
Da qui la necessità di rinnovarsi e ritrovare l’umano, di promuovere il perdono e la riconciliazione, di creare ponti di pace e unità nel mondo, riportando il focus sulla dignità della persona, in un auspicato nuovo umanesimo, come perseguimento del benessere collettivo.
Il punto di partenza di un processo inclusivo e partecipativo e dello sviluppo integrale della persona nella società è la propensione a introdurre l’elemento umano come catalizzatore fondamentale del cambiamento, nel momento in cui si sviluppano strategie, soluzioni e sinergie operative per dare impulso al dialogo e alla diplomazia culturale.Attivare, in pratica, una sorta di “intelligenza relazionale” finalizzata alla definizione ed adozione di buone pratiche di contaminazione e di arricchimento, al fare rete per costruire programmi di azione condivisa, alla valorizzazione del paradigma relazionale come risposta alle sfide globali.
Occorre anzitutto pensare all’essere umano nella sua interezza; poi alle relazioni culturali come strumento di pace e stabilità che, partendo dalla persona ed in armonia con il pianeta, possa ripercuotersi sul miglioramento della società nel suo complesso, per un futuro davvero sostenibile e solidale.
D’altronde la transculturalità, le relazioni internazionali e la comunicazione interculturale diventano essenziali per favorire la comprensione reciproca, la cooperazione internazionale, gli scambi bilaterali, il sostegno tra Paesi diversi.
Per sviluppare un progetto che dia vita alla diplomazia culturale, promuovendo, pertanto, il valore della cultura quale strumento di dialogo internazionale e diplomatico, bisogna ammettere il ruolo fondamentale del giornalista, anche e soprattutto nell’era dei social media.
La comunicazione e l’informazione hanno una grande influenza sulla prevenzione o gestione di qualsiasi tipo di conflitti e divisioni: possono alimentarli oppure contribuire a superarli, attraverso la mediazione e il dialogo.
Fondatore dei moderni studi sulla pace, il sociologo norvegese John Galtung ha coniato negli anni ’60 del secolo scorso il concetto di “giornalismo di pace”, ossia un’informazione corretta e responsabile che includa inchiesta e approfondimento.
Lo ha affermato anche Papa Francesco, ricevendo una delegazione della Società dei Pubblicisti Cattolici della Germania il 4 gennaio 2024:
Rilevanza della parola, in primis, del potere delle parole – che trasportano significati, simboli, pensieri, stereotipi, credenze, idee… – e del loro uso cosciente per intraprendere una cultura del dialogo, che sia uno dei grandi motori dello sviluppo ed accresca la nostra identità individuale, culturale, sociale.
Lo ha ribadito il Santo Padre il 25 gennaio 2025 nel discorso ai partecipanti al Giubileo della Comunicazione:
Poiché la trasformazione di ogni forma di conflitto è un atto creativo, in quanto porta a una visione ed a realtà nuove, diplomatici culturali sono giornalisti, ma anche insegnanti, artisti, letterati, studiosi, ricercatori, ambasciatori, viaggiatori e numerosi altri attori in grado di dare voce e forza alla loro cultura diffondendola per il mondo, innescando un cambiamento globale nelle comunità umane capace di incidere sulla società.
Nell’ambito delle relazioni internazionali e della diplomazia culturale, infatti, è necessario promuovere una riflessione multi e interdisciplinare che, basandosi sulla conoscenza dei problemi globali, valorizzi l’unicità e la singolarità dell’identità culturale di ogni gruppo e sostenga iniziative concrete di integrazione e inclusione, nel pieno rispetto della dignità individuale, della diversità, del pluralismo, della solidarietà, nonché della loro capacità di partecipare alla vita sociale.
Non ci si stanca di ripetere quanto sia importante fare rete, mettere al centro le differenti comunità del mondo e la stabilità del saper vivere insieme e restituire loro la speranza, affinché ogni Paese possa manifestare e far conoscere la propria cultura stabilendo un dialogo con gli altri.
“Soft Power” è stata definita la diplomazia culturale dal politologo Joseph S. Nye, perché implica la messa in atto di azioni e strumenti che, grazie alla cultura, possono favorire il benessere e il dialogo tra i popoli, sviluppando così idee e progetti per un mondo di solidarietà.
Interconnessi costantemente in seguito all’avvento di internet e immersi nel mondo digitale delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale (AI), ci rendiamo conto che anche la diplomazia e le relazioni internazionali hanno dovuto adattarsi alle caratteristiche della comunicazione in rete e della rivoluzione digitale, ma ciò ha soltanto potenziato il dialogo tra culture e religioni, la tutela dei diritti umani, la cooperazione allo sviluppo, la protezione dei soggetti più fragili, la solidarietà. Perché gli avanzamenti della svolta tecnologica, permettendo alle relazioni internazionali di passare ad un livello qualitativo più elevato, quando ben applicati, possono rivelarsi mezzi basilari per lo sviluppo sociale ed economico, la crescita umanitaria, la convivenza pacifica, la condivisione culturale, la promozione di una società più equa e responsabile.
Appurato che oggi la diplomazia culturale, anima di una nazione, è una componente indispensabile delle relazioni internazionali, è importante evidenziare che debba sempre più assumere i tratti di una “diplomazia umana”, che sia in grado di dialogare e di trascendere le differenze con qualsiasi persona, che garantisca e supporti gli attori che, a vario titolo, possano esprimere correttamente il valore di una comunità territoriale.
Quel tipo di diplomazia etica e responsabile, insomma, orientata alla costruzione di varchi di comprensione e cooperazione ed all’abolizione dell’indifferenza.
Riferendosi anni fa all’“etica della solidarietà”, papa Francesco ebbe modo di osservare che la diplomazia deve avere al suo centro la persona umana: questo è il principio fondamentale su cui si basa la cultura dell’incontro, del dialogo e del rispetto; attenzione all’individuo, quindi, in particolare a chi non ha voce. Si tratta di costruire un futuro in cui l’essere umano venga visto come “integrato nel villaggio globale”; un futuro in cui la solidarietà si possa fondere con il benessere della persona.
Ciò premesso, la ricerca di pace e stabilità e la comprensione tra popoli attraverso il linguaggio universale della cultura rappresentano l’obiettivo principale per la diplomazia culturale, che «deriva la sua credibilità non dall’essere vicina alle istituzioni governative, ma dalla sua prossimità alle autorità culturali», secondo il pensiero di Nicholas J. Cull, dalla sua capacità di saper influenzare e mediare, tramite i valori della cultura, i programmi dei singoli governi nell’ambito delle relazioni internazionali.
Si può interagire con differenti prospettive di pensiero e metodi operativi finalizzati alla valorizzazione del patrimonio culturale, quale bene essenziale delle comunità e presupposto della diplomazia culturale per il dialogo tra culture.
Esempi di trasmissione di espressioni culturali sono la promozione di scambi e programmi educativi, la messa in circolazione di idee e politiche sociali, la diffusione del dialogo interreligioso, ma anche ciò che è frutto della creazione umana come la musica, le arti (pittura, scultura, film, danza, lirica, ecc.), la letteratura e la traduzione di opere letterarie, e altri aspetti della cultura di una nazione.
Grazie all’istruzione, alle arti, alla letteratura e ad altre forme d’espressione, la diplomazia culturale può offrire una piattaforma per l’interazione pacifica e il dialogo creativo e costruttivo tra nazioni e popoli diversi, al fine di edificare saldi ponti tra diverse comunità.
Occorre creare nuove opportunità di sviluppo e realizzare un insieme di azioni volte a valorizzare il patrimonio culturale – e svolte attraverso la collaborazione e la continua relazione con Istituzioni ed Enti nazionali ed esteri, pubblici e privati – come l’intensificazione degli scambi accademici tra scrittori, poeti, intellettuali, studiosi italiani e stranieri in campo umanistico; o l’attuazione di un’ampia gamma di attività formative e di ricerca nel settore; oppure la divulgazione della letteratura italiana, ad esempio tramite le biblioteche. Quest’ultima è una delle possibili best practices per mettere le culture in dialogo.
Si tratta di «promuovere le biblioteche come mezzo di educazione intellettuale e civica e di connessione con il tessuto sociale, […] fondamentali per custodire la memoria storica e identitaria del Paese», punto cardine del Piano Olivetti.
Anche nella prospettiva dell’Agenda 2030 (che definisce 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile) le biblioteche, storicamente custodi della conoscenza, sono un perno per la diffusione della letteratura italiana nel mondo, rappresentando un “punto di riferimento” determinante per la crescita culturale di individui e comunità che le frequentano. Sono luogo di incontro e di confronto privilegiato per divulgare la letteratura nell’intera rete del sistema bibliotecario, coinvolgendo attivamente tutte le biblioteche al fine di implementarne le funzioni di promotrici di conoscenza ed equità nel contesto sociale. D’altronde l’Istat, dopo averne censito 8.131 tra pubbliche e private, ha confermato la funzione delle biblioteche italiane quale presidio culturale più facilmente accessibile e indicato per rivolgersi a un più ampio numero di persone.
Si prestano perciò a diventare sedi di incontro, di relazione e di partecipazione, capaci di incidere concretamente in un contesto di diversità culturale che stimola il mutuo arricchimento, grazie magari ai diversi contributi disciplinari.
Un progetto di importanza strategica che rispecchi i target previsti dall’Unione Europea, nell’ambito del Pnrr Cultura 4.0, e tenga conto della vastità e complessità del settore letterario italiano potrebbe prevedere l’organizzazione di svariate attività e molteplici iniziative, che implichino l’integrazione interdisciplinare tra tutte le materie umanistiche allo scopo di rafforzare l’evoluzione del settore culturale verso nuove opportunità di riconoscimento, valorizzazione, tutela, gestione, fruizione, uso, sostenibilità e accessibilità del patrimonio culturale italiano.
Tipologie di eventi da realizzare: conferenze, seminari, workshop, gruppi di lettura, laboratori, presentazioni, cicli di incontri, mostre; ma anche incitare la donazione di fondi librari, o programmare una fiera, oppure stabilire una serie di appuntamenti su un focus particolare o d’attualità. E tante idee e iniziative che, attraverso riflessioni, dialoghi, letture con e su letterati ed esperti, mirino a comprendere le reciproche relazioni culturali e a costruire la cultura della solidarietà e della pace.
Un esperimento di ispirazione nordica, ma non meno interessante per noi, è l’evento dei “libri parlanti”, pianificato con alcuni appuntamenti mensili, in cui una selezione di persone raccontano di sé e delle loro esperienze di vita (aneddoti, percorsi di crescita, avventure, viaggi, relazioni…) senza interruzioni; dopo un tot di tempo via libera a domande da parte degli uditori per ottenere un feedback. Per gli organizzatori della “Biblioteca Vivente” (o Human Library) l’intento è invitare all’accoglienza, all’inclusione, alla conoscenza dell’altro, senza pregiudizi.
Non importa essere famosi, importa il vissuto che ciascuno mette a disposizione del prossimo per intessere relazioni o anche solo per conoscersi meglio. Per questo l’invito è rivolto a stranieri, ma anche a professionisti della cultura, o semplici individui che ritengano interessante il proprio percorso di vita. Nella consapevolezza che la conoscenza, la condivisione e il confronto ci rendano più inclusivi e più umani.
Aperte a tutti, da sempre custodi di saperi e casa per eccellenza delle narrazioni, le biblioteche possono essere, altresì, una delle porte d’accesso per sostenere le Health Humanities, ovvero le attività di ricerca, formazione, comunicazione che contaminano la narrazione con la scienza con l’obiettivo di promuovere la salute e di raggiungere il benessere individuale e comune. Grazie alla loro presenza capillare sul territorio e al loro forte impatto sociale, infatti, le biblioteche possono assumere un ruolo chiave per la salute di individui e comunità, confermandosi strumenti fondamentali per dare impulso alle Health Humanities.
Da qui l’istituzione di biblioteche site anche all’interno di ospedali e strutture sanitarie a supporto di degenti, loro familiari, medici e paramedici, finalizzata all’umanizzazione delle cure e alla salute dei pazienti intesa nella sua globalità, dato che sperimentazioni in tutto il mondo e studi pluridisciplinari segnalano i benefici del coinvolgimento personale e collettivo nelle arti e nella cultura.
Sull’importanza della biblioterapia e dei libri intesi come supporto terapeutico, volti a migliorare attraverso la lettura il benessere dei malati o la qualità del tempo che si è costretti a trascorrere durante il ricovero o nelle lunghe attese nei corridoi dell’ospedale, si può basare la proposta di un progetto di realizzazione di una Biblioteca per degenti per un’assistenza sanitaria centrata sulla persona, tenendo conto di tutti i suoi aspetti. Con il plauso di Aristotele, convinto che la letteratura fosse in grado di guarire le persone.
Anche la poesia può “riparare” il mondo ormai in frantumi. Ecco perché le relazioni internazionali si alimentano della nostra cultura umanistica e perché è necessario che sia in primis la letteratura a svolgere un ruolo sociale in un mondo che non va più come prima. Ce lo ricorda il gesuita Antonio Spadaro, sottosegretario del Dicastero Vaticano per la Cultura e l’Educazione, in un articolo uscito il 6 gennaio 2025 su la Repubblica, citando il Nobel irlandese Seamus Heaney quando scrive che abbiamo bisogno di quel «sorso di acqua sorgiva di conoscenza trasformata» che è la poesia, salvezza dall’apocalisse e riparazione del mondo; o quando, suggerendo che la poesia può offrire una lettura alternativa e riparativa della realtà, annota che «L’immaginazione poetica si propone di riparare a tutto ciò che è stato errato e doloroso nelle condizioni presenti» e dunque è capace di rispondere alla perdita e alla disarmonia del mondo.
Quando qualcosa si rompe, si interrompe la vita. I versi di grandi scrittori come Seamus Heaney – il quale introduce una visione della riparazione che abbraccia la speranza e il cambiamento sociale – insegnano che le ferite di un presente “rotto” si sanano solo con l’abilità di ricomporre i pezzi, come nell’antica arte giapponese del kintsugi (tecnica di restauro che mette in evidenza le fratture; letteralmente “riparare con l’oro”).
Riparare non è facile, richiede pazienza, decisione, speranza. Credere nella riparazione genera la “diplomazia sartoriale” che cuce, per cui parole autentiche e versi costituiscono in modo innovativo il tessuto riparativo del mondo frantumato.
In un’omelia del 2022 Papa Bergoglio ha esclamato:
Qui tutto il senso di quella “diplomazia sartoriale” tipica della Santa Sede, fortemente impegnata a comprendere le radici profonde dei conflitti per far sì che possa esservi il più alto livello di mediazione possibile.
Nella prefazione al libro di Antonio Spadaro “Una trama divina. Gesù in controcampo”, Papa Francesco ravvisava:
