LA GIUSTIZIA RIPARATIVA, STRATEGIE DI RECUPERO, DI DIALOGO, DI INCONTRO

Nel rispondere a questa domanda mi vengono in mente le parole del diario di lavoro del regista Luc Dardenne:
Possono far sentire la sonorità spirituale di uno sguardo, di un gesto, di una voce? Dei film la cui visione sia l’ascolto di una musica che riconduca l’uomo a se stesso»1.
Riabilitazione, riconciliazione ed ogni movimento che prova a superare il dolore di una ferita o di una violenza ha bisogno di trovare una faglia, un’apertura nell’esistente. Un’apertura in cui possa tornare a scorrere la vita.
Il dolore ha un potere, silenzioso ma molto forte, di congelare le situazioni, di paralizzare la memoria, di impedire lo scorrere della vita. Quante volte abbiamo ascoltato, o noi stessi ci siamo trovati a dire, frasi come: “È successo tanto tempo fa ma è come se fosse ieri”?
I cammini di incontro, di riconciliazione sono fondati sulla forza fragile delle parole. Permettere al dolore di ritrovare la via dell’espressione, della parola può permettere di iniziare a sciogliere il freddo che paralizza alcuni passaggi della nostra storia e che li isola dalla vita.
“Aprire una faglia”, allora, significa aprire su paesaggi nuovi dove la vita scorra nuovamente e dove sia possibile, sempre attingendo al profondo pensiero di Luc Dardenne, riascoltare “la sonorità spirituale di un suono, un gesto, una voce” che riconducano l’uomo a se stesso.
Questo vale, naturalmente, per tutte le persone, credenti e non credenti: se è vero che siamo chiamati alla festa – e la festa è l’incontro autentico con l’altro, guardato finalmente con occhi limpidi, non oscurati dal pregiudizio e dalla paura – non c’è festa se non può essere condivisa. L’esperienza artistica, mi pare, aiuta questi cammini: un dipinto, una composizione musicale, un film possono permettere in maniera unica, credibile, di affacciarci su scenari inediti, dove un altro modo di vivere è possibile.
Desmond Tutu, vescovo della Chiesa anglicana del Sudafrica, quando nel 1995 aprì i lavori delle Commissione per la verità e la riconciliazione (Truth and Riconciliation Commission) disse che il primo, necessario, passo per uscire dalla violenza e dalla memoria ferita, paralizzata dal dolore, è iniziare a immaginare un futuro diverso.
Cominciare a rendere possibile, intanto nella nostra immaginazione (e nel nostro desiderio), un modo diverso di pensare e vivere la vita. Ogni esperienza artistica può nutrire e suscitare un’immaginazione creativa che non si lascia schiacciare e omologare dal dolore, dal risentimento e dalla colpa.
Prendo ancora uno spunto dal citato diario di lavoro di Luc Dardenne. Nella pagina del 29/08/1997 (in quel periodo stavano lavorando, lui e suo fratello Jean-Pierre, al film Rosetta con cui vinsero, nel 1999, la Palma d’oro al festival di Cannes) cita un pensiero di Robert Antelme:
La Restorative Justice è centrata proprio sul riconoscimento di ognuno: cercato, favorito attraverso il cammino con le parti, nell’obiettivo di ricucire relazioni, curare ferite, riaprire un nuovo futuro possibile, oltre le fratture create e le conseguenti barriere alimentate dal reato e dal dolore, dalla rabbia e dal risentimento che ne sono seguiti.
Per favorire questi cammini occorre imparare una qualità di ascolto che permetta all’altro di raccontare la sua storia. Occorre ogni attenzione per favorire una simile apertura, senza minimizzare o sottovalutare l’asimmetria, la situazione di ingiustizia subita dalla vittima, sapendo anche cogliere – appena si presentano le tracce del disagio e del dolore – l’altro dolore, quello dell’autore di un reato.
Diventano in questo modo preziosissimi i vissuti profondi, i cosiddetti “sentiti” di ognuno. Sentiti che non necessariamente coincidono con i contenuti che si esprimono.
La sospensione del giudizio permette, a chi sta nel delicato ruolo di mediare, la lucidità sufficiente per comprendere il “sentito” profondo di ognuno e “lo spazio necessario – come ricorda Jaqueline Morineau – per accogliere il disordine” di ogni esistenza3.
“L’arte è la prima forma di libertà. Qualche volta è l’unica” si legge nelle rapide sequenze del trailer di un film dei fratelli Taviani, Cesare deve morire, forse oggi un poco dimenticato. Costruito sul testo del Giulio Cesare di Shakespeare, il film del 2012 vede agire in scena i detenuti del carcere romano di Rebibbia. I registi scelgono la modalità del work in progress, chiedendo ai detenuti-attori di costruire i loro personaggi andando continuamente dal testo della rappresentazione all’altro testo, quello della loro vita.
La verità è cercata nella finzione ed attraverso di essa. Nel dialogo tra i due testi c’è anche la possibilità di un superamento, di un andare oltre la propria fedina penale (sovrapposta alle immagini, a mano a mano che gli attori entrano in scena), oltre quel fatto (o quei fatti) che spesso schiacciano totalmente il mistero di una vita, identificandola con il male commesso.
In questo senso, la frase che introduce al film si rivela vera traccia di un percorso possibile di libertà. È solo un esempio, tra tantissimi, quello del film dei Taviani, in cui il lavoro e l’espressione artistica, attraverso il teatro o la recitazione oppure la musica, la fotografia o le arti figurative, apre le vie dell’immaginazione.
Scoprirsi diversi, camminare su altri sentieri e vedere altri paesaggi oltre quelli troppo consueti del dolore, della rabbia, del senso di colpa, del nemico: ogni linguaggio artistico rende possibili altri sguardi ed un diverso modo di raccontare la propria storia.
Anche i momenti preparatori per i cammini di Restorative Justice possono servirsi di queste modalità espressive. Non esiste un percorso stabilito o una ricetta: si deve trovare per ogni cammino, per ogni persona, quel modo che favorisce l’uscita da se stessi, che apre alla scoperta di altri scenari e che alimenta l’immaginazione di cui parla Desmond Tutu.
Scoprire che c’è un altro modo di leggere la propria storia e di parlare di sé: ad ogni espressione artistica è possibile chiedere di favorire il riconoscimento di quello che “c’è di più umano nell’uomo”, come direbbe Vasilij Grossman.
NOTE
2. Ibid.,55.
3. Jaqueline Morineau , Lo spirito della mediazione, Franco Angeli, Milano 2018, 54-55.
