A cura di Annamaria Tamburrini. Cliccare sulle immagini per ingrandirle
La gioia della luce

Veniva il sole
negli ermi pomeriggi autunnali
e mi teneva compagnia
nell’umida cella
amico lungamente silenzioso.
Faceva sorridere le vecchie pareti
e l’inerme cuore
si sentiva preso per mano
come da una bimba
e camminare nei campi di aprile.
Brucava lento le penombre
saliva sul tavolo
dorava i pochi libri
si posava sul bianco giaciglio.
E quando doveva partire
non sapeva risolversi a lasciarmi:
si struggeva tremante in un saluto
finché cedeva alla dolce
implacabile violenza degli astri.
Rimanevo solo
col quadrante immenso dell’orologio
sulla gialla parete di fronte.
Ore di mestizia greve
quando muore il sole
e non sono ancora fiorite le stelle.
(da Musica Anima Silenzio, in A.V. Reali, Primaneve, Book Editore, 2002, 2019, p. 17)

PRIMANEVE
Hai tu la dolce memoria
premente l’anima adulta
di quando la neve
la prima volta vedemmo
sulle tettoie cadere?
C’erano i merli neri;
girellava il cane di Egisto
lungo la siepe, annusando;
e una luna strana batteva al soffitto.
Le rame ovattate tramavano
l’aria grigia, immobili
corna di cervi imbalsamati;
il gatto faceva le fusa
presso la brace disfatta
e il breve canto dei passeri
lontano sotto i petali freddi.
Dolce nescienza non sapere
donde venisse la neve. (ivi, p. 18)
MERIDIANA

Nel silenzio d’anni luce
ritmato dal respiro equinoziale
passa una vampa funesta
ossessive cicale in cavi ulivi
alla falba montagna pochi vivi
e io percosso dal demone
riparo all’ombra di Dio. (ivi, p. 19)
IN OGNUNO DISPERA L’ETERNO
Stamattina gli uccelli cantano sinistri
in un sole d’islanda e stoccafissi
e io sogno canarini d’agrumi
contro il mare ionico.
Il soffitto del cielo è senza valichi
e in ognuno di noi dispera l’eterno.
Di parvenze escluse dalla siepe
piú se ne innamora la mente,
quasi ombre di nubi
mandate da collina
a collina dal vento,
liberando favi di stelle.
Se venendo la sera sapessi
che il mio male non le ha toccate
me ne andrei con la speranza
d’una fragrante purezza.
(da Incontro alle cose, in A.V. Reali, Nóstoi. Il sentiero dei ritorni, Book Editore, 1995, 2019³, p. 48)
COSI’ REMOTA DALLA MORTE

Cosa fai, bambina,
cosí remota dalla morte
nella camera ardente:
fiammeggiano i tuoi occhi grandi
colmi davanti al mistero.
Come stai imperiosa presso la morte!
Io tremo selvaggina rincorsa
dai veltri del rimorso.
Non dirmi il tuo nome,
voglio perdere tempo
a cercarlo nel labirinto
del mio esile cuore.
(da Vetrate d’alabastro (confessioni e preghiere), in A.V. Reali, Primaneve, cit., p. 96)
LA BRECCIA

C’era fra noi e Dio
una parete senza finestre,
ma il suo amore l’aprí
una breccia nel mistero.
Apparve fra noi come noi,
ci parlammo sulle piazze
e il vino della gioia
tornò a inebriare i paesi.
Venne a cercare pietre
per alzare una diga
contro la piena della morte.
Chiamò la gente con un grido,
chiese le nostre mani
che costruivano trincee
per edificare la casa dell’uomo. (ivi, p. 76)
Signore della luce e dell’amore
Ritorno, come l’acqua del fiume
che risponde al mare, in Te,
Signore della luce e dell’amore.
Non andare alla montagna,
mi smarrirei per via:
scoscesa è la salita,
trepida la lucerna.
Ma tu corri alla montagna
e muoiono le cose nel crepuscolo
in me che non ho requie se la sera
appena la tua voce ode il mio sangue.
Sull’arida duna spenta
spunta una rossa falce di luna,
scendo all’ombra di una palma,
bevo lacrime di stelle.
Il Tibesti dorme lontano.
(da Incontro alle cose, cit., p. 98)
BIANCONERA LACRIMA
Mio cuore, non so
donde mi risgorghi
cosí inerme e disposto
ad accogliere il Signore.
Ti doleva la bianconera
lacrima monacale
e desiderio ti prende
di corrispondere col mare.
La tua lettera d’amore
m’incrina e sanguina:
sei piú libero,
ti avverti meglio
e vai col fiume alla foce.
Tu sai il deserto e la tundra,
la croda e il frangente,
il canino aguzzo,
la lama affilata.
Ma stasera all’improvviso
mi ti sei fatto vivo
come una fragranza di viole
sotto la quercia antica,
serrati usci e finestre.
(da Vetrate d’alabastro, cit., p. 56)
Tace la fontana
Nello spazio folgorato un tempo
dal segmento di luce fra anima e Dio,
inoffeso cristallo, tace la fontana.
Ho crepe sul fondo d’argilla,
sono grido di sete
a te, virginea vena:
irrorami i pensieri
nel ventoluna di lucciole
che reca alla tua icone nel crocicchio
l’affanno dell’umile gente.
(da Incontro alle cose, cit., p. 99))
Mercoledì delle Ceneri

Mi pedinavi dentro
da dietro la siepe.
Per eludere i tuoi occhi,
profittai della svolta,
scordando, fatuo, che tu,
luce alla mente, penetri la selce.
Poi fingesti giungere,
lacero i piedi, sparsa
di sudore la fronte.
Di buon umore, sebbene
non parevi la folgore
che mi struggeva dentro.
Ti vidi passare oltre, fingevi,
col tuo mare di pietà di sempre
che t’incrinava il nostro cuore.
Volevi che il tuo dono
da me tornasse a te liberamente.
Ma io ti lasciai passare,
infinita bellezza
ed infinito amore,
oltre la siepe di convolvoli.
Fino a quando, Signore,
questo esasperante duello
sul profilo del tempo.
Le forze sono ímpari,
ma tu non vuoi sembrare di stravincere;
e allora mi ti lascio andare,
rendendoti la spada
a doppio taglio della libertà.
(da Sutor, in Nóstoi. Il sentiero dei ritorni, cit., p. 213)La gioia della luce
La pietra e l’acqua
tendono alla gioia della luce
ed io per sentieri di papaveri
all’anfora di Dio.
Dove sei, Signore!
Ti cerco sulla riva del mare,
nelle pupille profonde,
fra le stelle ridenti mute,
oltre l’aurora dei mondi.
Anche il mare non parla,
se taci; ma il lume dei fiori
che penano in me, nell’anima
è un presagio della tua presenza.
Ma anche i fiori non sanno
che un giorno passò il Signore,
in una mano la gioia per noi
e nell’altra per sé il dolore. (ivi, p. 216)
CEDERE POTRO’ ALLA BELLEZZA

Pregare è intendere il Verbo
che urge gli uomini
come l’oceano i fiumi.
Oltre nebbie di mentastri
e dolci spazi di tempo
alto sulla mente è l’approdo
e per noi, esuli da noi stessi,
è martirio la distanza da te.
La presente stagione
spaesa l’anima per gli occhi
che provvida ferisce l’eco
propria dal limite del mondo
per cui si rende familiare a te,
sola speranza all’uomo e all’universo.
Quando riavvolgerai i cieli
e le mie pupille toccheranno le tue
cedere potrò alla bellezza
senza presagire la riva.
(da Vetrate d’alabastro, cit., p. 60)
MARIA DI MAGDALA

Diroccata dal peccato
sei franata all’eterno.
Guardami, dicesti:
vidi una creatura
tremante nel suo nulla.
Dilagò il perdono
e la fronte redenta
brillò nel sole recente.
Era venuto il Signore
e piú non t’importava
che fossero le stelle
tanto lontane.
(da Eccedenti Bozzetti, in Nóstoi. Le poesie ritrovateBook Editore, 2024, p. 88)
Dalla trasposizione poetica del CANTICO DEI CANTICI (da Il Cantico dei Cantici nella trasposizione poetica di Agostino Venanzio Reali, Book Editore, Castel Maggiore-Bologna 1999, 2003 , 2019 ):
Mi baci la tua bocca
Amata Mi baci la tua bocca,
amore più del vino inebriante.
Gradevole al respiro
più che di ungenti è l’effuso
aroma del tuo nome: ti sospirano
perciò le adolescenti. (Ct 1,2-3)
Folleggeremo insieme
Coro Se ci involi
folleggeremo insieme,
predace re dei cuori; se c’inviti
nei tuoi appartamenti esulteremo
fra cori e danze, nostalgia recando
più che del vino delle tue carezze,
noi che perdutamente ti amiamo. (Ct 1,4)
Mi pernotti fra i seni
Amata Spira fragranza il mio nardo,
mentre nel tuo recinto soggiorni,
re del mio cuore, fiorito
ramo d’alchenna
nelle vigne d’Engaddi, amore
che anche mi pernotti, come
torsello di mirra, fra i seni. (Ct 1.12)
A una palma somigli
Amato […] Mi siano i tuoi baci come un vino
stagionato che fra i labbri tramortiti
scende diritto al mio gradimento. (Ct 7.10)
L’amore è indomabile più che la morte
Coro Chi è costei che viene dal deserto
chinata dolcemente al suo diletto?
Amato All’ombra del melo ove tua madre
nel grembo ti portò sino alla luce
là ti riscossi dal sonno.
Amata Come un sigillo imprimimi sul cuore,
come uno stigma portami sul braccio;
poiché l’amore è indomabile
più che la morte, inflessibile
la gelosia più che lo scheol.
Un rogo sono i suoi impeti
d’incoercibili fiamme: non vale
il mare a sopirne gli ardori,
né a travolgerlo i fiumi.
Se donasse
qualcuno ogni suo bene per averne
amore, onta ne avrebbe. (Ct 8.5-7)
Amata Un baluardo sono io
e pinnacoli i miei seni;
perciò divenni ai suoi occhi
come sposa che pace ritrovi. (Ct 8.10)
Tornami a sembrare…
Amato Tu che soggiorni dentro un paradiso,
fammi la tua voce riudire: si tendono
gli amici in ascolto.
Amata Tornami a sembrare, amato mio,
un cervo, un capriolo sui profili
dei monti che fragrano, viola. (Ct 8.13-14)
