
Studium Biblicum Franciscanum, Gerusalemme
Questa affermazione sembra essere di carattere tautologico, in quanto ciò che è dono è per definizione gratuito.
In realtà, ogni dono implica aspettative e reazioni. Nella parabola del servo spietato (Mt 18,23-35), è narrata la situazione di un uomo che doveva al re diecimila talenti che, secondo un calcolo approssimativo, potrebbe corrispondere a 340 tonnellate d’oro. La cifra è volutamente esagerata, ma la parabola è idealmente ispirata alla situazione in cui si trovavano a vivere i pubblicani che raccoglievano tributi in Galilea per il re Erode Antipa. Per ottenere l’incarico, essi promettevano di consegnare al re una determinata somma entro una certa data e, nel frattempo, si rifacevano sui contribuenti. Il suddito in questione, pur non rispettando le scadenze, viene trattato con misericordia dal re, il quale gli condona il debito. Egli però, rimesso in libertà, tratta duramente un altro servo che gli deve cento denari, corrispondenti a cento giornate di lavoro di un bracciante, mostrando così di aver dimenticato la grazia ricevuta.
Questa dinamica illustra magistralmente quanto avviene nella nostra vita. Non di rado dimentichiamo quanto ci è stato donato e condonato, al punto che non vediamo più la vita come un dono, ma soltanto come un diritto che sfocia in una sorta di pretesa. In altre parole, trascuriamo più o meno coscientemente quei doveri che l’accettazione del dono comporta.
La parabola di Mt 18,23-35 ci aiuta ad aprire gli occhi sulla realtà della nostra esistenza: il perdono di Dio è sempre gratuito, ma ciò non significa che esso sia incondizionato. Ogni giorno possiamo riconciliarci con il Padre celeste perché infinita è la sua pazienza e misericordia; egli, tuttavia, ha posto una condizione al processo di riconciliazione: anche noi dobbiamo perdonare chi ci ha fatto del male.
Questo è il principio contenuto nella preghiera del Padre Nostro e ribadito dal Signore Gesù al termine della stessa preghiera:
Lo stesso pensiero è contenuto nella conclusione della parabola:
L’intera parabola è costruita sul doppio significato del termine aramaico ḥôḇāʾ che significa al tempo stesso debito e peccato.
Nel Nuovo Testamento il termine greco opheilēma “debito” ha ereditato i significati del termine aramaico ed è per questo motivo che ancora oggi preghiamo il Padre Nostro dicendo “rimetti a noi i nostri debiti (Mt 6,12)”, intendendo però “perdona a noi i nostri peccati”.
Allo stesso modo quando diciamo “debitori” (aramaico ḥayyāḇȋn; greco opheiletai), intendiamo coloro che hanno peccato (contro di noi).
La logica della misericordia, quindi, è in fin dei conti una logica di convenienza. Anche se questa affermazione può suonare strana, contiene una profonda verità. Noi perdoniamo e ci riconciliamo con il prossimo perché questo gesto è un passaggio obbligato per accogliere il perdono divino. Se condonando un piccolo debito ottengo la remissione di un debito che non potrò mai pagare, è certo che accetterò la proposta. Prima ancora di chiedermi se riuscirò a perdonare, devo chiedermi se mi conviene perdonare, e la risposta è chiaramente affermativa.
Ora, molte persone che hanno subito grandi torti da parte del prossimo desiderano perdonare e riconciliarsi, ma sostengono di non riuscirci. Se da una parte è vero che il dovere di perdonare è tra le richieste più esigenti del Vangelo, dall’altra va detto che non per tutti è chiaro cosa significa “perdonare” o meglio, come dice Gesù al termine della parabola, “perdonare di cuore” (Mt 18,35).
In molti passi biblici, il cuore è visto come la sede dell’intelletto e della volontà, il luogo nel quale prendiamo le nostre decisioni. Perdonare di cuore non significa, quindi, cambiare in un istante i nostri sentimenti ed eliminare in un batter d’occhio il dolore per il torto subito. Perdonare significa scegliere di non dare più potere al dolore di determinare il nostro agire. Detto in altre parole, perdonare significa abbandonare ogni progetto di vendetta in modo da affidare la propria causa a Dio, unico giudice equo, capace di accogliere in un solo sguardo la complessità della vita umana, con le sue attenuanti e aggravanti.
La riconciliazione con Dio e con il prossimo è in fin dei conti quel processo di liberazione e alleggerimento della vita che ci permette di respirare di nuovo a pieni polmoni e di accogliere ogni giorno la vita come un prezioso dono, il quale ci rende debitori di amore in ogni direzione, verso l’alto e verso l’orizzonte. Si tratta però di un debito di felicità, in quanto siamo fatti per amare e soltanto nell’amore sta la nostra vera gioia.
