ci sono i libri rimasti nel cassetto a partire da un saggio sulla vita nascente che ho concepito nel lontano 1981, quando diciottenne, durante il referendum sull’aborto, fui nominato presidente del Movimento della Vita di Grosseto e provincia.
Ma soprattutto ho a cuore l’idea di un centro studi che sia luogo di incontro tra artisti, teologi, scienziati, associazioni… Un luogo dove confrontare le idee perché diventino progetti di ampio respiro e portino frutto.

Romano Guardini diceva: «Coloro che conoscono la potenza della bellezza devono essere missionari di bellezza in ogni parte della vita comune». Perché il dialogo tra arte e sacro sia fruttuoso c’è bisogno di un popolo e di guide che sappiano risvegliare nelle coscienze a livello personale e comunitario, il senso di un’autentica bellezza, facendo rifiorire nello stesso tempo i talenti individuali. I programmi direi che sono tracciati nel solco di due riflessioni. La prima è di sant’Agostino che nel Sermone 391 (4 e 5) scriveva:

«Amate la sapienza e siate ambiziosi di crescere in essa. Né vi spaventi il suo volto. Cercatela dentro di voi. Se vi piace amare, ecco, amate questa sapienza. Se cercate la bellezza, sia quella che piace a Dio. Se siete veramente giovani, combattete e vincete il male. Cristo amate. Perché siate sempre giovani. La bellezza è il volto stesso di Dio perché è il volto dell’amore».

La seconda è di papa Paolo VI, tratta dalla Lettera agli artisti, 8 dicembre 1965:

«La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani… Che queste mani siano pure e disinteressate! Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo: questo basti ad affrancarvi dai gusti effimeri e senza veri valori, a liberarvi dalla ricerca di espressioni stravaganti o malsane. Siate sempre e dovunque degni del vostro ideale, e sarete degni della Chiesa».

La bellezza è il volto stesso di Dio perché è il volto dell’amore.

Giovanni Gazzaneo

Fotografie di Bruno Cristillo